giovedì 29 novembre 2007

260 milioni di che?

Trovo decisamente inopportuno tutto il parlare e lo scrivere che si è fatto sulla richiesta dei Savoia di essere risarciti per le sofferenze che l'esilio avrebbe loro causato e spenderò, dunque, solo poche parole. Questi buffi signori - che tra l'altro si esprimono in un italiano molto particolare - dovrebbero ritenersi fortunati per il solo fatto che è stato loro permesso di rientrare nei confini nazionali.
Ora, dopo tutti i guai e le sofferenze - queste si - che hanno provocato al nostro popolo e alla nostra nazione, vorrebbero essere risarciti. A mio avviso dovrebbero essere loro a risarcire il popolo italiano. E non mi venga a dire il damerino Filiberto che le colpe furono del nonno e che lui e gli altri non possono pagare per eventi che appartengono alla storia. Senza entrare nel merito e nei particolari - cose buone per Vespa e i suoi ridicoli ospiti - mi sembra decisamente scontato affermare che dovrebbero baciarci i piedi - non a me che non li avrei mai riaccettati, ma a quel Parlamento che ha abrogato la XIII disposizione transitoria della Costituzione della Repubblica (se lo mettano bene in testa!) Italiana - per questa concessione.
Si accontentino, quindi, di essere considerati dei semplici cittadini (non ho approfondito il fatto se siano stati loro dati i diritti di elettorato attivo e passivo) e non vengano ad avanzare pretese che non stanno né in cielo né in terra. Altro che 260 milioni di euro! Se la cosa non sta loro bene possono sempre tornare a vivere a Ginevra e lasciare noi in pace.

martedì 27 novembre 2007

Chiamiamo le cose con il loro nome

L'uccisione a Kabul del maresciallo capo Daniele Paladini ha riaperto l'indecente dibattito sulla guerra in Afghanistan e tutta la sequela degli interventi delle pubbliche autorità che, come al solito, sfruttano queste occasioni per prestare il loro volto alle tv al fine di sembrare umani. Con la loro sfrontata ipocrisia possono, però, ingannare pochi.
La morte di una persona è sempre una cosa triste e ingiusta. Premesso che chi decide di andare in missione all'estero può farlo per soldi, per ideali o semplicemente perché ama il suo lavoro, è chiaro che sa di andare incontro a grossi pericoli. Ma del resto, anche facendo un lavoro meno pericoloso si può morire: se dall'inizio della missione italiana in Afghanistan sono deceduti 11 soldati, le morti bianche - quelle sul lavoro - sono decisamente più numerose (e non destano tutte queste finte commozioni).
Detto questo, non trovo giusto - anzi reputo molto fazioso - il tentativo di tutti i media di far passare i nostri militari in missione come degli eroi "perché sono lì a difendere la nostra patria". Non è assolutamente vero! Come non è vero che è una missione di pace. Non lo era con il governo Berlusconi e non lo è adesso che c'è Prodi. Da chi ci difenderebbero? Gli afghani ci hanno forse mai attaccati? La vogliamo ancora menare con i fantomatici terroristi (che pure esistono, per carità)? I nostri militari sono lì solo perché così ci è stato richiesto - anzi ORDINATO - da Washington. Punto e basta. E sono lì a fare una guerra che ha prodotto migliaia di morti civili (quelli si che sono eroi) e ha sortito l'unico effetto di schiacciare i poveri abitanti del luogo tra taliban, signori della droga e contingenti stranieri. Da che mondo è mondo i militari non costruiscono un bel niente, semmai lo distruggono. O vogliamo forse credere che impugnino fucili e mitragliatori come fossero vanghe o cucchiaie da cemento? Masuvvia! Certo i nostri sono molto più umani dei marines, ma smettiamola di fare insulsa demagogia.
Nel frattempo, le nostre spese militari sono aumentate del 30% (e parliamo di miliardi di euro) mentre quelle sociali vengono continuamente tagliate. Vuoi vedere che ‘x fare del bene (???) agli altri’ ci diamo la zappa sui piedi da soli? Ma poi, siamo sicuri che essere complici di bombardamenti e devastazioni possa essere spacciato come tentativo di aiutare “quei poveracci”? E se poveracci fossimo solo noi? Abbiamo veramente bisogno di acquistare nuovi armamenti dagli americani facendoli passare come normali equipaggiamenti NATO?
A mio modo di vedere – e posso ragionevolmente pensare di non essere l’unico – è ora di smetterla con tutta questa dilagante faziosità dell’informazione e iniziare a fornire alla gente visioni giuste ed imparziali. Ricordiamo tutti insieme i nostri connazionali morti in missione, stringiamoci intorno ai loro cari che non li avranno più indietro, ma facciamo in modo, una volta per tutte, di chiamare le cose con il loro vero nome.

martedì 20 novembre 2007

E voi la chiamate democrazia

Nell'immaginario comune - degli stolti, direi io - quella degli Stati uniti d'America è la più grande democrazia del mondo. Ma come converranno coloro che stolti non sono, democrazia è oggigiorno un vocabolo ampiamente inflazionato, nel senso che, essendo ormai usato in modo decisamente inappropriato, ha assunto un significato che spazia dal tutto al niente. Cosa vuol dire quindi democrazia? Libere elezioni? La possibilità - o meglio la parvenza - di poter fare determinate cose? Senza voler scendere nell'etimo del vocabolo - e senza voler chiamare in causa la filologia - mi limiterò a sottolineare che l'elemento principale di quella forma di gestione della cosa pubblica che comunemente definiamo come democrazia assume il nome di garanzia. Garanzia che lo stato, anch'esso assoggettato al diritto, non abbia a prevalicare quei diritti fondamentali che spettano a tutti per il solo fatto di essere nati (concetto dello 'stato di diritto'). Così come definito, però, questo non avviene. Nemmeno nella 'più grande democrazia del mondo'. Quella stessa che ha la presunzione di volersi diffondere (a suon di bombe) in tutto il globo.
Capita, allora, che un ragazzo di 18 anni, magari in una situazione sospetta, venga freddato da agenti di polizia con 20 colpi di pistola e poi, una volta morto, (e ci mancherebbe altro, mica è Duncan McLoud - l'ultimo immortale) il suo cadavere venga ammanettato perché così prevede la procedura standard (questa la giustificazione di Paul J. Browne, capo del dipartimento di polizia di New York) avallata, tra l'altro, dal cosiddetto Patron Guide. E non è neanche l'unica volta che accade, visto che tre anni fa tre uomini vennero colpiti nel Queens da almeno 50 proiettili della polizia.
Si chiamava Khiel Coppin e l'unico reato che aveva commesso era quello di impugnare una spazzola in una situazione che il dipartimento di polizia di New York City ha definito 'sospetta'. L'accaduto ha sollevato una grandissima indignazione sul New York Times, ma la stampa italiana non ha evidentemente ravvisato la necessità di informarci su quest'episodio di barbarie umana. Per fortuna (espressione probabilmente non appropriata) sono sempre più numerose le critiche di coloro che considerano quest'episodio un’offesa alla dignità dell’individuo. "Ammanettare qualcuno che è stato ferito, o che è già deceduto o che sta morendo è una delle cose più barbare, inutili e orribili che la Polizia possa commettere", ha detto l’avvocato Ronald Kuby.
Cosa ci lascia in eredità questa triste vicenda? L'immagine di una 'democrazia' (che poi viene a dare lezioni di garantismo a noi italiani) bisognosa della coercizione, della violenza e dell'imposizione completamente al di fuori di ogni pratica umana per perpetuare la propria sopravvivenza e la propria capacità di attrattiva. Ma solo per gli stolti.

venerdì 16 novembre 2007

I risvolti delle ultime elezioni in Europa

Tra la fine di settembre e la seconda metà di ottobre si sono tenute - in ordine cronologico - elezioni in Ucraina, Polonia e Svizzera. Al di là delle singole differenze, i risultati sono stati sorprendenti e hanno aperto lo spazio ad una serie di interrogativi che rimbalzano da una parte all'altra dell' Europa. Ma cosa c'è dietro ai singoli eventi?


L'UCRAINA TRA MOSCA E LA NATO - La storia recente dell'Ucraina prende le mosse dalla cosiddetta 'Rivoluzione arancione', quel movimento di protesta nato all'indomani delle elezioni presidenziali del 21 novembre 2004 che videro, in un primo momento, la vittoria del filo-russo Yanukovic - delfino dell'ex-presidente Leonid Kucma. Elezioni contestate dal filo-occidentale Yuscenko che denunciò brogli. A seguito delle proteste, la Corte Suprema ucraina invalidò il risultato elettorale e fissò nuove elezioni per il 26 dicembre. Questa volta ad uscirne vincitore fu proprio Yuscenko, con il 52% dei voti contro il 44% del suo sfidante.
La situazione di stallo si è trascinata fino alle elezioni per la Rada, il parlamento ucraino, tenutesi il 26 marzo 2006, in cui la "coalizione arancione" presieduta da Yuscenko‎ è uscita notevolmente ridimensionata a causa del tradimento di una parte della coalizione - il partito socialista. E così, Yanukovic si è ritrovato a vestire la carica di primo ministro. Il culmine della crisi politica si è raggiunta nel momento in cui il partito di opposizione, il Blocco di Yulia Tymoshenko, ha sostenuto il governo proponendo una legge che annullasse il potere di veto del Presidente.
Yuscenko, preoccupato per il fatto che la coalizione di governo si sarebbe assicurata una maggioranza dei due terzi necessaria per annullare il proprio potere di veto, chiese, con il sostegno dell'opposizione, che il diritto dei singoli membri di una fazione parlamentare a sostenere la coalizione al governo fosse ritenuta contraria alla
Costituzione. La seguente decisione di Yuscenko‎ (2 aprile 2007) di firmare un decreto per sciogliere il parlamento e indire nuove elezioni legislative - poi bocciato dall'assemblea - ha scatenato le proteste del premier Yanukovic e dei suoi sostenitori.
Il 30 settembre 2007 la crisi è sfociata in elezioni parlamentari anticipate, frutto di un accordo tra i due Viktor e il presidente del Parlamento, Moroz. Secondo l'attuale sistema elettorale ucraino, i 450 seggi sono divisi tra i partiti che raggiungono un minimo del 3% dei voti totali e numero dei seggi assegnati ad ogni partito che abbia superato tale soglia, è calcolato utilizzando il metodo del maggior resto. L'esito è stato quantomai controverso: se il Partito delle Regioni di Yanukovic è risultato essere il primo partito, la coalizione tra il Blocco di Julija Tymoscenko e il partito Nostra Ucraina di Yuscenko ha, de facto, la maggioranza dei seggi (cliccare sulla cartina per vedere la loro distribuzione).
L'Ucraina è, però, ben lungi dalla stabilità politica. Dopo la 'rivoluzione arancione' sponsorizzata da Washington (come in Georgia - ricordate la 'rivoluzione delle rose'?) l'ex-repubblica sovietica si ritrova divisa a metà tra spinte all'occidentalizzazione e vecchi legami con l'establishment di Mosca. A cosa poteva portare tutto ciò se non al caos nella politica interna del paese? Si sa benissimo che gli americani hanno, giocoforza, portato l'Ucraina (così come hanno fatto e stanno facendo a vario titolo con Repubblica Ceca, Polonia, Serbia e tutti i Balcani, Caucaso, Repubbliche centroasiatiche) all'interno della Nato. Le loro intenzioni le possiamo agevolmente capire tutti quanti. D'altro canto, Putin non è certo stato a guardare: il conseguente spostamento politico dell'Ucraina verso occidente sancì da parte di Gazprom l'aumento delle tariffe del gas fino al prezzo di 230 dollari, rispetto a quello precedentemente praticato di 50. Gli sviluppi di questa contrapposizione, insieme a quella tra russofoni e ucrainofoni, non lasciano presagire niente di buono.

POLONIA: SPERANZA CONTRO RISENTIMENTO -
In uno dei più popolosi paesi europei - di recente entrato nell'Unione - alle elezioni legislative si è imposta la formazione liberale PO (41,51%), guidata da Tusk, contro il PIS dei gemelli Kaczynski (32,11%), uno dei quali, Lech, resterà presidente fino al 2010. La formazione vincitrice ha iniziato il giro delle consultazioni per formare un governo di coalizione insieme ad altre forze di centrosinistra. Il risultato è stato senza dubbio salutato come una grande svolta per il paese. Insomma, la Polonia della speranza si è schierata contro quella del risentimento.
I polacchi hanno respinto il populismo del PIS, le insinuazioni, la paura e la volontà di mettere i gruppi sociali l'uno contro l'altro. Come ha scritto la Gazeta Wyborcza (fonte: Internazionale n.716), i cittadini hanno votato contro "la politica fondata sulla teoria del complotto, sulla megalomania nazionale e sulle fobie antitedesche", contro "il ricatto, le intercettazioni, i pedinamenti e le provocazioni, respingendo la propaganda dei mezzi di informazione schierati con il PIS e le sue manovre elettorali".
Ha vinto, quindi, la Polonia dei cittadini, la Polonia senza complessi, un partner nella famiglia dei popoli europei, un paese che vuole modernizzarsi, che rifiuta l'integralismo di Radio Maryja, la xenofobia, il populismo e certe leggi che i gemelli Kaczynski avevano promosso. La società polacca ha detto basta e ha inferto una lezione umiliante all'ormai ex-primo ministro, lo stesso che aveva fortemente voluto queste elezioni anticipate.

SVIZZERA, POPULISMO E PAURA DELLO STRANIERO -
La xenofobia, il populismo e il rifiuto dell'Europa sono, invece, gli ingredienti della vittoria elettorale di Blocher nel paese dei cantoni. All'interno del particolare sistema costituzionale svizzero, della sua forma di governo direttoriale (unico esempio rimasto al mondo in cui un collegio composto da più persone funge da Capo dello Stato e del Governo) e del meccanismo politico (in cui la stabilità è data da ampie coalizioni, a volte comprendenti anche diversi movimenti - la cosiddetta 'formula magica') l'Unione democratica di centro ha ottenuto quasi il 30% dei voti. In realtà di centro non ha proprio niente, connotandosi invece come partito di estrema destra con un programma pieno di elementi tipici dei nazionalisti e tendenze apertamente xenofobe: riduzione delle tasse, lotta contro burocrazia, immigrazione e diritto d'asilo, oltre ad una istintiva diffidenza verso l'Ue.
La sua vittoria è frutto di un lungo e capillare lavoro, di una strategia spregiudicata e mirata ad instillare nella popolazione un pericoloso sentimento di diffidenza e, più esattamente, di paura verso lo straniero. Il suo primo significativo successo risale al 1992 quando riesce ad imporre la sua visione e convincere gli svizzeri a rifiutare l'adesione allo Spazio economico europeo, l'anticamera della futura Unione.
Per tutti gli anni '90 costruisce la propria immagine tuonando pesantemente contro Bruxelles, appellando come approfittatori gli immigrati che abuserebbero del sistema svizzero di previdenza sociale e indicandoli come coloro che minacciano la proverbiale tranquillità civile elvetica. Con un clima sociale che inizia piano piano a deteriorarsi la ricetta funziona e nel gennaio 2004 Blocher diventa uno dei 7 ministri del governo di coalizione, pur giocando a fare l'oppositore. Il suo tono populistico raggiunge l'apice con le affermazioni che lo vedono prendere la difesa dei più poveri, quando in realtà è parte integrante del grande capitale in quanto miliardario e possessore di un'impresa internazionale, la Ems-Chemie.
Una cosa è certa: in un clima di grande instabilità generalizzata il rigurgito xenofobo funziona più che mai. Alcune avvisaglie iniziano a manifestarsi anche in Italia. Speriamo di non dover assistere anche noi ad affermazioni politiche di tal genere.

mercoledì 14 novembre 2007

Con il calcio non c'entra niente

1. Ci sono molte cose gravi in quello che è successo la mattina dell’11 novembre sull’autostrada A1 all’altezza di Arezzo, in quello che ne sta conseguendo e in quello che ne conseguirà.
E’ gravissimo che un agente di polizia estragga una pistola e cominci a sparare – foss’anche in aria – da distanza ragguardevole per un avvenimento del quale non conosceva nulla - senza quindi che vi fosse un’immediatezza del pericolo – che per di più si svolgeva dall’altra parte di un’autostrada a quell’ora trafficatissima.
Voglio sperare, per il bene di tutta la società, che l’esito di questa sconsiderata azione non fosse voluto. Ancor più grave è il modo con cui la situazione (sintetizzata nell'immagine sopra - fonte:corriere.it) è stata gestita dalle autorità, nonché l’ipocrisia con la quale è stata - e continua ad essere - commentata dai soliti interessi mediatici di parte.
Questa volta deve essere ben chiaro: il calcio, il tifo e i tifosi con quello che è successo sull’A1 non c’azzeccano niente. I tafferugli di Bergamo e la guerra di Roma sono un’altra cosa.

2. Tutta la gestione della vicenda da parte della pubblica autorità si presta a molti dubbi e solleva diverse critiche. La sensazione è che si sia voluto, almeno in un primo momento, cercare di manipolare e di coprire la verità.
Amato avrà i suoi buoni motivi per sostenere che è stato fatto tutto il necessario – e forse anche ragione – ma ciò non toglie che l’approccio del suo dicastero nel gestire i momenti di crisi di qualsiasi natura (immigrazione, delinquenza, problema stadio – spesso accomunati alla tematica della sicurezza) sia decisamente inappropriato. Le figure giuridiche dei vari reati sono già presenti nel nostro ordinamento, così come le relative pene. Il problema è applicarle nella giusta maniera e non produrne di nuove. Che tradotto vuol dire solo perdere tempo e soldi, oltre che offrire nuovi pretesti di radicamento a chi si vorrebbe combattere.
A chi come la Meandri vorrebbe chiudere gli stadi, vietare le trasferte o sospendere temporaneamente i campionati di calcio per dare “un segnale forte” mi sento di dire che è perfettamente inutile: i soli colpiti sarebbero i veri appassionati e tifosi, insieme all’immagine italiana di quel fenomeno sociale che si chiama sport. Gli autori degli episodi di violenza dentro e fuori gli stadi non sono tifosi, sono solo delinquenti ai quali è stato permesso di appropriarsi di quello che una volta era un gioco, spalleggiati da società calcistiche (le connivenze le conosciamo tutti), interessi economici (penso agli sponsor e alle televisioni payperview) e potere politico eversivo, sembrerebbe di estrema destra.

3. Un grosso disgusto me l'hanno provocato i soliti giornali italiani, sempre pronti a lucrare sui clamori di un grave avvenimento piuttosto che fare informazione e creare quella cultura sportiva che tutti ora - ma sono anni che se ne parla - tirano in ballo. Il fatto di aver immediatamente accostato - anche prima degli episodi di Bergamo e Roma - la morte di Gabriele Sandri al fenomeno violenza nel calcio è atto vilissimo e indice di come l'informazione italiana sia al servizio di poteri politico-economici occulti. Di come punti a darci una sua visione: il calcio è violenza, gli stadi vanno chiusi, corriamo tutti a comprare una tesserina magnetica ricaricabile (invece dell'abbonamento o del biglietto) e vediamo la partita in tv a casa.
E così - tanto per fare un esempio - in un articolo intitolato "Comunque è stato ucciso dal calcio" Vittorio Zucconi scrive su Repubblica che "giratela come vi pare, ma il fatto rimane. Gabriele Sandri è stato ucciso dal calcio, da questa 'cosa' deforme e mostruosa che in Italia ha perduto da anni ogni senso, ammazzato anche lui da questo cancro che anno dopo anno, scandalo dopo scandalo, cerotto dopo cerotto, chiacchiera dopo chiacchiera continua a metastatizzare e pretendere, come una divinità pagana, sacrifici umani per sentirsi importante".
Torno a ripeterlo: il fatto oggettivo di un poliziotto che spara forse per errore (a meno che non venga configurato la fattispecie del dolo), probabilmente per negligenza (ma desta più di un serio dubbio il particolare delle braccia tese al momento dello sparo) ad un individuo qualsiasi - per puro caso tifoso e diretto alla partita - non può essere accostato alla guerriglia che pur ne è seguita. Deve piuttosto portare a considerazioni utili a ricostruire un ordine che si è perduto.

4. I delinquenti vanno messi in galera (ci sono tutti i mezzi giuridici e tecnologici) e non più finanziati. Chiudere gli stadi o fermare le partite non ha nessuna importanza per loro. Loro le partite non le vedono neanche.
Il poliziotto dovrà essere punito in maniera giusta, ma spero servirà anche a fare un po' di luce in quella che è, invece, una realtà: anche nelle forze dell'ordine ci sono delle 'teste calde'. Non sono in grado di giudicare - né è mia intenzione - il caso specifico, ma da abituale frequentatore degli stadi - supertifoso e non facinoroso - posso giustificatamente sostenere che a volte gli atteggiamenti di gruppetti o di singoli all'interno delle forze dell'ordine sono decisamente fastidiosi e pesanti, a volte inopportuni perché danno un pretesto a chi altro non aspetta. Così avevo accolto favorevolmente la presenza dei soli steward perché in un certo modo allevia un clima di tensione. Ma, ovviamente, non rappresenta una soluzione.
Non vorrei, però, che le colpe maggiori siano da ricercare in coloro che fomentano paura a livello sociale, che seminano insicurezza e che, con legislazioni d'emergenza, fanno sì che alcuni si sentano come Walker Texas Ranger, da cui è lecito aspettarsi di tutto purché la legge 'trionfi', e altri si arroghino arbitrariamente il dovere di scardinare il viver civile.

mercoledì 7 novembre 2007

La nuova "sinistra" e la censura fascista

La legge Levi-Prodi e la fine della Rete

Ricardo Franco Levi, braccio destro di Prodi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha scritto un testo per tappare la bocca a Internet. Il disegno di legge è stato approvato in Consiglio dei ministri il 12 ottobre. Nessun ministro si è dissociato. Sul bavaglio all’informazione sotto sotto questi sono tutti d’accordo.La legge Levi-Prodi prevede che chiunque abbia un blog o un sito debba registrarlo al ROC, un registro dell’Autorità delle Comunicazioni, produrre dei certificati, pagare un bollo, anche se fa informazione senza fini di lucro.I blog nascono ogni secondo, chiunque può aprirne uno senza problemi e scrivere i suoi pensieri, pubblicare foto e video.L’iter proposto da Levi limita, di fatto, l’accesso alla Rete.Quale ragazzo si sottoporrebbe a questo iter per creare un blog?La legge Levi-Prodi obbliga chiunque abbia un sito o un blog a dotarsi di una società editrice e ad avere un giornalista iscritto all’albo come direttore responsabile.Il 99% chiuderebbe.Il fortunato 1% della Rete rimasto in vita, per la legge Levi-Prodi, risponderebbe in caso di reato di omesso controllo su contenuti diffamatori ai sensi degli articoli 57 e 57 bis del codice penale. In pratica galera quasi sicura.Il disegno di legge Levi-Prodi deve essere approvato dal Parlamento. Levi interrogato su che fine farà il blog di Beppe Grillo risponde da perfetto paraculo prodiano: “Non spetta al governo stabilirlo. Sarà l’Autorità per le Comunicazioni a indicare, con un suo regolamento, quali soggetti e quali imprese siano tenute alla registrazione. E il regolamento arriverà solo dopo che la legge sarà discussa e approvata dalle Camere”.Prodi e Levi si riparano dietro a Parlamento e Autorità per le Comunicazioni, ma sono loro, e i ministri presenti al Consiglio dei ministri, i responsabili.Se passa la legge sarà la fine della Rete in Italia.Il mio blog non chiuderà, se sarò costretto mi trasferirò armi, bagagli e server in uno Stato democratico.Ps: Chi volesse esprimere la sua opinione a Ricardo Franco Levi può inviargli una mail a : levi_r@camera.it.

domenica 28 ottobre 2007

The pot calls the kettle black

Da che pulpito viene la predica. Un giudice di Los Angeles ha negato all’Italia l’estradizione di un membro della famiglia mafiosa dei Gambino, sostenendo che il regime di detenzione 41bis a cui sarebbe con ogni probabilità destinato equivale a una forma di tortura e viola la convenzione dell’Onu in materia. Rosario Gambino, inseguito da un mandato di cattura italiano e ritenuto un esponente di spicco dell’omonimo clan di Cosa Nostra newyorchese, si trova attualmente in un centro di detenzione per immigrati a San Pedro, in California, dove è stato trasferito in seguito alla richiesta di estradizione. Il giudice federale D.D.Sitgraves però ha bloccato l’estradizione, accogliendo il ricorso del difensore di Gambino, Joseph Sandoval. L'agenzia federale statunitense per l'immigrazione ha presentato appello contro la decisione del giudice Sitgraves e Rosario Gambino resterà detenuto in attesa della revisione del caso.
L'articolo 41-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354 (legge sull'ordinamento penitenziario) prevede la possibilità per il Ministro della Giustizia di sospendere l'applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti previste dalla stessa legge in casi eccezionali di rivolta o di altre gravi situazioni di emergenza ovvero, quando ricorrano gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica, nei confronti dei detenuti (anche in attesa di giudizio) per reati di criminalità organizzata, terrorismo o eversione. In questo secondo caso la legge specifica le misure applicabili tra cui le principali sono il rafforzamento delle misure di sicurezza con riguardo principalmente alla necessità di prevenire contatti con l'organizzazione criminale di appartenenza, restrizioni nel numero e nella modalità di svolgimento dei colloqui, la limitazione della permanenza all'aperto (cosiddetta "ora d'aria"), la censura della corrispondenza.
Un paese che applica ancora - e con una certa frequenza - la pena di morte, tollera e, anzi, autorizza la tortura di detenuti e ha, con una legislazione pesante, eroso progressivamente la sfera di libertà dei suoi stessi cittadini, viene a dare lezioni di garantismo a noi. E tutto passa nel più sconcertante silenzio della nostra stampa.


sabato 27 ottobre 2007

Abbiano almeno la decenza di pesare le parole che usano

Da diverso tempo si parla dei privilegi di cui gode quella parte del popolo italiano che gestisce la cosa pubblica, tanto che si è coniato un nuovo termine - "antipolitica" - con il quale è designata l'altra parte del popolo - quella che, appunto, si lamenta. I privilegi per la classe politica sono sempre esistiti e sempre esisteranno, anche perché altrimenti farebbero politica solo quei pochi che hanno risorse da investire e non devono, quindi, necessariamente lavorare per vivere. Almeno nei sistemi cosiddetti "democratici", a partire dai greci, è sempre stato così.
Si può, quindi, anche concedere a costoro certi privilegi. Del resto ognuno di noi stipula alla nascita una sorta di patto (contratto, direbbe qualcuno) non scritto con il quale cede l'autorità su sé stesso ad una fantomatica (di questi tempi è proprio il caso di dirlo) e distantissima entità chiamata Stato. Ci si aspetta, in cambio, che sia in grado di fare gli interessi di tutti, ciò che è meglio per l'intero paese. Purtroppo questo in Italia non accade a causa di una classe politica incapace e ormai troppo vecchia, frutto del suo auto-perpetuarsi.
Ora, anche quando la classe politica sia incapace, si suppone che non abbia almeno l'arroganza di usare parole che potrebbero fomentare grosse spaccature tra coloro ai quali devono la propria legittimazione a governare.
Anche questo in Italia non accade. E, allora, il ministro Padoa Schiappa si permette di definire "bamboccioni" coloro che rappresentano il futuro del paese, un futuro che lui e gli altri non vedranno mai. E non subiranno le conseguenze delle loro azioni. Come quella di Mastella che, di fatto, elimina un magistrato a lui scomodo e minaccia la caduta del fragile governo se tutto il calderone scoperchiato non viene al più presto messo a tacere. Ancora una volta.

mercoledì 24 ottobre 2007

domenica 7 ottobre 2007

Se la voglia di verità uccide: un ricordo di Anna Politkovskaja

Il 7 ottobre di un anno fa Anna Politkovskaja, giornalista investigativa russa, veniva trovata morta nell'ascensore di un palazzo di Mosca. Era appena rincasata. La pista immediatamente seguita - e anche l'unica plausibile - è stata quella dell'omicidio su commissione, anche se ancora oggi il mandante è sconosciuto.
Ma a dispetto di quanto sosteneva Orwell, 2+2 fa sempre 4: la Politkovskaja, infatti, era una giornalista vera, una che amava il suo lavoro, lo svolgeva con grande dedizione e aveva una particolare passione per la verità. Per anni si era dedicata a scrivere quello che vedeva e quello che sapeva sugli orrori commessi in Cecenia dall'esercito russo. E aveva indicato a più riprese quali colpevoli di quelle ingiustizie Vladimir Putin e Ramsan Kadyrov.
Era, insomma, un'impicciona, una che chiacchierava troppo, una che poneva interrogativi scomodi (come dimostrano i tentativi di fare da mediatore per i fatti di Beslan - occasione nella quale non potè neanche iniziare a causa di un probabile tentativo di avvelenamento - e del teatro Dubrovka a Mosca) e andava quindi messa a tacere. Perché faceva paura al Cremlino.
Ha lasciato a tutti noi un'eredità enorme, anche se non la riceveremo mai nella sua interezza: un’inchiesta sulle torture in Cecenia non potrà mai essere pubblicata dal suo giornale, la Novaja Gazeta, perché la polizia russa come prima misura dopo la sua morte sequestrò tutti i suoi documenti, archivi, foto, etc. contenuti nel suo pc trovato nel suo modesto appartamento, anche se alcuni appunti sfuggiti al sequestro vennero pubblicati il 9 ottobre 2006.
Anna sapeva benissimo di essere nel mirino di coloro che aveva avuto il coraggio di denunciare all'opinione pubblica russa e mondiale. E lo aveva espressamente dichiarato anche nella sua ultima intervista.
Mi piace allora ricordarla con le sue stesse parole, quelle impresse nell'ultima pagina di un suo libro (Diario russo - 2003/2005) in un capitolo non a caso intitolato "Ho o non ho paura?". Sperando che un giorno anche gli altri 'giornalisti', soprattutto quelli di casa nostra, possano prendere esempio da lei e iniziare a scrivere quello che è realmente importante, a fare domande vere e a far sorgere nei lettori i legittimi dubbi che, invece, vengono oggi celati, nascosti, insabbiati, fatti passare sotto silenzio.
"Mi dicono spesso che sono pessimista, che non credo nella forza della gente, che ce l'ho con Putin e non vedo altro. Vedo tutto, io. E' questo il mio problema. Vedo le cose belle e vedo le brutte. Vedo che le persone vogliono cambiare la loro vita per il meglio, ma che non sono in grado di farlo e che per darsi un contegno continuano a mentire a sé stesse per prime, concentrandosi sulle cose positive e facendo finta che le negative non esistano. Per il mio sistema di valori, è la posizione del fungo che si nasconde sotto la foglia. Lo troveranno comunque, è praticamente certo, lo raccoglieranno e se lo mangeranno. Per questo, se si è nati uomini non bisogna fare i funghi. [...] Per il momento non si vedono cambiamenti. Il potere rimane sordo a ogni 'segnale d'allarme' che viene dall'esterno, dalla gente. Vive solo per sé stesso. Con stampato in faccia il marchio dell'avidità e del fastidio che qualcuno possa ostacolare la sua voglia di arricchirsi. Lo scopo è far sì che nessuno glielo impedisca: la società civile va calpestata e la gente convinta giorno dopo giorno che opposizione e opinione pubblica si nutrono al piatto della Cia, dello spionaggio inglese, israeliano e finanche marziano, oltre che alla ragnatela globale di al-Qaeda. Oggi come oggi il potere è solo un modo per fare soldi. E basta. Del resto non ci si cura. Se qualcuno ha la forza di godersi la previsione 'ottimistica', faccia pure. E' certamente la via più semplice. Ma è anche una condanna a morte per i nostri nipoti".
La sua di condanna a morte, purtroppo per lei e per noi, era già stata scritta.

Bibliografia (edizioni italiane):
- Cecenia, il disonore russo, Fandango, Roma, 2003 (un estratto: "Russia's secret Heroes")
- La Russia di Putin, Adelphi, Milano, 2005
- Proibito parlare, Mondadori, Milano, 2007
- Diario russo 2003-2005, Adelphi, Milano, 2007

Altre letture:
- "Ti chiamano terrorista" (l'ultimo articolo di Anna Politkovskaja)
- "Il mio lavoro a ogni costo" (saggio rimasto a lungo inedito)

giovedì 4 ottobre 2007

Sputnik, il giorno che le potenze iniziarono a mettere le mani sullo spazio

Il 4 ottobre 1957 l'allora Unione Sovietica, per la prima volta nella storia, lanciava nello spazio un satellite artificiale - lo Sputnik, in russo 'compagno di viaggio' - ponendo il problema delle norme applicabili alla navigazione cosmica. Capostipite di un più vasto programma di missioni spaziali, lo Sputnik 1 prese in contropiede gli Stati uniti, che solo il 31 gennaio 1958 sarebbero stati in grado di mandare in orbita il loro primo satellite: l'Explorer 1. In piena guerra fredda ciò significò la fine del cosiddetto mito dell'invulnerabilità Usa. Lo Sputnik, partito dalle steppe del Kazakistan, rimase in orbita per 57 giorni (di cui 21 con gli strumenti perfettamente funzionanti) fino a bruciare durante il rientro in atmosfera il 3 gennaio 1958 dopo circa 1.400 orbite e 70.000.000 km.
Se nei primi anni '50 si erano regolamentate le "zone di identificazione aerea" in deroga al principio consuetudinario della libera utilizzazione dello spazio aereo internazionale, con la corsa allo spazio - e dal momento che nessuno Stato sollevò proteste al lancio dei russi - si venne a formare in pochi anni una consuetudine istantanea (instant custom), ossia una norma internazionale consuetudinaria che prevede la libertà di utilizzazione dello spazio cosmico sovrastante i territori sottoposti alla giurisdizione degli Stati. Resta ancora poco chiaro in merito al dibattito all'interno delle Nazioni Unite (COPUOS - Comitato delle Nazioni Unite per le utilizzazioni pacifiche dello spazio cosmico) il problema della delimitazione dello spazio cosmico dallo spazio aereo. Tra i vari criteri proposti figurano il limite dell'atmosfera, il limite della massima altitudine raggiungibile da un aereo, il limite dell'attrazione gravitazionale, il limite del più basso perigeo di un satellite artificiale e il limite di una distanza prestabilita dalla superficie terrestre.
Sta di fatto che il Trattato sui principi che regolano le attività degli Stati nell'esplorazione e utilizzazione dello spazio extra-atmosferico, inclusa la luna e gli altri corpi celesti, è stato concluso il 27 gennaio 1967 ed è entrato in vigore il 10 ottobre dello stesso anno. In esso si stabilisce che lo spazio cosmico non possa " formare oggetto di appropriazione nazionale attraverso proclamazioni di sovranità o atti di utilizzazione o occupazione" (art. 2), né essere utilizzato per fini militari e in particolare con armi nucleari (art. 4); definisce gli astronauti "inviati dell'umanità" nei cui confronti gli Stati contraenti si impegnano a fornire "tutta l'assistenza possibile in caso di incidente, avaria o atterraggio forzato sul territorio di un altro Stato contraente o di ammaraggio in alto mare" (art. 5), sancisce la responsabilità dello Stato di lancio per i danni causati da attività cosmiche svolte sia da Stati che da organizzazioni internazionali (con corresponsabilità dei loro Stati membri) e da enti privati sotto la "continua sorveglianza" dello Stato "appropriato" (artt. 6 e 7) e sottopone gli oggetti spaziali e il relativo equipaggio alla giurisdizione e al controllo dello Stato presso cui l'oggetto è registrato (art. 8).
In seguito sono stati conclusi numerosi altri accordi internazionali che completano e specificano il trattato del 27 gennaio 1967, ma la linea di continuità mostra una tendenza a rimanere sul vago e ad addossare agli Stati il minimo dei doveri possibili. Per esempio, l'Accordo regolante le attività degli Stati sulla luna e gli altri corpi celesti - firmato a New York il 5 dicembre 1979 - che definisce (art. 11, par. 1) il nostro satellite come "patrimonio comune dell'umanità", è stato ratificato da pochissimi Stati, fra i quali non figurano le maggiori Potenze spaziali: il timore era quello che il principio richiamato - che all'epoca stava per essere accolto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare con riguardo alle risorse dei fondali oceanici - obbligasse gli Stati dotati della necessaria tecnologia per raggiungere la luna e sfruttarne le eventuali risorse naturali a ripartire i proventi dello sfruttamento con gli altri Stati.

martedì 2 ottobre 2007

Birmania, la scoperta dell'acqua calda

Nell'ultima settimana la cosiddetta "comunità internazionale" si è improvvisamente accorta che qua e là per il mondo esistono dittature che opprimono il popolo dello Stato sotto il loro controllo. Hanno, insomma, scoperto l'acqua calda.

UN PO' DI STORIA - Indipendente dalla Gran Bretagna dal 1948, la Birmania è stata governata per oltre un quarto di secolo (1962-1988) dalla dittatura militare di stampo socialista del generale Ne Win. La "Via Birmana al Socialismo" di Ne Win passa attraverso l'accentramento del potere in un partito unico, la nazionalizzazione delle imprese e la soppressione della stampa indipendente. Il Paese sprofonda in una drammatica crisi economica e sociale e iniziano le rivolte delle guerriglie indipendentiste ai confini orientali.
Nel 1988 scoppiano le prime proteste popolari delle opposizioni e delle minoranze vittime della politica razzista del regime (dominato dalla popolazione maggioritaria birmana). La nuova giunta militare al potere, Consiglio per il Ripristino della Legge e dell'Ordine dello Stato (Slorc), reagisce uccidendo e arrestando migliaia di persone e ricorrendo sistematicamente alla tortura. Aung San Suu Kyi, leader del principale partito d'opposizione, la Lega Nazionale per la Democrazia (Nld) - e premio Nobel per la Pace nel 1991 - viene messa agli arresti domiciliari (vi resterà fino al 1995). Nell'89 i generali cambiano il nome della Birmania in Myanmar e della sua capitale Rangoon in Yangon. In seguito a una crescente pressione internazionale, i militari al potere consentono libere elezioni multipartitiche nel 1990. L'opposizione del Ndl ottiene una vittoria schiacciante, ma la giunta decide di annullare il voto e riprendere il potere.
Lo Slorc, capeggiato dal generale Saw Maung, impone la legge marziale, incarcera tutti gli oppositori politici e intensifica la persecuzione delle popolazioni karen e shan. Per combattere i loro movimenti indipendentisti che contendono a Yangon il controllo del Triangolo d'oro (le regioni di frontiera con Thailandia, Laos e Cina ricche di piantagioni d'oppio e crocevia del narcotraffico internazionale) la giunta scatena un vero e proprio genocidio, con massacri di civili e deportazioni di massa. Gli eserciti di Myanmar e Thailandia si scontrano sulle frontiere: Yangon accusa Bangkok di appoggiare le milizie secessioniste, e Bangkok rimprovera a Yangon di essere direttamente responsabile del massiccio traffico di droga verso il proprio territorio.
Nel 1997 la rinnovata pressione della comunità internazionale costringe la giunta militare ad alcune concessioni. Ma i cambiamenti promossi dal generale Than Shwe, succeduto nel '92 a Saw Maung, sono solo di facciata. Il Myanmar esce in parte dal suo isolamento internazionale entrando nell'Asean (Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico) e lo Slorc si rinomina Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo (Spdc). L'obiettivo è quello di ottenere la fine delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti con le accuse al governo birmano di violazione dei diritti umani (molto interessante è una scheda di Amnesty international). La giunta continua di fatto a impedire l'attività politica dell'opposizione e San Suu Kyi, liberata nel '95, torna agli arresti domiciliari nel 2000.
All'inizio del nuovo millennio Myanmar sfiora la guerra con Thailandia e Bangladesh e perde il sostegno incondizionato della Cina. Bangkok e Pechino non vedono più di buon occhio le attività del Triangolo d'oro controllato da potenti signori della guerra e della droga e in cui si incrociano gli interessi dei governi e delle milizie di confine. La diplomazia prova a risolvere le controversie con una serie di visite illustri: a Yangon arrivano il primo ministro thailandese Thaksin Shinawatra e il presidente cinese Jiang Zemin. Nel 2002 Myanmar ufficializza i rapporti con la Russia avviando un progetto comune di ricerca nucleare.
Nel giugno 2002 Suu Kyi, appena liberata, compie il suo primo viaggio in provincia. Ma dopo aver tentato invano d'instaurare un dialogo tra Nld e giunta, nel maggio 2003 viene nuovamente arrestata. Nel 2003 il presidente degli Stati Uniti George Bush rinnova le sanzioni economiche, i rapporti con la Thailandia restano tesi e l'Unione Europea non include il Myanmar tra i paesi a emergenza umanitaria.

GLI ULTIMI SVILUPPI - La cronaca di questi giorni è sotto gli occhi di tutti e, anche per questo motivo non è mia intenzione stare qui a ripercorrerla. Del resto ci sono siti come peacereporter che offrono informazioni in materia molto più dettagliate di quelle che posso fornire io.
Quello che, invece, mi interessa è cercare di convincere chi legge di queste cose che la giunta militare non ha certo fatto tutto da sola. Non dovrebbe, infatti, essere un mistero che la Birmania dopo la sua indipendenza si ritrova stretta in una morsa tra due giganti regionali come India e Cina. Se la protesta dell'88 soffocata in un immenso lago di sangue non fece e non ha fatto più notizia è perché ha fatto comodo così. Cina e India hanno, infatti, potuto fare il loro comodo acquistando oro, rubini, zaffiri, petrolio, sfruttando le immense foreste di tek (o teak) e circa 60 tipi di raccolti tra cui riso, grano e the: il Myanmar è uno scrigno di risorse con una popolazione rurale tra le più povere al mondo (cliccare sulla cartina - anche se un po' datata - per ingrandirla e vedere nel dettaglio le maggiori risorse presenti). Oggi, invece, i cinesi non sono affatto contenti e hanno fatto pressione sulla giunta affinché, per lo meno, non si vengano a sapere notizie certe sul bilancio e sulla fine dei morti. Motivo: alla vigilia delle olimpiadi Pechino non vuole di certo rovinare il clima dell'evento che porterà la Cina nell'ambito del palcoscenico globale.

IPOCRISIA - Anche dalla stampa occidentale non c'è poi da aspettarsi molto: ora che la notizia è 'calda' tutti ne parlano, ma fra qualche tempo è certo che non se ne saprà più niente, almeno per il grande pubblico e per chi non continuerà ad informarsi. Spuntano, così, sui giornali italiani articoli a dir poco ipocriti che, in un certo senso, sembrano semplicisticamente addossare un po' della colpa di quello che succede ai turisti che, viaggiando in Birmania, finanzierebbero di fatto la dittatura.
Personalmente, non credo che non andare in Birmania abbia molto senso. Certo gli introiti vanno alla giunta, ma sarebbe come far scendere quella povera gente nel dimenticatoio, dove tra l'altro si trovava anche prima dell' attuale e improvvisa scoperta del mondo di una situazione insostenibile. Credo, nonostante tutto, che il turismo (almeno un certo tipo di turismo) possa contribuire a fornire un minimo reddito anche a quella povera gente. Che, oltretutto, venendo a contatto con persone che vivono al di fuori della loro realtà, possono rendersi conto di come si vive in altre parti del mondo e, tramite questa via, acquisire maggiore consapevolezza sulla loro orribile condizione.
Io punterei piuttosto il dito contro i cinesi e gli indiani, contro multinazionali come Total e Unocal, su paesi come la Thailandia, Israele e la stessa Italia che rimpinguano la giunta di armi (alla faccia delle sanzioni), sugli affaristi della catena di gioielli Tiffany (che si sono subito preoccupati di far sapere al mondo che loro non comprano pietre preziose dalla Birmania - si certo...come in Angola, Namibia o Ruanda, ma chi ci crede?) o sui soliti stupidi presidenti Usa che comminano sanzioni economiche (Clinton '97 e Bush '03) credendo di mettere i militari in difficoltà. E, invece, contribuiscono soltanto ad uccidere quella povera gente. Certo, è apprezzabile sapere che ci sono visitatori scrupolosi che si informano su come evitare di dare i loro soldi ai dittatori, ma non siamo ipocriti: questi signori possono fare i loro interessi perché ci sono i furfanti su citati (qui una lista di ditte che fa affari con il regime) che traggono da loro immensi profitti. E permettono, di converso, anche al regime di farne. Molto più consistenti di quelli che la giunta riesce a realizzare con il turismo.

venerdì 28 settembre 2007

Hip Hop nostrano: comunicazione ed espressione del sociale

Tra le espressioni musicali nostrane, un posto d'onore lo occupa un giovane cantante Hip Hop di Ascoli Piceno, Kenzie Kenzei. Parole semplici e dirette sapientemente accompagnate da un ritmo accantivante perfino per chi, come me, non è un patito di questo genere. Una delle canzoni più belle di questo artista è sicuramente "In questa city": una sorta di urlo disperato per ciò che le piccole città di provincia non offrono ai loro giovani abitanti. Ma Kenzie ha trovato ugualmente il modo di ritagliarsi il suo mondo e di imprimere una nuova svolta generazionale. E ce ne ha fatti partecipi.



- MySpace di Kenzie Kenzei;
-
Fomenta a roppe (il demo scaricabile);
- Intervista a Kenzie Kenzei (su Ascoli da Vivere).

La politica ha già troppi 'grilli'

Il V-day di Beppe Grillo ha alzato un polverone che ancora non accenna a placarsi, rintuzzato dalle trasmissioni politiche dei salotti tv che ripropongono le immagini del live di Bologna dopo aver snobbato il fenomeno nei giorni prima e nel giorno stesso della manifestazione. Ho una personale simpatia per Grillo dovuta alle sue qualità di comico e condivido quello che dice e le battaglie che porta avanti. Il successo che ha avuto il V-day è figlio di una serie di caratteristiche: la notorietà di Grillo e la sua verve comica lo hanno reso un ottimo catalizzatore, spingendo le persone ad informarsi; la drammaticità del rapporto tra classe politica e società civile, ormai degenerato, ha costituito la base del consenso comune costruito l'8 settembre, un consenso trasversale proveniente dagli elettori di tutti gli schieramenti politici - anche se in maggioranza di sinistra; infine, la potenza di internet ha reso il tutto largamente fruibile ad un variegato pubblico e facilmente gestibile in termini di numeri da parte di chi coordinava la protesta.
Gli effetti li abbiamo visti tutti: panico. Poi Grillo è stato, ovviamente, messo alla gogna, fatto oggetto di una campagna diffamatoria per parole mai dette o concetti mai espressi e, addirittura, definito come un terrorista. Sono rimasto molto meravigliato dal fatto che non gli sia ancora stato affibbiato uno di quegli appellativi che vanno tanto di moda, come ad esempio "il nuovo ahmadinejad", colui che vuole cancellare i partiti dalla mappa istituzionale italiana.
L'elité politica l'ha presa male - non tollera che un mortale possa muovergli delle critiche - ma ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco e, infatti, sostazialmente tutti hanno ammesso di essere d'accordo con Grillo, pur non condividendo il suo linguaggio e il suo tono populistico. Puntualmente è arrivata la trappolina: le idee di Grillo sono giuste, ma se vuole attuarle deve scendere in politica, deve confrontarsi con le istanze che fanno capo ad i partiti. La politica ha insomma già strumentalizzato l'evento per mezzo di quella che è la sua stessa essenza. Se non puoi distruggerlo, fattelo amico, portalo sul tuo stesso terreno putrido in modo che diventi marcio a sua volta. Del resto, la politica annovera tra le sue fila già troppi 'grilli' che saltellano indisturbati da ormai troppo tempo tra una poltrona ed un'altra, aiutati dal vento che una volta tirà di là e una di qua.
Non so se Grillo deciderà di scendere nell'arena politica del paese. Senza dubbio, se starà al gioco ne verrà progressivamente plasmato e assimilato nei propri torbidi ingranaggi. Preferisco pensare che Grillo voglia portare avanti quello che si è dimostrato un ottimo strumento per incutere paura alla classe politica e spingerla ad un radicale cambiamento. Un gruppo di pressione che può giocare un ruolo fondamentale nella riappropriazione della democrazia da parte del popolo. Ma fuori dal potere politico, per l'interesse comune.

martedì 18 settembre 2007

Censura a stelle&strisce


Andrew Mayer, uno studente universitario di 21 anni, è stato arrestato e immobilizzato con una pistola laser (il Taser) durante un dibattito all'università della Florida, ieri 17 settembre. Motivo: usando il microfono che era stato messo a disposizione degli studenti, aveva iniziato a rivolgere una serie di domande al democratico Kerry, sconfitto da George W. Bush nel 2004 nella corsa alle presidenziali. Alcune anche scomode: "Perché non ha chiesto l'impeachment di Bush?", e ancora "Ha mai fatto parte della società segreta Skull & Bones?". Il filmato parla da solo e sta suscitando molte polemiche. "Ha usato il tempo massimo a disposizione, nonostante gli avessimo chiesto di terminare il suo intervento - ha dichiarato il portavoce dell'università Steve Orlando - Gli abbiamo dapprima tolto l'audio, poi ha iniziato a diventare nervoso". La stessa Università ha avviato un'indagine interna per cercare di capire se sono state seguite tutte le procedure del caso, in particolare riguardo all'uso del Taser. Prevista la mobilitazione e la protesta degli studenti, come annunciato dal sito di Mayer, per chiedere la sua liberazione immediata.

venerdì 14 settembre 2007

Maiale: quando Calderoli si guarda allo specchio

Calderoli lo conosciamo tutti. Sappiamo che è un mago di porcate. Dall'apostrofare Rula Jebreal (donna bellissima e valida giornalista) come "signora abbronzata", fino alla maglietta con le famose vignette su Muhammad (gesto che provocò 11 morti e 25 feriti al consolato italiano a Bengasi), passando per la legge elettorale (ministro proponente) da lui stesso poi definita "porcata". Quindi, non sorprende più di tanto che si inserisca nel difficile dibattito sulla costruzione di una nuova moschea a Bologna (sostituirebbe quella attuale) con l'idea del maiale-day: una bella passeggiata col suo maiale sul luogo dove la moschea dovrebbe essere costruita.
"A fronte dell'inversione di rotta dell'amministrazione comunale bolognese - ha detto Calderoli - che ha dato il via libera alla realizzazione di una nuova grande moschea, metto personalmente fin da subito a disposizione del comitato contro la moschea sia me stesso che il mio maiale per una passeggiata sul terreno dove si vorrebbe costruire la moschea". Non solo. Al maiale-day dovrebbero aggiungersi concorsi e mostre "per i maiali da passeggiata più belli da tenersi nei luoghi dove chiunque pensi di edificare non un centro di culto ma il potenziale centro di raccolta di una cellula terroristica". Calderoli, che ha dichiarato di voler aderire allo sciopero della pasta e che mangerà maiale per far dispetto agli islamici che seguono il Ramadan, ha la palese intenzione di ripetere quello che aveva fatto a Lodi dove il terreno venne considerato infetto e non piu' edificabile.
Si pone ora il problema di capire se Calderoli ha così tanta familiarità coi maiali perché tra i maiali ci vive o se è semplicemente avvezzo ad avere un porco al guinzaglio, come fosse un cane - è proprio vero che il cane è lo specchio del padrone! Comunque vada a finire, c'è da chiedersi se George Orwell nella "Fattoria degli animali" pensasse a Calderoli quando scriveva che ad un certo punto i maiali e gli uomini non si distinguevano più l'uno dall'altro.
Se così fosse, dovrebbe un po' di scuse ai maiali...

mercoledì 12 settembre 2007

L'altro 9/11: Santiago del Cile, 11 settembre 1973

L'11 settembre 1973 in Cile si verificò un colpo di stato da parte dell'esercito - con l'evidente aiuto americano - con il tentativo (riuscito) di rovesciare il governo democraticamente eletto di Salvador Allende, che stava operando in modo egregio a vantaggio del popolo cileno, con una serie di riforme storiche - compresa la nazionalizzazione dell'industria del rame, a svantaggio delle companies - ma andava sempre più costituendo un fastidio per i vertici dell'impero. I quali - Nixon e Kissinger - non trovarono di meglio da fare che appoggiare un golpe sfociato in una ferrea dittatura lunga 17 anni, quella di tale Augusto Pinochet.
Ieri ho visto pagine e pagine dei nostri più importanti quotidiani dedicate all'11 settembre, ma nessuna riguardava quello cileno. L'unico accenno era del Manifesto che, in un minuscolo trafiletto, informava di tensioni create in Cile dalle manifestazioni in ricordo di quel giorno, per l'intenzione di sfilare fino alla statua di Allende alla Moneda (nella foto). La Bachelet ha comunque garantito che i manifestanti sarebbero potuti arrivare fino all'altro monumento dedicato ad Allende, in Plaza Independencia. Anche se non se ne parla, il fantasma di quell'uomo fa ancora una certa paura a 34 anni dalla sua morte.

PER APPROFONDIRE:

* Gabriel Garcia Marquez a informationguerrilla.org.
* scaricare da emule il documentario "Salvador Allende - storia di una democrazia negata".

9/11, il tremendo dubbio mondiale

L'11 settembre 2001 mi trovavo a Perugia (dove frequentavo l'università) in uno studio oculistico quale semplice accompagnatore della mia ex-ragazza (la paziente) quando una tv accesa nella sala d'aspetto mi fece apprendere quello che stava succedendo a New York. La prima reazione fu quella di pensare - se vogliamo anche un po' cinicamente - che dopo tante malefatte era logico attendersi una sorta di contrappasso. Reazione inevitabilmente mutata dal susseguirsi degli eventi che rendevano la situazione tragica. Le valutazioni nei giorni seguenti le ho dedicate a quali effetti avrebbe portato un simile avvenimento: probabili guerre e tensioni, crisi economica, aumento vertiginoso del petrolio, morti e ingiustizie di ogni genere. Tutti puntualmente verificatisi. Mai avrei, però, pensato di assistere ad un'erosione delle garanzie costituzionali in difesa dei cittadini come quella che sta avendo luogo negli ultimi anni, con misure coercitive sempre più pressanti e facilmente giustificabili agitando lo spettro del terrorismo. Lo stato d'emergenza giustifica la violazione del diritto: è questo l'effetto meno pubblicizzato del 9/11.
In questi giorni, come nei precedenti anni, infuria la polemica tra ufficialisti e complottisti, rispettivamente chi accetta e chi rifiuta la ricostruzione fatta dal governo USA. La lascio ad altri, come quella che coinvolge l'ultimo video di Bin Laden (vero o falso?). Preferisco concentrarmi su cosa poteva fare il governo statunitense dopo l'11 settembre: raccogliere la solidarietà del mondo e rispondere alla violenza subita non lasciando impuniti i colpevoli, ma lavorare per la riapertura di un dialogo civile con il mondo (quello arabo) che attentatori e mandanti pretendevano senza titolo di rappresentare. E così quella che doveva essere una rapida vendetta per sanare la ferita subita si è trasformata in ciò che non ha mai smesso di farla sanguinare.

lunedì 10 settembre 2007

Pax americana


fonte: il manifesto

venerdì 7 settembre 2007

La questione nucleare: 60 anni di (non) proliferazione

1. Dal punto di vista del diritto internazionale la questione nucleare è regolata dal Trattato di non proliferazione (TNP); firmato il 1° luglio 1968 con l’evidente obiettivo da parte delle due superpotenze di mantenere sotto controllo il rispettivo blocco, esso divideva, di fatto, il mondo in due: da una parte i paesi autorizzati ad avere l’atomica – quelli che avevano già fatto esplodere un ordigno di questo tipo in data anteriore al 1° gennaio 1967 [1], ai quali viene vietato di aiutare altri paesi a svilupparne – e dall’altra tutti gli altri, che, oltre a non potersene dotare, hanno l’obbligo di mettere tutte le loro istallazioni nucleari sotto il controllo dell’ Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). Malgrado gli evidenti difetti e le notevoli carenze, il TNP ha funzionato abbastanza bene fino al crollo dell’ex-URSS - nonostante già molti paesi avessero sfruttato la mancanza di regolamentazione precedente ad esso per sviluppare un loro autonomo programma – ma non ha, purtroppo, ricevuto quell’applicazione integrale che avrebbe permesso la limitazione del numero degli Stati possessori di testate atomiche a cinque: se vi fosse stata la ricerca di un ampio consenso della comunità internazionale, infatti, si sarebbe forse potuto prevedere anche un meccanismo di verifica efficace e trasparente, realmente accettato da tutti.
Invece, l’organismo adibito a verificare il rispetto degli obblighi assunti dagli Stati firmatari, l’AIEA, ha dovuto lavorare, fin dall’inizio in condizioni piuttosto difficili e senza troppa autonomia. Gli ispettori possono, infatti, recarsi solo in quei paesi, già membri del trattato, che abbiano firmato (e ratificato) con l’Agenzia stessa un accordo particolare che precisa diritti e doveri. L’accesso ai diversi impianti da parte degli ispettori è poi limitato da numerose disposizioni amministrative: per esempio, devono prima sollecitare un visto il cui rilascio può richiedere tempi lunghi e solo in seguito sono autorizzati ad ispezionare uno stabilimento per un tempo minuziosamente calcolato, variabile a seconda della natura delle attività e della quantità di uranio o di plutonio presenti nel sito. È, poi importante sottolineare che tutte le regole alle quali gli ispettori devono sottostare sono state definite nel 1971, non dai funzionari dell’Agenzia, che avrebbero potuto precisare di cosa avevano bisogno per compiere la loro missione, ma dai rappresentanti degli Stati, in particolare da quelli dei paesi che all’epoca erano i più avanzati nel settore nucleare: conseguenza di ciò è stato il tentativo di limitare al massimo gli obblighi che i controlli avrebbero potuto comportare per le proprie nazioni. Così, il meccanismo di controllo è stato basato su quanto liberamente dichiarato da gli Stati: gli ispettori hanno accesso solo agli impianti dichiarati e il loro compito consiste nell’assicurarsi che tutti i materiali fissili entrati siano stati utilizzati per scopi pacifici, senza verificare l’esistenza di installazioni tenute in qualche modo nascoste.

2. I primi ad aver sviluppato la tecnologia necessaria alla costruzione di una testata atomica (ed anche i primi e gli unici ad averne fatto un uso offensivo) sono stati gli Stati Uniti, il cui programma risale agli inizi degli anni Quaranta. In questa prima fase si preferì non diffondere informazioni per evitare che anche la Germania nazista potesse raggiungere un livello tecnologico sufficiente; dopo il 1945, al contrario, venne inaugurata la cosiddetta politica degli “atomi per la pace”: se la ricerca atomica era usata per scopi pacifici, gli USA avrebbero fornito ai paesi interessati il know-how necessario, a patto poi che essi fossero stati capaci di sviluppare i propri programmi in maniera autonoma. L’avvenimento che fece comprendere a tutti la gravità di questo errore fu rappresentato dalla crisi di Cuba del 1962: l’essere andati così vicini ad uno scontro nucleare fece capire che il sistema della reciproca deterrenza non poteva da solo garantire la sicurezza mondiale. I primi passi furono sicuramente difficili se si pensa che il trattato entrò in vigore solo nel 1970 [2] grazie a paesi quali Irlanda, Danimarca, Canada, Svezia e Messico – che vedevano nel TNP lo strumento per ridurre il rischio di proliferazione nucleare indiscriminata – o a quelli che pensavano che non avrebbero mai potuto sviluppare un loro programma autonomo – tra cui Iraq, Iran e Siria, tra i primi a firmare. Tra gli Stati ad opporre un’iniziale resistenza è da menzionare anche l’Italia, che ratificherà il Trattato solo nel 1979 – quando il numero dei paesi sottoscrittori aveva ormai superato le cento unità - insieme agli accordi che avrebbero permesso l’istallazione di basi e di missili americani, famosi perché non passati, come la Costituzione imporrebbe, all’esame del Parlamento.
Nello stesso ambito del TNP, e seguendo lo spirito prodotto dalla cosiddetta distenzione, si colloca la prima fase delle trattative tra Usa e Urss per la limitazione delle armi strategiche (Strategic Arms Limitation Talks – SALT), processo che, al di là della carta, non porterà a risultati accettabili. Il SALT I si concluse nel 1972 con la firma di due distinti accordi: il primo riguardava i missili antimissile, il secondo fissava il numero dei vettori consentiti a quelli già esistenti e in possesso delle due superpotenze, senza distinguere tra quelli installati a terra, sulle navi o nei sottomarini. Con l’accordo SALT II del 1979 venne ulteriormente abbassato il limite al numero dei vettori e decisa la distruzione di quelli in eccedenza, senza peraltro che nessun organismo internazionale vi presenziasse - e quindi fosse in grado accertare l’avvenuta distruzione.
Nel 1982, dopo una fase di stallo nelle trattative, Ronald Reagan avanzò la proposta di un accordo (Strategic Arms Reduction Talks – START) che avrebbe dovuto ridurre il numero di armi installate nelle basi terrestri, un settore dell’armamento missilistico in cui i sovietici avevano raggiunto una certa superiorità. Solo nel dicembre 1987, però, vi fu un’accelerazione dei colloqui grazie al vertice Reagan-Gorbaciov, dal quale scaturì la firma di un trattato sul dimezzamento delle armi offensive a medio raggio, cosa che denotava come i tempi non fossero ancora perfettamente maturi. Bisognerà, infatti, aspettare il luglio 1991 con il vertice Bush Sr.-Gorbaciov per la firma dello START I, accordo che prevedeva la distruzione del 25% degli arsenali nucleari di Usa e Urss, e il 1993 per lo START II, firmato dallo stesso Bush Sr. e da Boris Eltsin, contenente l’obiettivo della distruzione di tre quarti delle armi nucleari possedute non solo dalle due potenze, ma anche dall’Ucraina, dalla Bielorussia e dal Kazakistan.

3. Nel 2003 il TNP è arrivato a contare 189 membri [3]. Tra di essi non figurano India, Pakistan e Israele i quali si sono sempre rifiutati di aderire e non hanno accettato neanche il TICE, il Trattato di proibizione totale delle sperimentazioni nucleari, fortemente voluto dagli Stati Uniti a metà anni Novanta come completamento del TNP stesso: i primi due hanno fatto esplodere i loro primi ordigni nel 1998 e continuano con la produzione di materiale a tal uso, mentre Israele, pur non avendo mai effettuato esperimenti, è accreditata dai maggiori analisti di 200 testate atomiche. L’Argentina e il Brasile avevano promosso, negli anni Settanta e Ottanta, dei programmi di ricerca con obiettivi chiaramente militari, non venendo per questo in contraddizione con i loro obblighi internazionali, dal momento che all’epoca non avevano ancora firmato il Trattato di non proliferazione. Entrambi abbandonarono i progetti militari alla fine degli anni Novanta e aderirono al TNP, rispettivamente nel 1995 e nel 1998: vi rinunciarono non perché la loro sicurezza esterna fosse meglio garantita che nel passato, ma perché un regime democratico aveva sostituito le dittature militari al potere. Simile il percorso del Sudafrica che negli stessi anni fabbricò, in modo del tutto lecito e senza che l’AIEA potesse intervenire, una mezza dozzina di ordigni nucleari, poi smantellati nel 1991, poco prima di abbandonare il regime di apartheid e di aderire al Tnp.
Accanto a ciò avviene, però, che nazioni come Germania e Giappone, pur non disponendo di testate atomiche o di specifici programmi nucleari di stampo militare, hanno accumulato negli anni enormi quantitativi di uranio e plutonio, tanto da riuscire potenzialmente ad assemblare ordigni in pochissimo tempo. La presenza a Tokyo di un governo decisamente nazionalista e di una diversa opinione pubblica nel paese del Sol Levante ha già fatto sentire i suoi primi effetti, con l’intenzione ventilata dal premier Shinzo Abe di una riforma in senso militarista della Costituzione del 1947.

4. Nonostante alcuni successi, paradossalmente, il TNP ha ricevuto il colpo di grazia proprio in occasione della Conferenza (1995) che decise di mantenerlo in vigore, sostanzialmente fallita a causa degli Stati Uniti e delle altre potenze. Da quasi quarant’anni, infatti, i cinque Stati del ‘club nucleare’, non a caso anche i primi esportatori mondiali di armi convenzionali, si guardano bene dall’incoraggiare un disarmo generale e lamentano i mancati progressi – dovuti ovviamente al comportamento di altri - per ignorare cinicamente gli impegni da loro assunti: gli Stati Uniti parlano regolarmente di produrre nuovi ordigni nucleari. Di più: le armi nucleari non costituiscono più una categoria separata dell’arsenale americano, ma sono integrate nell’insieme delle armi offensive, utilizzabili allo stesso titolo di qualsiasi altra arma, ed è già stato avviato il reclutamento di una nuova generazione di specialisti nel settore delle armi per rimpiazzare quella che andrà in pensione, la sostituzione dei missili intercontinentali nel 2020, dei sottomarini nel 2030, e dei bombardieri nel 2040. Il che sta ad indicare che l’armamento americano è concepito per una durata indefinita e in ogni caso fino alla fine del secolo.
La politica di non proliferazione è stata profondamente indebolita, quindi, proprio dalla grande ipocrisia con cui i cinque Stati dotati di armi nucleari ignorano i loro obblighi di disarmo: conservando oggi arsenali così ricchi, essi di fatto incoraggiano gli altri paesi ad imitarli. La disaffezione all’idea di non proliferazione si è manifestata, del resto, in maniera clamorosa nel corso della Conferenza di revisione del trattato, nel giugno 2005: invece di manifestare unanime riprovazione contro chi inganna, gli Stati partecipanti si sono lasciati senza aver trovato neanche un minimo accordo, a testimonianza di un mondo diviso, disilluso, disorientato. Più alto è il numero dei paesi che dispongono di armi nucleari, più grande è il rischio che siano usate deliberatamente, non per dissuadere, ma per annientare, o che, per errore, si scateni un conflitto, o che un paese bombardi a scopo preventivo le installazioni dei suoi avversari, o ancora che armi o materiali fissili cadano in mano a gruppi criminali: la proliferazione nucleare è dunque uno dei pericoli più seri per il futuro dell’umanità.

5. La questione nucleare, prepotentemente tornata alla ribalta negli ultimi due anni e aggravata dalla minaccia del terrorismo internazionale, è molto complessa e deve necessariamente essere analizzata nei singoli scenari in cui essa si colloca. Quale dovrebbe essere, per esempio, la risposta di paesi come l’Iran e la Corea del Nord, inseriti – a torto o a ragione – nel cosiddetto ‘asse del male’ elaborato dall’amministrazione Bush? Memori di ciò che è accaduto all’Afganistan dei taliban e all’Iraq di Saddam (regimi sicuramente spregevoli, ma ugualmente spalleggiati a suo tempo dalla Casa Bianca e dalla CIA) non è forse una reazione scontata e per lo più pragmatica quella di dotarsi di un’arma atomica come deterrente verso possibili azioni militari? Se per la Corea del Nord il nucleare sembra assumere il carattere di ultimo rigurgito di un regime ormai entrato nella sua fase di inesorabile declino, tanto che gli esperimenti dello scorso anno hanno ricevuto aspre critiche perfino dagli alleati cinesi, per l’Iran la questione ha un significato molto più articolato. Senza ombra di dubbio il regime degli Ayatollah ha quale obiettivo ultimo quello di dotarsi dell’arma atomica: il sentimento di forte nazionalismo da sempre presente nella cultura persiana, la recente ascesa degli sciiti in tutto il mondo arabo – specchio del disastroso intervento compiuto dagli Usa in Iraq, paese a maggioranza sciita e per molti anni governato dalla minoranza sunnita – e il senso di accerchiamento imposto dalle truppe a stelle e strisce alla Repubblica Islamica hanno favorito una rapida escalation.
È del tutto ovvio che possedere la tecnologia sufficiente alla costruzione di testate atomiche, in combinazione all’enorme influenza di cui godono gli sciiti iraniani in Iraq - oltre che in Libano e sulle minoranze delle petro-monarchie del Golfo, Arabia Saudita in testa - collocherebbe l’Iran in una posizione di assoluto dominio nell’area del cosiddetto Greater Middle East. Senza contare che le pur denigrabili esternazioni antisioniste del Presidente Ahmadi-Nejad hanno fruttato all’ex sindaco di Teheran una crescente popolarità nel mondo musulmano, il che ha contribuito ad accrescere la visione degli sciiti quale unica forza in grado di resistere all’occupazione straniera, di contro al comportamento ‘collaborazionista’ della parte sunnita. Ciò è stato in particolare evidente nel conflitto libanese: Nasrallah è dipinto come il nuovo ‘saladino’ e Hizbollah – de facto pedina iraniana - ha ampliato il suo consenso popolare rispetto ad un governo di marca sunnita che, agli occhi del mondo arabo, non è stato in grado di difendere il paese da un’aggressione esterna. Al di là del ruolo strumentale rivestito dal Partito di Dio per gli interessi iraniani, è con la partita nucleare che si giocano gli equilibri su due dei teatri geopolitici più strategici dei prossimi decenni: sarà probabilmente la conclusione delle crisi nord-coreana e iraniana, se non proprio a mettere la parola fine, a delineare, per lo meno, lo scenario futuro. O, forse, no.

6. Per la Corea del Nord il paventare il possesso di armi nucleari rappresenta il tentativo di tenere in piedi il regime, camuffando la pesante crisi economica, e non costituisce, in realtà, il benché minimo pericolo per nessuno - e del resto è proprio degli ultimi giorni la notizia che Pyongyang ha definitivamente rinunciato al proprio programma. L'Iran - che forse potrebbe anche possedere tecnologia nucleare di basso livello, ma avrebbe bisogno di anni prima di riuscire a mettere in piedi almeno un progetto che possa definirsi serio - dal canto suo non sarebbe mai in grado di attaccare Israele con armi nucleari, dal momento che poi dovrebbe sopportare pesantissime ritorsioni: avere nel proprio arsenale una decina di testate nucleari significherebbe avere un potere di dissuasione contro attacchi dall'esterno, ma mai permetterebbe un first strike.
Ecco allora che il pericolo più grave per un' escalation della proliferazione degli armamenti può venire dall'insensata idea di piazzare missili intercettori in Polonia e radar nella Repubblica Ceca - da estendere ad Ucraina, Georgia (ricordate le rivoluzioni "arancione" e "delle rose"?) e anche all'Italia - nell'ambito del cosiddetto scudo spaziale. Cosa che ha destato - non a torto, aggiungerei - furibonde ire da parte del Cremlino. Putin ha immediatamente reagito prima con mosse dal vago sapore diplomatico - in sostanza se lo scudo non è uno strumento di offesa verso il suo paese, ma solo di difesa verso presunti attacchi iraniani, perché non piazzare i missili sul Caucaso invece che davanti alla Russia e in paesi ex-patto di Varsavia, ora neo-Nato? - e poi uscendo dai trattati ABM. I non sprovveduti, infatti, sanno benissimo che tale scudo non è altro che il tentativo da parte americana di garantirsi la possibilità di poter effettuare un attacco per primi e non certo quello di difendersi da improbabili - se non inesistenti - minacce altrui.

Note:

[1]
L’URSS fece esplodere la sua prima bomba A nel 1949 e la sua prima bomba H nel 1953; la Gran Bretagna ha sperimentato il suo primo ordigno a fissione nel 1952 e la sua prima bomba a fusione nel 1957; le date per la Cina sono rispettivamente il 1964 e il 1967; la Francia (1960 e 1968) fornì inoltre nel 1956 ad Israele il reattore e l’impianto di ritrattamento di Dimona, mentre il Canada, che non ha mai fatto esplodere ordigni, ha venduto all’India nel 1955 il reattore ad acqua pesante con il quale è stato prodotto il plutonio necessario alla costruzione della sua prima bomba. In riferimento alla cronologia della prima esplosione si hanno nell’ordine USA, URSS, Gran Bretagna, Francia e Cina; contrariamente, però, ad un’idea molto diffusa, non c’è alcun legame tra lo status di Membro Permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e quello di Stato facente parte del “club atomico”: i Membri Permanenti sono i vincitori della seconda guerra mondiale, mentre gli Stati autorizzati ad avere armi nucleari sono quelli che possedevano la bomba alla data di stipulazione del TNP.
[2] Il testo del Trattato condiziona la sua entrata in vigore alla firma e alla ratifica di almeno 40 Stati.
[3] La cifra va corretta a 188 se si considera che proprio nel 2003 la Corea del Nord ha deciso di ritirarsi dal Trattato; ad ogni modo gli altri paesi ritengono che il ritiro non sia accettabile, in quanto non conforme alle condizioni previste dal Trattato stesso per il recesso.