giovedì 29 novembre 2007
martedì 27 novembre 2007
Chiamiamo le cose con il loro nome
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martedì 20 novembre 2007
E voi la chiamate democrazia
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venerdì 16 novembre 2007
I risvolti delle ultime elezioni in Europa
L'UCRAINA TRA MOSCA E LA NATO - La storia recente dell'Ucraina prende le mosse dalla cosiddetta 'Rivoluzione arancione', quel movimento di protesta nato all'indomani delle elezioni presidenziali del 21 novembre 2004 che videro, in un primo momento, la vittoria del filo-russo Yanukovic - delfino dell'ex-presidente Leonid Kucma. Elezioni contestate dal filo-occidentale Yuscenko che denunciò brogli. A seguito delle proteste, la Corte Suprema ucraina invalidò il risultato elettorale e fissò nuove elezioni per il 26 dicembre. Questa volta ad uscirne vincitore fu proprio Yuscenko, con il 52% dei voti contro il 44% del suo sfidante. Yuscenko, preoccupato per il fatto che la coalizione di governo si sarebbe assicurata una maggioranza dei due terzi necessaria per annullare il proprio potere di veto, chiese, con il sostegno dell'opposizione, che il diritto dei singoli membri di una fazione parlamentare a sostenere la coalizione al governo fosse ritenuta contraria alla Costituzione. La seguente decisione di Yuscenko (2 aprile 2007) di firmare un decreto per sciogliere il parlamento e indire nuove elezioni legislative - poi bocciato dall'assemblea - ha scatenato le proteste del premier Yanukovic e dei suoi sostenitori.
POLONIA: SPERANZA CONTRO RISENTIMENTO - In uno dei più popolosi paesi europei - di recente entrato nell'Unione - alle elezioni legislative si è imposta la formazione liberale PO (41,51%), guidata da Tusk, contro il PIS dei gemelli Kaczynski (32,11%), uno dei quali, Lech, resterà presidente fino al 2010. La formazione vincitrice ha iniziato il giro delle consultazioni per formare un governo di coalizione insieme ad altre forze di centrosinistra. Il risultato è stato senza dubbio salutato come una grande svolta per il paese. Insomma, la Polonia della speranza si è schierata contro quella del risentimento.
SVIZZERA, POPULISMO E PAURA DELLO STRANIERO - La xenofobia, il populismo e il rifiuto dell'Europa sono, invece, gli ingredienti della vittoria elettorale di Blocher nel paese dei cantoni. All'interno del particolare sistema costituzionale svizzero, della sua forma di governo direttoriale (unico esempio rimasto al mondo in cui un collegio composto da più persone funge da Capo dello Stato e del Governo) e del meccanismo politico (in cui la stabilità è data da ampie coalizioni, a volte comprendenti anche diversi movimenti - la cosiddetta 'formula magica') l'Unione democratica di centro ha ottenuto quasi il 30% dei voti. In realtà di centro non ha proprio niente, connotandosi invece come partito di estrema destra con un programma pieno di elementi tipici dei nazionalisti e tendenze apertamente xenofobe: riduzione delle tasse, lotta contro burocrazia, immigrazione e diritto d'asilo, oltre ad una istintiva diffidenza verso l'Ue.
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mercoledì 14 novembre 2007
Con il calcio non c'entra niente
1. Ci sono molte cose gravi in quello che è successo la mattina dell’11 novembre sull’autostrada A1 all’altezza di Arezzo, in quello che ne sta conseguendo e in quello che ne conseguirà.E’ gravissimo che un agente di polizia estragga una pistola e cominci a sparare – foss’anche in aria – da distanza ragguardevole per un avvenimento del quale non conosceva nulla - senza quindi che vi fosse un’immediatezza del pericolo – che per di più si svolgeva dall’altra parte di un’autostrada a quell’ora trafficatissima.
Voglio sperare, per il bene di tutta la società, che l’esito di questa sconsiderata azione non fosse voluto. Ancor più grave è il modo con cui la situazione (sintetizzata nell'immagine sopra - fonte:corriere.it) è stata gestita dalle autorità, nonché l’ipocrisia con la quale è stata - e continua ad essere - commentata dai soliti interessi mediatici di parte.
Questa volta deve essere ben chiaro: il calcio, il tifo e i tifosi con quello che è successo sull’A1 non c’azzeccano niente. I tafferugli di Bergamo e la guerra di Roma sono un’altra cosa.
2. Tutta la gestione della vicenda da parte della pubblica autorità si presta a molti dubbi e solleva diverse critiche. La sensazione è che si sia voluto, almeno in un primo momento, cercare di manipolare e di coprire la verità.
A chi come la Meandri vorrebbe chiudere gli stadi, vietare le trasferte o sospendere temporaneamente i campionati di calcio per dare “un segnale forte” mi sento di dire che è perfettamente inutile: i soli colpiti sarebbero i veri appassionati e tifosi, insieme all’immagine italiana di quel fenomeno sociale che si chiama sport. Gli autori degli episodi di violenza dentro e fuori gli stadi non sono tifosi, sono solo delinquenti ai quali è stato permesso di appropriarsi di quello che una volta era un gioco, spalleggiati da società calcistiche (le connivenze le conosciamo tutti), interessi economici (penso agli sponsor e alle televisioni payperview) e potere politico eversivo, sembrerebbe di estrema destra.
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mercoledì 7 novembre 2007
La nuova "sinistra" e la censura fascista
Ricardo Franco Levi, braccio destro di Prodi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha scritto un testo per tappare la bocca a Internet. Il disegno di legge è stato approvato in Consiglio dei ministri il 12 ottobre. Nessun ministro si è dissociato. Sul bavaglio all’informazione sotto sotto questi sono tutti d’accordo.La legge Levi-Prodi prevede che chiunque abbia un blog o un sito debba registrarlo al ROC, un registro dell’Autorità delle Comunicazioni, produrre dei certificati, pagare un bollo, anche se fa informazione senza fini di lucro.I blog nascono ogni secondo, chiunque può aprirne uno senza problemi e scrivere i suoi pensieri, pubblicare foto e video.L’iter proposto da Levi limita, di fatto, l’accesso alla Rete.Quale ragazzo si sottoporrebbe a questo iter per creare un blog?La legge Levi-Prodi obbliga chiunque abbia un sito o un blog a dotarsi di una società editrice e ad avere un giornalista iscritto all’albo come direttore responsabile.Il 99% chiuderebbe.Il fortunato 1% della Rete rimasto in vita, per la legge Levi-Prodi, risponderebbe in caso di reato di omesso controllo su contenuti diffamatori ai sensi degli articoli 57 e 57 bis del codice penale. In pratica galera quasi sicura.Il disegno di legge Levi-Prodi deve essere approvato dal Parlamento. Levi interrogato su che fine farà il blog di Beppe Grillo risponde da perfetto paraculo prodiano: “Non spetta al governo stabilirlo. Sarà l’Autorità per le Comunicazioni a indicare, con un suo regolamento, quali soggetti e quali imprese siano tenute alla registrazione. E il regolamento arriverà solo dopo che la legge sarà discussa e approvata dalle Camere”.Prodi e Levi si riparano dietro a Parlamento e Autorità per le Comunicazioni, ma sono loro, e i ministri presenti al Consiglio dei ministri, i responsabili.Se passa la legge sarà la fine della Rete in Italia.Il mio blog non chiuderà, se sarò costretto mi trasferirò armi, bagagli e server in uno Stato democratico.Ps: Chi volesse esprimere la sua opinione a Ricardo Franco Levi può inviargli una mail a : levi_r@camera.it.Fonte: www.beppegrillo.it
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domenica 28 ottobre 2007
The pot calls the kettle black
Da che pulpito viene la predica. Un giudice di Los Angeles ha negato all’Italia l’estradizione di un membro della famiglia mafiosa dei Gambino, sostenendo che il regime di detenzione 41bis a cui sarebbe con ogni probabilità destinato equivale a una forma di tortura e viola la convenzione dell’Onu in materia. Rosario Gambino, inseguito da un mandato di cattura italiano e ritenuto un esponente di spicco dell’omonimo clan di Cosa Nostra newyorchese, si trova attualmente in un centro di detenzione per immigrati a San Pedro, in California, dove è stato trasferito in seguito alla richiesta di estradizione. Il giudice federale D.D.Sitgraves però ha bloccato l’estradizione, accogliendo il ricorso del difensore di Gambino, Joseph Sandoval. L'agenzia federale statunitense per l'immigrazione ha presentato appello contro la decisione del giudice Sitgraves e Rosario Gambino resterà detenuto in attesa della revisione del caso.
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sabato 27 ottobre 2007
Abbiano almeno la decenza di pesare le parole che usano
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mercoledì 24 ottobre 2007
Evo Morales a Roma: per una democrazia dal basso
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domenica 7 ottobre 2007
Se la voglia di verità uccide: un ricordo di Anna Politkovskaja
Il 7 ottobre di un anno fa Anna Politkovskaja, giornalista investigativa russa, veniva trovata morta nell'ascensore di un palazzo di Mosca. Era appena rincasata. La pista immediatamente seguita - e anche l'unica plausibile - è stata quella dell'omicidio su commissione, anche se ancora oggi il mandante è sconosciuto. Bibliografia (edizioni italiane):
Altre letture:
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giovedì 4 ottobre 2007
Sputnik, il giorno che le potenze iniziarono a mettere le mani sullo spazio
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martedì 2 ottobre 2007
Birmania, la scoperta dell'acqua calda
Nell'ultima settimana la cosiddetta "comunità internazionale" si è improvvisamente accorta che qua e là per il mondo esistono dittature che opprimono il popolo dello Stato sotto il loro controllo. Hanno, insomma, scoperto l'acqua calda.Nel 1988 scoppiano le prime proteste popolari delle opposizioni e delle minoranze vittime della politica razzista del regime (dominato dalla popolazione maggioritaria birmana). La nuova giunta militare al potere, Consiglio per il Ripristino della Legge e dell'Ordine dello Stato (Slorc), reagisce uccidendo e arrestando migliaia di persone e ricorrendo sistematicamente alla tortura. Aung San Suu Kyi, leader del principale partito d'opposizione, la Lega Nazionale per la Democrazia (Nld) - e premio Nobel per la Pace nel 1991 - viene messa agli arresti domiciliari (vi resterà fino al 1995). Nell'89 i generali cambiano il nome della Birmania in Myanmar e della sua capitale Rangoon in Yangon. In seguito a una crescente pressione internazionale, i militari al potere consentono libere elezioni multipartitiche nel 1990. L'opposizione del Ndl ottiene una vittoria schiacciante, ma la giunta decide di annullare il voto e riprendere il potere.
Lo Slorc, capeggiato dal generale Saw Maung, impone la legge marziale, incarcera tutti gli oppositori politici e intensifica la persecuzione delle popolazioni karen e shan. Per combattere i loro movimenti indipendentisti che contendono a Yangon il controllo del Triangolo d'oro (le regioni di frontiera con Thailandia, Laos e Cina ricche di piantagioni d'oppio e crocevia del narcotraffico internazionale) la giunta scatena un vero e proprio genocidio, con massacri di civili e deportazioni di massa. Gli eserciti di Myanmar e Thailandia si scontrano sulle frontiere: Yangon accusa Bangkok di appoggiare le milizie secessioniste, e Bangkok rimprovera a Yangon di essere direttamente responsabile del massiccio traffico di droga verso il proprio territorio.
Nel 1997 la rinnovata pressione della comunità internazionale costringe la giunta militare ad alcune concessioni. Ma i cambiamenti promossi dal generale Than Shwe, succeduto nel '92 a Saw Maung, sono solo di facciata. Il Myanmar esce in parte dal suo isolamento internazionale entrando nell'Asean (Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico) e lo Slorc si rinomina Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo (Spdc). L'obiettivo è quello di ottenere la fine delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti con le accuse al governo birmano di violazione dei diritti umani (molto interessante è una scheda di Amnesty international). La giunta continua di fatto a impedire l'attività politica dell'opposizione e San Suu Kyi, liberata nel '95, torna agli arresti domiciliari nel 2000.
All'inizio del nuovo millennio Myanmar sfiora la guerra con Thailandia e Bangladesh e perde il sostegno incondizionato della Cina. Bangkok e Pechino non vedono più di buon occhio le attività del Triangolo d'oro controllato da potenti signori della guerra e della droga e in cui si incrociano gli interessi dei governi e delle milizie di confine. La diplomazia prova a risolvere le controversie con una serie di visite illustri: a Yangon arrivano il primo ministro thailandese Thaksin Shinawatra e il presidente cinese Jiang Zemin. Nel 2002 Myanmar ufficializza i rapporti con la Russia avviando un progetto comune di ricerca nucleare.
Nel giugno 2002 Suu Kyi, appena liberata, compie il suo primo viaggio in provincia. Ma dopo aver tentato invano d'instaurare un dialogo tra Nld e giunta, nel maggio 2003 viene nuovamente arrestata. Nel 2003 il presidente degli Stati Uniti George Bush rinnova le sanzioni economiche, i rapporti con la Thailandia restano tesi e l'Unione Europea non include il Myanmar tra i paesi a emergenza umanitaria.
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venerdì 28 settembre 2007
Hip Hop nostrano: comunicazione ed espressione del sociale
- MySpace di Kenzie Kenzei;
- Fomenta a roppe (il demo scaricabile);
- Intervista a Kenzie Kenzei (su Ascoli da Vivere).
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La politica ha già troppi 'grilli'
Il V-day di Beppe Grillo ha alzato un polverone che ancora non accenna a placarsi, rintuzzato dalle trasmissioni politiche dei salotti tv che ripropongono le immagini del live di Bologna dopo aver snobbato il fenomeno nei giorni prima e nel giorno stesso della manifestazione. Ho una personale simpatia per Grillo dovuta alle sue qualità di comico e condivido quello che dice e le battaglie che porta avanti. Il successo che ha avuto il V-day è figlio di una serie di caratteristiche: la notorietà di Grillo e la sua verve comica lo hanno reso un ottimo catalizzatore, spingendo le persone ad informarsi; la drammaticità del rapporto tra classe politica e società civile, ormai degenerato, ha costituito la base del consenso comune costruito l'8 settembre, un consenso trasversale proveniente dagli elettori di tutti gli schieramenti politici - anche se in maggioranza di sinistra; infine, la potenza di internet ha reso il tutto largamente fruibile ad un variegato pubblico e facilmente gestibile in termini di numeri da parte di chi coordinava la protesta.
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martedì 18 settembre 2007
Censura a stelle&strisce
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venerdì 14 settembre 2007
Maiale: quando Calderoli si guarda allo specchio
Calderoli lo conosciamo tutti. Sappiamo che è un mago di porcate. Dall'apostrofare Rula Jebreal (donna bellissima e valida giornalista) come "signora abbronzata", fino alla maglietta con le famose vignette su Muhammad (gesto che provocò 11 morti e 25 feriti al consolato italiano a Bengasi), passando per la legge elettorale (ministro proponente) da lui stesso poi definita "porcata". Quindi, non sorprende più di tanto che si inserisca nel difficile dibattito sulla costruzione di una nuova moschea a Bologna (sostituirebbe quella attuale) con l'idea del maiale-day: una bella passeggiata col suo maiale sul luogo dove la moschea dovrebbe essere costruita. 
Si pone ora il problema di capire se Calderoli ha così tanta familiarità coi maiali perché tra i maiali ci vive o se è semplicemente avvezzo ad avere un porco al guinzaglio, come fosse un cane - è proprio vero che il cane è lo specchio del padrone! Comunque vada a finire, c'è da chiedersi se George Orwell nella "Fattoria degli animali" pensasse a Calderoli quando scriveva che ad un certo punto i maiali e gli uomini non si distinguevano più l'uno dall'altro.
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mercoledì 12 settembre 2007
L'altro 9/11: Santiago del Cile, 11 settembre 1973
L'11 settembre 1973 in Cile si verificò un colpo di stato da parte dell'esercito - con l'evidente aiuto americano - con il tentativo (riuscito) di rovesciare il governo democraticamente eletto di Salvador Allende, che stava operando in modo egregio a vantaggio del popolo cileno, con una serie di riforme storiche - compresa la nazionalizzazione dell'industria del rame, a svantaggio delle companies - ma andava sempre più costituendo un fastidio per i vertici dell'impero. I quali - Nixon e Kissinger - non trovarono di meglio da fare che appoggiare un golpe sfociato in una ferrea dittatura lunga 17 anni, quella di tale Augusto Pinochet.Ieri ho visto pagine e pagine dei nostri più importanti quotidiani dedicate all'11 settembre, ma nessuna riguardava quello cileno. L'unico accenno era del Manifesto che, in un minuscolo trafiletto, informava di tensioni create in Cile dalle manifestazioni in ricordo di quel giorno, per l'intenzione di sfilare fino alla statua di Allende alla Moneda (nella foto). La Bachelet ha comunque garantito che i manifestanti sarebbero potuti arrivare fino all'altro monumento dedicato ad Allende, in Plaza Independencia. Anche se non se ne parla, il fantasma di quell'uomo fa ancora una certa paura a 34 anni dalla sua morte.
PER APPROFONDIRE:
* Gabriel Garcia Marquez a informationguerrilla.org.
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9/11, il tremendo dubbio mondiale
L'11 settembre 2001 mi trovavo a Perugia (dove frequentavo l'università) in uno studio oculistico quale semplice accompagnatore della mia ex-ragazza (la paziente) quando una tv accesa nella sala d'aspetto mi fece apprendere quello che stava succedendo a New York. La prima reazione fu quella di pensare - se vogliamo anche un po' cinicamente - che dopo tante malefatte era logico attendersi una sorta di contrappasso. Reazione inevitabilmente mutata dal susseguirsi degli eventi che rendevano la situazione tragica. Le valutazioni nei giorni seguenti le ho dedicate a quali effetti avrebbe portato un simile avvenimento: probabili guerre e tensioni, crisi economica, aumento vertiginoso del petrolio, morti e ingiustizie di ogni genere. Tutti puntualmente verificatisi. Mai avrei, però, pensato di assistere ad un'erosione delle garanzie costituzionali in difesa dei cittadini come quella che sta avendo luogo negli ultimi anni, con misure coercitive sempre più pressanti e facilmente giustificabili agitando lo spettro del terrorismo. Lo stato d'emergenza giustifica la violazione del diritto: è questo l'effetto meno pubblicizzato del 9/11.
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lunedì 10 settembre 2007
venerdì 7 settembre 2007
La questione nucleare: 60 anni di (non) proliferazione
Invece, l’organismo adibito a verificare il rispetto degli obblighi assunti dagli Stati firmatari, l’AIEA, ha dovuto lavorare, fin dall’inizio in condizioni piuttosto difficili e senza troppa autonomia. Gli ispettori possono, infatti, recarsi solo in quei paesi, già membri del trattato, che abbiano firmato (e ratificato) con l’Agenzia stessa un accordo particolare che precisa diritti e doveri. L’accesso ai diversi impianti da parte degli ispettori è poi limitato da numerose disposizioni amministrative: per esempio, devono prima sollecitare un visto il cui rilascio può richiedere tempi lunghi e solo in seguito sono autorizzati ad ispezionare uno stabilimento per un tempo minuziosamente calcolato, variabile a seconda della natura delle attività e della quantità di uranio o di plutonio presenti nel sito. È, poi importante sottolineare che tutte le regole alle quali gli ispettori devono sottostare sono state definite nel 1971, non dai funzionari dell’Agenzia, che avrebbero potuto precisare di cosa avevano bisogno per compiere la loro missione, ma dai rappresentanti degli Stati, in particolare da quelli dei paesi che all’epoca erano i più avanzati nel settore nucleare: conseguenza di ciò è stato il tentativo di limitare al massimo gli obblighi che i controlli avrebbero potuto comportare per le proprie nazioni. Così, il meccanismo di controllo è stato basato su quanto liberamente dichiarato da gli Stati: gli ispettori hanno accesso solo agli impianti dichiarati e il loro compito consiste nell’assicurarsi che tutti i materiali fissili entrati siano stati utilizzati per scopi pacifici, senza verificare l’esistenza di installazioni tenute in qualche modo nascoste.
2. I primi ad aver sviluppato la tecnologia necessaria alla costruzione di una testata atomica (ed anche i primi e gli unici ad averne fatto un uso offensivo) sono stati gli Stati Uniti, il cui programma risale agli inizi degli anni Quaranta. In questa prima fase si preferì non diffondere informazioni per evitare che anche la Germania nazista potesse raggiungere un livello tecnologico sufficiente; dopo il 1945, al contrario, venne inaugurata la cosiddetta politica degli “atomi per la pace”: se la ricerca atomica era usata per scopi pacifici, gli USA avrebbero fornito ai paesi interessati il know-how necessario, a patto poi che essi fossero stati capaci di sviluppare i propri programmi in maniera autonoma. L’avvenimento che fece comprendere a tutti la gravità di questo errore fu rappresentato dalla crisi di Cuba del 1962: l’essere andati così vicini ad uno scontro nucleare fece capire che il sistema della reciproca deterrenza non poteva da solo garantire la sicurezza mondiale. I primi passi furono sicuramente difficili se si pensa che il trattato entrò in vigore solo nel 1970 [2] grazie a paesi quali Irlanda, Danimarca, Canada, Svezia e Messico – che vedevano nel TNP lo strumento per ridurre il rischio di proliferazione nucleare indiscriminata – o a quelli che pensavano che non avrebbero mai potuto sviluppare un loro programma autonomo – tra cui Iraq, Iran e Siria, tra i primi a firmare. Tra gli Stati ad opporre un’iniziale resistenza è da menzionare anche l’Italia, che ratificherà il Trattato solo nel 1979 – quando il numero dei paesi sottoscrittori aveva ormai superato le cento unità - insieme agli accordi che avrebbero permesso l’istallazione di basi e di missili americani, famosi perché non passati, come la Costituzione imporrebbe, all’esame del Parlamento.
Nello stesso ambito del TNP, e seguendo lo spirito prodotto dalla cosiddetta distenzione, si colloca la prima fase delle trattative tra Usa e Urss per la limitazione delle armi strategiche (Strategic Arms Limitation Talks – SALT), processo che, al di là della carta, non porterà a risultati accettabili. Il SALT I si concluse nel 1972 con la firma di due distinti accordi: il primo riguardava i missili antimissile, il secondo fissava il numero dei vettori consentiti a quelli già esistenti e in possesso delle due superpotenze, senza distinguere tra quelli installati a terra, sulle navi o nei sottomarini. Con l’accordo SALT II del 1979 venne ulteriormente abbassato il limite al numero dei vettori e decisa la distruzione di quelli in eccedenza, senza peraltro che nessun organismo internazionale vi presenziasse - e quindi fosse in grado accertare l’avvenuta distruzione.
Nel 1982, dopo una fase di stallo nelle trattative, Ronald Reagan avanzò la proposta di un accordo (Strategic Arms Reduction Talks – START) che avrebbe dovuto ridurre il numero di armi installate nelle basi terrestri, un settore dell’armamento missilistico in cui i sovietici avevano raggiunto una certa superiorità. Solo nel dicembre 1987, però, vi fu un’accelerazione dei colloqui grazie al vertice Reagan-Gorbaciov, dal quale scaturì la firma di un trattato sul dimezzamento delle armi offensive a medio raggio, cosa che denotava come i tempi non fossero ancora perfettamente maturi. Bisognerà, infatti, aspettare il luglio 1991 con il vertice Bush Sr.-Gorbaciov per la firma dello START I, accordo che prevedeva la distruzione del 25% degli arsenali nucleari di Usa e Urss, e il 1993 per lo START II, firmato dallo stesso Bush Sr. e da Boris Eltsin, contenente l’obiettivo della distruzione di tre quarti delle armi nucleari possedute non solo dalle due potenze, ma anche dall’Ucraina, dalla Bielorussia e dal Kazakistan.
3. Nel 2003 il TNP è arrivato a contare 189 membri [3]. Tra di essi non figurano India, Pakistan e Israele i quali si sono sempre rifiutati di aderire e non hanno accettato neanche il TICE, il Trattato di proibizione totale delle sperimentazioni nucleari, fortemente voluto dagli Stati Uniti a metà anni Novanta come completamento del TNP stesso: i primi due hanno fatto esplodere i loro primi ordigni nel 1998 e continuano con la produzione di materiale a tal uso, mentre Israele, pur non avendo mai effettuato esperimenti, è accreditata dai maggiori analisti di 200 testate atomiche. L’Argentina e il Brasile avevano promosso, negli anni Settanta e Ottanta, dei programmi di ricerca con obiettivi chiaramente militari, non venendo per questo in contraddizione con i loro obblighi internazionali, dal momento che all’epoca non avevano ancora firmato il Trattato di non proliferazione. Entrambi abbandonarono i progetti militari alla fine degli anni Novanta e aderirono al TNP, rispettivamente nel 1995 e nel 1998: vi rinunciarono non perché la loro sicurezza esterna fosse meglio garantita che nel passato, ma perché un regime democratico aveva sostituito le dittature militari al potere. Simile il percorso del Sudafrica che negli stessi anni fabbricò, in modo del tutto lecito e senza che l’AIEA potesse intervenire, una mezza dozzina di ordigni nucleari, poi smantellati nel 1991, poco prima di abbandonare il regime di apartheid e di aderire al Tnp.
Accanto a ciò avviene, però, che nazioni come Germania e Giappone, pur non disponendo di testate atomiche o di specifici programmi nucleari di stampo militare, hanno accumulato negli anni enormi quantitativi di uranio e plutonio, tanto da riuscire potenzialmente ad assemblare ordigni in pochissimo tempo. La presenza a Tokyo di un governo decisamente nazionalista e di una diversa opinione pubblica nel paese del Sol Levante ha già fatto sentire i suoi primi effetti, con l’intenzione ventilata dal premier Shinzo Abe di una riforma in senso militarista della Costituzione del 1947.
4. Nonostante alcuni successi, paradossalmente, il TNP ha ricevuto il colpo di grazia proprio in occasione della Conferenza (1995) che decise di mantenerlo in vigore, sostanzialmente fallita a causa degli Stati Uniti e delle altre potenze. Da quasi quarant’anni, infatti, i cinque Stati del ‘club nucleare’, non a caso anche i primi esportatori mondiali di armi convenzionali, si guardano bene dall’incoraggiare un disarmo generale e lamentano i mancati progressi – dovuti ovviamente al comportamento di altri - per ignorare cinicamente gli impegni da loro assunti: gli Stati Uniti parlano regolarmente di produrre nuovi ordigni nucleari. Di più: le armi nucleari non costituiscono più una categoria separata dell’arsenale americano, ma sono integrate nell’insieme delle armi offensive, utilizzabili allo stesso titolo di qualsiasi altra arma, ed è già stato avviato il reclutamento di una nuova generazione di specialisti nel settore delle armi per rimpiazzare quella che andrà in pensione, la sostituzione dei missili intercontinentali nel 2020, dei sottomarini nel 2030, e dei bombardieri nel 2040. Il che sta ad indicare che l’armamento americano è concepito per una durata indefinita e in ogni caso fino alla fine del secolo.
La politica di non proliferazione è stata profondamente indebolita, quindi, proprio dalla grande ipocrisia con cui i cinque Stati dotati di armi nucleari ignorano i loro obblighi di disarmo: conservando oggi arsenali così ricchi, essi di fatto incoraggiano gli altri paesi ad imitarli. La disaffezione all’idea di non proliferazione si è manifestata, del resto, in maniera clamorosa nel corso della Conferenza di revisione del trattato, nel giugno 2005: invece di manifestare unanime riprovazione contro chi inganna, gli Stati partecipanti si sono lasciati senza aver trovato neanche un minimo accordo, a testimonianza di un mondo diviso, disilluso, disorientato. Più alto è il numero dei paesi che dispongono di armi nucleari, più grande è il rischio che siano usate deliberatamente, non per dissuadere, ma per annientare, o che, per errore, si scateni un conflitto, o che un paese bombardi a scopo preventivo le installazioni dei suoi avversari, o ancora che armi o materiali fissili cadano in mano a gruppi criminali: la proliferazione nucleare è dunque uno dei pericoli più seri per il futuro dell’umanità.
5. La questione nucleare, prepotentemente tornata alla ribalta negli ultimi due anni e aggravata dalla minaccia del terrorismo internazionale, è molto complessa e deve necessariamente essere analizzata nei singoli scenari in cui essa si colloca. Quale dovrebbe essere, per esempio, la risposta di paesi come l’Iran e la Corea del Nord, inseriti – a torto o a ragione – nel cosiddetto ‘asse del male’ elaborato dall’amministrazione Bush? Memori di ciò che è accaduto all’Afganistan dei taliban e all’Iraq di Saddam (regimi sicuramente spregevoli, ma ugualmente spalleggiati a suo tempo dalla Casa Bianca e dalla CIA) non è forse una reazione scontata e per lo più pragmatica quella di dotarsi di un’arma atomica come deterrente verso possibili azioni militari? Se per la Corea del Nord il nucleare sembra assumere il carattere di ultimo rigurgito di un regime ormai entrato nella sua fase di inesorabile declino, tanto che gli esperimenti dello scorso anno hanno ricevuto aspre critiche perfino dagli alleati cinesi, per l’Iran la questione ha un significato molto più articolato. Senza ombra di dubbio il regime degli Ayatollah ha quale obiettivo ultimo quello di dotarsi dell’arma atomica: il sentimento di forte nazionalismo da sempre presente nella cultura persiana, la recente ascesa degli sciiti in tutto il mondo arabo – specchio del disastroso intervento compiuto dagli Usa in Iraq, paese a maggioranza sciita e per molti anni governato dalla minoranza sunnita – e il senso di accerchiamento imposto dalle truppe a stelle e strisce alla Repubblica Islamica hanno favorito una rapida escalation.
È del tutto ovvio che possedere la tecnologia sufficiente alla costruzione di testate atomiche, in combinazione all’enorme influenza di cui godono gli sciiti iraniani in Iraq - oltre che in Libano e sulle minoranze delle petro-monarchie del Golfo, Arabia Saudita in testa - collocherebbe l’Iran in una posizione di assoluto dominio nell’area del cosiddetto Greater Middle East. Senza contare che le pur denigrabili esternazioni antisioniste del Presidente Ahmadi-Nejad hanno fruttato all’ex sindaco di Teheran una crescente popolarità nel mondo musulmano, il che ha contribuito ad accrescere la visione degli sciiti quale unica forza in grado di resistere all’occupazione straniera, di contro al comportamento ‘collaborazionista’ della parte sunnita. Ciò è stato in particolare evidente nel conflitto libanese: Nasrallah è dipinto come il nuovo ‘saladino’ e Hizbollah – de facto pedina iraniana - ha ampliato il suo consenso popolare rispetto ad un governo di marca sunnita che, agli occhi del mondo arabo, non è stato in grado di difendere il paese da un’aggressione esterna. Al di là del ruolo strumentale rivestito dal Partito di Dio per gli interessi iraniani, è con la partita nucleare che si giocano gli equilibri su due dei teatri geopolitici più strategici dei prossimi decenni: sarà probabilmente la conclusione delle crisi nord-coreana e iraniana, se non proprio a mettere la parola fine, a delineare, per lo meno, lo scenario futuro. O, forse, no.
6. Per la Corea del Nord il paventare il possesso di armi nucleari rappresenta il tentativo di tenere in piedi il regime, camuffando la pesante crisi economica, e non costituisce, in realtà, il benché minimo pericolo per nessuno - e del resto è proprio degli ultimi giorni la notizia che Pyongyang ha definitivamente rinunciato al proprio programma. L'Iran - che forse potrebbe anche possedere tecnologia nucleare di basso livello, ma avrebbe bisogno di anni prima di riuscire a mettere in piedi almeno un progetto che possa definirsi serio - dal canto suo non sarebbe mai in grado di attaccare Israele con armi nucleari, dal momento che poi dovrebbe sopportare pesantissime ritorsioni: avere nel proprio arsenale una decina di testate nucleari significherebbe avere un potere di dissuasione contro attacchi dall'esterno, ma mai permetterebbe un first strike.
Note:
[1] L’URSS fece esplodere la sua prima bomba A nel 1949 e la sua prima bomba H nel 1953; la Gran Bretagna ha sperimentato il suo primo ordigno a fissione nel 1952 e la sua prima bomba a fusione nel 1957; le date per la Cina sono rispettivamente il 1964 e il 1967; la Francia (1960 e 1968) fornì inoltre nel 1956 ad Israele il reattore e l’impianto di ritrattamento di Dimona, mentre il Canada, che non ha mai fatto esplodere ordigni, ha venduto all’India nel 1955 il reattore ad acqua pesante con il quale è stato prodotto il plutonio necessario alla costruzione della sua prima bomba. In riferimento alla cronologia della prima esplosione si hanno nell’ordine USA, URSS, Gran Bretagna, Francia e Cina; contrariamente, però, ad un’idea molto diffusa, non c’è alcun legame tra lo status di Membro Permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e quello di Stato facente parte del “club atomico”: i Membri Permanenti sono i vincitori della seconda guerra mondiale, mentre gli Stati autorizzati ad avere armi nucleari sono quelli che possedevano la bomba alla data di stipulazione del TNP.
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KATU
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