lunedì 11 febbraio 2008

Boicottaggio culturale? Meglio quello commerciale

La protesta di alcuni illustri personaggi - tra tutti Tariq Ramadan - all'invito fatto agli scrittori israeliani come ospiti d'onore alla fiera del libro a Torino ha suscitato infuocate polemiche che, in alcuni casi, sono scadute, da una parte e dall'altra, a mere accuse sensa senso. Le mie posizioni su Israele sono sempre molto critiche, ma in questa occasione mi sento di dover dire che il boicottaggio culturale è sempre sbagliato. Ed è sbagliato non perché Israele e la sua politica aggressiva non meritino di essere boicottate, ma perché il dialogo tra le culture è forse l’unico modo per raggiungere una futura pacifica convivenza tra i popoli. Tale convivenza non potrà, infatti, mai essere raggiunta attraverso il dialogo tra politici, e Annapolis ne è il più recente esempio (la conferenza non ha raggiunto nessun risultato, ha solo costituito il tentativo di Bush di creare un asse sunnita anti-iraniano).
Vi sono alcuni scrittori israeliani che sono davvero apprezzabili (Ilan Pappe, Uri Avnery, Amira Hass, Michel Warshawski, Avi Shlaim, Tom Segev - solo per citare quelli che ho avuto il piacere di leggere) e boicottare la loro opera intellettuale, oltre a quella di altri, mi sembra decisamente un peccato. Ma se il boicottaggio culturale è profondamente sbagliato, ciò non toglie che Israele andrebbe boicottata commercialmente (o con altri mezzi di forte pressione) quando si accanisce contro dei disperati che essa stessa ha decisamente contribuito a rendere tali. Del resto le sanzioni economiche in ambito ONU non si lesinano a nessuno: se il regime di Teheran è stato sanzionato per il suo legittimo diritto a sviluppare energia nucleare (art. 4 del TNP), non si capisce perché non possa essere sanzionato uno stato che si comporta fuori da ogni regola del diritto internazionale (qui le risoluzioni ONU da sempre ignorate dallo stato ebraico). Bombardare a tappeto un intero paese (Libano) solo perché nelle scaramucce lungo il confine nord (che erano e restano pressoché presenti ogni giorno) vengono uccisi dei soldati è fuori da ogni logica. Come è fuori da ogni logica trattenere in regime di apartheid 1,5 milioni di individui in un territorio angusto solo perché dei miliziani sparano i Qassam (che ovviamente non sono innocui, ma che – non mi stancherò mai di ripeterlo – non possono essere controllati balisticamente e quindi difficilmente riescono ad uccidere qualcuno). Certo, se ti uccidono dei soldati o dei civili devi necessariamente rispondere, ma non in una maniera così sproporzionata. Quando Israele si comporta così andrebbe boicottata con un blocco totale e con la cancellazione di ogni accordo (che sia bilaterale o meno), senza nessun tipo di riserva. Ma poi, chi si azzarda ad avanzare normalissime critiche viene subito tacciato di antisemitismo. Visto che siamo europei (e non libanesi o palestinesi) e non possono certo bombardarci o massacrarci, allora ci etichettano come ‘nazisti rossi’ (con evidente uso improprio dei termini).
Circa una settimana fa si è verificato il primo attentato sul territorio israeliano da un anno a questa parte. Voglio far notare che Hamas è totalmente estraneo a questa vicenda e che gli esecutori facevano parte della Jihad islamica (un gruppetto indipendente) e delle Brigate al-Aqsa (il braccio armato di Fatah): è importante sottolinearlo perché su Hamas si sentono e si dicono cose totalmente sbagliate e faziose. Voglio, però, anche far presente che il terrorismo contro Israele è un prodotto della sua politica: penso che se i palestinesi avessero ciò di cui hanno diritto, non starebbero certo a farsi saltare in aria. In una metafora: se teniamo un cane rinchiuso, legato, senza acqua e cibo, se lo maltrattiamo e lo picchiamo, non possiamo certo affermare che quel cane è di natura aggressivo. Dobbiamo necessariamente concludere che il suo comportamento è il risultato del nostro errore.
Ma nonostante io non sia d’accordo con il boicottaggio culturale, condivido quanto scritto da Gianni Vattimo in un articolo su La Stampa di un paio di giorni fa: il boicottaggio non è contro gli scrittori israeliani, ma contro il fatto che essi vengono “come rappresentanti ufficiali di uno Stato che celebra i suoi sessant'anni di vita festeggiando l'anniversario con il blocco di Gaza, la riduzione dei palestinesi in una miriade di zone isolate le une dalle altre (per le quali si è giustamente adoperato il termine di bantustan nel triste ricordo dell'apartheid sudafricana), una politica di continua espansione delle colonie che può solo comprendersi come un vero e proprio processo di pulizia etnica”.
Il 27 gennaio è stato, come ogni anno, il giorno della memoria dell’Olocausto. Tutti lo abbiamo ricordato. Mi chiedo se siano gli ebrei a ricordarlo ancora.

APPROFONDIMENTI:

sabato 26 gennaio 2008

La caduta

* vignetta di Marco Viviani

lunedì 21 gennaio 2008

Scientia dei non indigere

1. Avevo forse 8 anni quando una mia bravissima ed indimenticata insegnante pose alla classe questa domanda: qual'è il contrario di scienza? Probabilmente non si aspettava neanche una risposta, quasi sicuramente era solo un normale intercalare retorico. Ma in quella frazione di secondo tra la sua domanda e la risposta che ella stessa si accingeva a dare, dalla mia bocca uscì una parola: fede. Non ricordo perché diedi quella risposta, ma ricordo la faccia che fece la mia insegnante, decisamente sbalordita nel sentirsi dire quello che lei intendeva da un bambino di 3za elementare. Il concetto era evidentemente già chiaro: mentre la scienza si è data un 'metodo' e in base a questo dà spiegazioni e dimostrazioni inconfutabili (almeno fino a che non si dimostri il contrario), 'credere per fede' vuol dire accettare una verità assoluta senza averla prima appurata. Quel ricordo è rimasto scolpito nella mia memoria e mi ha accompagnato fino ad oggi. E proprio in questi giorni torna alla ribalta, a causa della polemica per il mancato discorso di Benedetto XVI all'apertura dell'anno accademico alla Sapienza. Non è mia intenzione, ovviamente, ripercorrere la querelle di attacchi dell'una e dell'altra parte, bensì spostare il discorso su un altro piano. Perché mi sembra che le verità di papa Ratziger stiano diventando sempre più numerose, e tenendo conto dell'eco che ricevono dai nostri media sarà difficile contestarle tutte. Tra le verità di cui ci sta gratificando da quando è stato eletto, due sono intimamente legate a questo nuovo scontro tra scienza e fede.
La prima afferma che per l'uomo la verità non esiste, che non può per questo distinguere tra bene e male e che il cattolicesimo si pone a colmare questa incapacità, in veste di verità dogmatica - da qui l'evidente attacco al concetto di laicità, parola estremamente odiosa per il Vaticano. La seconda riguarda i rischi che derivano da una scienza che non riconosce la morale e non vuole fare riferimento a dio, rischi che possono giungere fino alla "distruzione dell'uomo e del mondo". L'uomo ha dunque bisogno di verità. Di quale, possiamo immaginarlo.

2. La cultura laica nasce dalla confluenza di molte forme di pensiero che hanno ritenuto necessario affrancare la filosofia e la morale dalla religione positiva, in onore di un innato diritto alla libertà di coscienza e per il progressivo distacco del potere temporale da quello spirituale. Così la naturale evoluzione del pensiero laico si è impostata sul rifiuto della verità rivelata, del dogma assoluto, indicando come priorità la libera ricerca delle singole verità relative. Per usare le parole di Guido Calogero, la laicità è "un metodo di convivenza di tutte le ideologie e di tutte le filosofie possibili, che debbono rispettare, come regola primaria, il principio che nessuno può pretendere di possedere la verità". Tradotto secondo gli schemi della società odierna vuol dire che se qualcuno vuole dimostrare agli altri la fondatezza della propria teoria deve farlo seguendo determinate regole. Altrimenti gli altri hanno il diritto di sostenere che quanto affermato non corrisponde a verità. O perlomeno che non si tratti di una verità assoluta.
Nella polemica di questi giorni è stato più volte sostenuto dai difensori papali - mons. Fisichella in testa - che laicità vuol dire far parlare ed ascoltare tutti, e che non permettendo al pontefice di intervenire si è svilito il senso della parola 'laico' proprio da parte di chi si propugna tale. Mi domando allora perché non si applichi questo concetto alle altre confessioni religiose, che non godono di finanziamenti ed esenzioni statali, non hanno radio e stampa, non possiedono istituti di credito e non sono insegnate, o anche solo accennate, nelle nostre scuole. Senza mettere in dubbio la preminenza della confessione cattolica, mi sembra ovvio, in base al principio sopra ricordato, che anche le altre forme di fede debbano potersi esprimere e che gli stessi cattolici debbano conoscere un minimo delle religioni altrui - se non altro per potersi adeguatamente rapportare all'aumento degli immigrati nel nostro paese.
Ancora: perché - se laicità è libero dibattito - la chiesa non vuol sentir parlare di determinate questioni come l'aborto, la procreazione assistita, la ricerca sulle staminali, l'eutanasia, etc., per le quali si erge ad unico soggetto abilitato a regolarle? Perché, per esempio, Benedetto XVI non accetta un libero dibattito sull'evoluzionismo invece di etichettarlo come uno squallido e degradato prodotto del relativismo moderno?

3. I continui attacchi alla scienza in quanto slegata dalla morale (cattolica) sono un caposaldo dell'azione papale e, quindi, mi sembrano condivisibili i dubbi che i professori della Sapienza avanzavano nella loro lettera al rettore - scritta ad inizio novembre 2007, ma mediaticamente rispolverati solo a metà gennaio 2008. Il pontefice cerca, insomma, di convincerci che la fede è razionale perché la razionalità ha bisogno della fede, ignorando che i postulati e gli assiomi possono avere una loro valenza quando si discute di geometria euclidea, non quando si tratta di stabilire i limiti di un bene per l'umanità. Che la scienza debba avere dei limiti è fuor di dubbio. Ma mi sembra decisamente opportuno assegnare il ruolo di fissare tali limiti alla coscienza comune, una morale collettiva (e non solo di parte) che si forma a seguito di diverse influenze (e quindi anche quella cattolica) e che è certamente sensibile alla intuizione delle conoscenze possibili e dei vantaggi che ne può ricavare una volta accertata l'assenza di rischi significativi. E' necessario insomma che la fede torni ad essere un aspetto (importantissimo, per carità) intimo e privato, ma assolutamente slegato dalla scienza e dalla fissazione dei limiti entro cui essa può ragionevolemente spaziare.
Certamente la laicità considera la fede come un fatto privato, un'esperienza legittima, che non può però pretendere di condizionare le regole di vita dell'uomo come se il criterio ordinatore della società potesse dipendere dalla metafisica e dal soprannaturale. Mi sembra, purtroppo, che la gran parte delle cose che ci vengono spacciate per verità altro non siano che propaganda religiosa, la quale trae la sua forza dall'atteggiamento remissivo della cultura indipendente. Il cittadino ha il diritto di essere difeso da tale propaganda, basata su presupposti gratuiti e surrettizi, ispirati ad un sapere fittizio (che vorrebbe considerare la teologia come una scienza perfetta) e attinti da libri pieni zeppi di clamorosi falsi.
Carlo Augusto Viano, uno dei più grandi maestri della filosofia laica, ha scritto: "Di fronte alla pretesa di imporre a tutti, con mezzi spesso discutibili, comportamenti giustificati da considerazioni di ordine religioso e per giunta spacciati per argomenti razionali, la cultura indipendente dovrebbe avere il coraggio di dire che queste convinzioni private proposte come base per le decisioni pubbliche sono imposture".

mercoledì 16 gennaio 2008

Benazir Bhutto: martire o non martire?

Dopo il suo rientro in patria, un primo attentato e la proclamazione dello stato di emergenza da parte del presidente Musharraf, si avviava probabilmente a stravincere le elezioni. Ora la sua uccisione a Rawalpindi getta il Pakistan nel caos. E si apre il dibattito su di lei: martire per il suo paese o immagine di una democrazia 'all'americana'?

Come al solito non mi trovo in pieno accordo su quello che è stato scritto e detto in questi giorni sulla Bhutto: sulla stampa italiana, infatti, si è provveduto a descriverla come un angelo in terra e come l’ultima svanita speranza per il Pakistan di intraprendere la strada x la ‘democrazia’ (metto le virgolette perché ormai la parola è scaduta a concetto buono x tutte le stagioni). Ma prima di versare lacrime da coccodrillo, è bene ricordare chi fosse questa donna. Sicuramente coraggiosa e testarda, forse martire (aiutata in questo dai precedenti familiari), ma sfacciatamente corrotta e maledettamente assetata di soldi e potere. Perché nel mondo di oggi le cose bisogna saperle. Oppure, visti i mezzi che abbiamo a disposizione, bisogna indagarle con spirito critico e non farsi prendere da facili semplificazioni. E, infine, riportarle chiaramente dando a tutti la possibilità di raggiungere un barlume di verità – sebbene non assoluta. Tralasciando l’accusa di corruzione (si parla di introiti x lei pari a 1,5 miliardi di $) vorrei concentrarmi su quello che ha fatto durante la sua carriera politica attiva. Forse si possono trarre indizi su quello che avrebbe fatto se fosse effettivamente tornata alla ribalta.
Sotto il suo governo (il primo alla fine degli anni ’80, il secondo a metà degli anni ’90) il Pakistan ebbe uno dei periodi di più aperta violazione dei diritti umani che la storia del paese ricordi. La Bhutto era notoriamente legata a doppio filo al regime americano, che intendeva fare di lei un docile pupazzo con cui sostituire l’ex fantoccio Musharraf, il quale, dopo anni di sfrenato servilismo verso gli USA e di appoggio alle loro guerre di sterminio, aveva iniziato a recalcitrare e a voler fare di testa propria. Osannata dai governi occidentali, ma assai poco apprezzata in patria, la Bhutto si era fatta conoscere per le proprie apparizioni ai gran galà politici di Miami, dove si presentava indossando vestiti perfino più succinti e scollati di quelli delle signore del luogo. Il che non è certo un crimine, ma neppure il miglior biglietto da visita per una donna che intenda candidarsi a guidare una nazione di religione musulmana. La sua rivalità con Musharraf era più apparente che reale, variava d’intensità con il variare delle contingenze politiche ed era comunque subordinata all’unico fine che alla Bhutto interessasse veramente: prendere nuovamente nelle proprie mani le leve del potere pakistano.
Di lei perfino il New York Times scriveva: “Il suo comportamento all’epoca in cui deteneva il potere e la danza dei sette veli in cui si è abilmente prodotta al momento del suo ritorno – un momento opponendosi al generale Musharraf, poi dando l’impressione di volersi accordare con lui il momento successivo, senza mai far comprendere le sue vere intenzioni – ha suscitato fra i pakistani non meno sfiducia che speranza”.
Ora, a chi conveniva la morte della Bhutto? Sicuramente a molti, ma non credo solo a Musharraf o al-Qaeda. Tralasciando i terroristi – tanto ormai quando c’è da dare la colpa a qualcuno costoro sono i primi aditati, a volte neanche a torto – mi sembra di poter dire che, tra tutti gli indiziati, Musharraf sia forse quello meno probabile, visto che ormai si trova alle corde, come un pugile suonato, da molto tempo. Sharif (personaggio oscuro) non ha forse tutti questi appoggi tali da permettergli così ampie manovre, ma è indubbio che la morte della Bhutto vada a suo vantaggio e gli permetta in un certo modo (anche se non può ricandidarsi – ma si sa bene che in paesi di questo tipo tutto è possibile) di essere il capo incontrastato dell’opposizione.
Finito qua? Neanche per sogno! Infatti, ovunque vi sia un’azione mirante a creare caos, divisioni e guerra civile, è facile intravedere la mano di altri tipi di organizzazioni. Che ne pensate della CIA, del Mossad e dell’ISI, in una sua parte probabilmente collusa con i terroristi? Una nazione dilaniata dalle lotte intestine è, del resto, molto più facile da tenere sotto controllo di un paese dal potere fortemente accentrato, soprattutto per ciò che attiene agli armamenti militari (penso ovviamente alle testate atomiche).
Ammesso che la mia ipotesi possa solo lontanamente essere accettabile e condivisibile, è certo che se l’intelligence americana e israeliana sperava, con l’assassinio della Bhutto, di dare il colpo di grazia al potere di Musharraf, potrebbe scoprire con rammarico di averlo in realtà rafforzato: egli potrebbe sfruttare la situazione per un’ulteriore giro di vite ai diritti civili e per arrestare e perseguire chiunque sia anche solo lontanamente sospettato di avere legami con i fondamentalisti. Una cosa è certa: con la scusa che il Pakistan e il suo arsenale atomico possano cadere in mano ad al-Qaeda (cosa certamente vera) si assisterà in un futuro molto vicino ad un aumento della presenza militare USA nel paese. Se c’è una verità inconfutabile nella vicenda, probabilmente è proprio questa. Il tempo ci dirà quando, come e perché…

APPROFONDIMENTI:
- Benazir Bhutto uccisa in un attentato, rassegna stampa di Internazionale (27 dic 2007);
- Troppi nemici, rassegna stampa di Internazionale (29 dic 2007).
- Bhutto al servizio dell'Impero, Steve Landman per Z-mag
---> riviste specializzate (in inglese):
- The Destabilization of Pakistan, Michel Chossudovsky - Globalresearch, 2007-12-30
- Pakistan: restore democracy - International Crisis Group [pieno di links]
- After Bhutto's Murder: A Way Forward for Pakistan - International Crisis Group, Asia Briefing N°74, 2 January 2008

venerdì 11 gennaio 2008

L'omicidio politico di Saddam Hussein

Poco più di un anno fa (26 dicembre 2006) l’esecuzione di Saddam Hussein gettava ombre sul processo di pacificazione dell’Iraq. Da allora è sempre più evidente il fallimento di una non dichiarata strategia della vendetta. Dalla ventilata “svolta epocale”, all'”uccisione per procura” decisa dal grottesco remake di Norimberga.

1. La scontata sentenza di morte contro Saddam Hussein, prodotta apparentemente da quella parodia di Norimberga che è stato il suo processo, era in realtà già stata scritta ed eseguita nel dicembre del 2003, quando George Bush, il presidente della nazione occupante, aveva dichiarato alla BBC subito dopo la cattura che soltanto "la pena ultima" (la morte) sarebbe stato il giusto castigo per il "disgustoso tiranno". Caso chiuso e Capodanno con il patibolo.
Non sono serviti tribunali internazionali, giuristi e giudici di peso e di altre nazioni, come fu appunto nel
Processo di Norimberga. La sentenza era già stata depositata a priori. Tutto il resto, il processo con giudici destituiti e cambiati a piacere dall'immaginario governo di Bagdad (se non quando addirittura assassinati), le procedure seguite frettolosamente e fuori dai canoni giuridici internazionali, la sentenza, l'appello farsa che ha richiesto ben 15 minuti di delibere, l'esecuzione, sono pantomime organizzate per dare una parvenza di legittimità giudiziaria alla vendetta finale del vincitore contro il vinto. Nella guerra - insieme globale e privata - che dal 1991 vede in campo Stati Uniti e Iraq (ma senza che mai l'Iraq abbia aggredito gli Stati Uniti) alla fine il clan texano dei Bush ha saldato il conto con il clan sunnita dei Takriti. E il figlio ha potuto vergognosamente esibire la tanto agognata testa del nemico al padre. Nonostante non ce ne fosse alcun bisogno.
Il personaggio Saddam Hussein aveva perso la popolarità anche tra i sunniti iracheni, i quali oggi lo considerano responsabile del loro proprio declino con l'ascesa degli sciiti al governo. Tanto che hanno l'impressione di pagare oggi, come comunità, i crimini del raìs. Ma, nel mondo arabo sunnita in generale, mentre la virtù pedagogica della guerra contro il terrore ha cessato di avere peso ormai da tempo, la democratizzazione del Medio Oriente tanto celebrata dai neocon, non è riuscita a creare un modello alternativo. La trappola irachena funziona inesorabile. Abbattuto il tiranno si è disgregato il paese e la sua condanna alla forca, giustificata ma decisa in modo sommario, lo ha promosso al ruolo di martire e simbolo della rivolta sunnita che ancora continua, alimenta al tempo stesso l'intransigenza sciita che punta su una rapida esecuzione della sentenza. Il trofeo di Bush continua a trasformarsi in un boomerang. Esso prende il nome di guerra civile.

2. Una guerra civile originata da una vittoria americana mancata, e che proprio per questo, in quanto conseguenza della fallita impresa della superpotenza, sta sconvolgendo l'area geopolitica al momento più critica del mondo. Nulla è finito con Saddam sottoterra. Quando George W. Bush definiva l'esecuzione "una pietra miliare", sulla strada della democrazia irachena in gestazione, cercava di dare l'impressione che l'immagine dell'ex raìs alla forca chiudesse un capitolo e ne aprisse un altro. Per questa strada si è andati, invece, verso una situazione tragicamente confusa e irrisolta, dalla quale né lui né i suoi generali sanno in verità come uscire, né hanno un'idea di come andrà a finire.
L'impiccagione di Saddam è stato un episodio della guerra civile e in una guerra civile i giudici non hanno alternative. A Bagdad era come se sulle loro nuche fossero puntate delle pistole. Non che ci fossero dubbi sulla colpevolezza di Saddam. Era un campione dei crimini contro l'umanità. Per il numero di vittime Pinochet gli era di gran lunga inferiore - e comunque è morto nel suo. I giudici di Bagdad non hanno avuto il tempo di esaminare tutti i delitti di Saddam, individuali o di massa. Hanno giudicato la strage del 1982 (143 sciiti uccisi nel villaggio di Jubail), ed è bastata per infliggergli la pena capitale. Non hanno avuto il tempo di passare in rassegna tutte le repressioni ordinate contro i curdi e gli sciiti, che hanno fatto decine di migliaia di morti. Spesso con armi chimiche.
Se George W. Bush avesse voluto un processo regolare, se avesse voluto una giustizia imparziale, avrebbe consegnato Saddam Hussein al
Tribunale Penale Internazionale dell'Aja. Il processo, è vero, sarebbe durato anni e non si sarebbe concluso con una condanna a morte, perché il TPI esclude la pena capitale, ma ci sarebbe stato un dibattimento trasparente, lontano dalle passioni di una guerra civile. L'Amministrazione americana non poteva tuttavia consegnare Saddam a una giurisdizione che essa non riconosce. Gli Stati Uniti, come altre potenze, tra queste la Cina e la Russia, non hanno infatti ratificato il trattato che ha istituito il TPI. Né Washington, né Mosca, né Pechino vogliono correre il rischio di vedere un giorno i propri responsabili sul banco degli imputati. E in tutti i modi non era gradito un processo durante il quale sarebbero emerse le innumerevoli complicità tra Saddam e gli americani, in particolare quando Saddam era il potente rais laico che si opponeva all'islamismo iraniano. Durante la guerra Iran-Iraq, egli rappresentava la grande diga di fronte alla Repubblica islamica di Khomeini. E quando, dopo la prima guerra del Golfo (1991) annientò la guerriglia sciita nel Sud dell'Iraq, gli americani che l'avevano favorita e illusa, lasciarono Saddam agire indisturbato. Di questo non si è parlato nell'aula bunker del tribunale speciale iracheno.

3. Dal punto di vista giuridico, c’è chi ha evidenziato che la legislazione irachena è disorganica e contraddittoria[1]. Inoltre lo Statuto del Tribunale speciale era ed è tuttora volutamente ambiguo in quanto, in materia di pene, rimanda genericamente alla legislazione irachena, e cioè essenzialmente al codice penale del 1969, che tra l'altro non prevedeva affatto i crimini per cui Saddam Hussein è stato giudicato e condannato, e cioè i crimini contro l'umanità. Il susseguirsi di tesi giuridiche diverse circa l'eseguibilità della pena capitale era da leggere in realtà come indice di un grave conflitto politico, in Iraq, tra falchi e colombe - queste ultime evidentemente inclini a rinviare nel tempo l'esecuzione, per paura di gravi ripercussioni sul futuro del paese.
A leggere le norme pertinenti della legislazione irachena, è chiaro che l'approvazione della pena capitale da parte del Presidente Talabani è stata necessaria: la Costituzione irachena del 2005, all'Articolo 70, prevede tra i poteri del Presidente quello di "ratificare" le pene capitali pronunciate "dalle corti competenti", mentre il codice di procedura penale del 1971 e la Costituzione del 1990 assegnavano al Presidente anche il potere di commutare la pena o graziare il condannato (dal 2005 può, appunto, solo approvare o meno la sentenza capitale). Resta il fatto che la pena non può essere eseguita senza il suo assenso. In mancanza del quale, la pena è sospesa o rinviata nel tempo. E' chiaro che si è trattata di una decisione puramente politica, da prendere alla luce di considerazioni relative all'impatto che avrebbe l'esecuzione capitale sulla popolazione irachena e sulla guerra civile in corso, nonché sugli altri Stati. In questo, come in altri casi, il diritto serve dunque solo come pretesto o paravento per scelte politiche.

4. Infine, due considerazioni. Anzitutto, l'esecuzione della condanna ha confermato quanto fosse fallace l'affermazione della Casa Bianca secondo cui l'impiccagione dell'ex dittatore avrebbe dimostrato che oggi la
"rule of law", e cioè lo stato di diritto, è subentrato alla tirannide ("rule of a tyrant"). In realtà le gravi irregolarità del processo, la violazione dei diritti della difesa e l'irrogazione della pena capitale (vietata da tutti i tribunali penali internazionali) provano che ciò non è vero.
Inoltre, uno degli effetti deleteri dell'esecuzione capitale dell'ex dittatore ha permesso la caduta di tutti gli ulteriori processi previsti per imputazioni molto più gravi: dall'uso di armi chimiche contro i curdi iracheni (nel 1988, la campagna denominata ‘Anfal’) a quello delle stesse armi contro l'Iran, nella guerra tra i due paesi (1980-88) – fatto, questo, ammesso dallo stesso imputato nelle ultime settimane, nel corso dell’appello. Un'ammissione che avrebbe dovuto indurre a non interrompere quel processo (in cui è accusato di genocidio) o, meglio ancora, ad aprirne un altro, per crimini di guerra. E, invece, è caduto anche il processo per l'aggressione contro il Kuwait (1990) e l'altro per la repressione delle insurrezioni di curdi e shiiti nel 1991.
In particolare merita questa seconda repressione. I curdi iracheni aiutarono logisticamente (quindi anche con informazioni di intelligence sul territorio) gli americani sia nella prima che nella
seconda guerra del Golfo. Nella prima credettero ingenuamente (forse perché convinti da Bush padre) che gli americani sarebbero arrivati fino a Bagdad e avrebbero destituito Saddam. Il quale, a guerra finita e dopo aver salvato la pelliccia, da buon dittatore che si rispetti infierì su di loro, con i gas forniti negli anni '80 dalla 'democrazia' di Washington. Stessa cosa hanno fatto in questi anni, ma ora possono a buon ragione sperare in un loro stato autonomo, dotato tra l'altro di un'arma che funziona sempre, il petrolio, anche se un Kurdistan iracheno autonomo non va a genio a molti, a cominciare dalla Turchia.
Corsi e ricorsi storici a parte, l’insegnamento che si tra da tutta questa vicenda è che una delle poche ragioni per cui i processi dei vincitori contro i vinti si possono salvare è che comunque si fa luce su episodi complessi, oscuri e ambigui, accertando fatti controversi e rivelando cose prima nascoste. Con la morte di Saddam, non è stata assolta nemmeno questa funzione di chiarificazione storica. Se così è, qualcuno potrebbe chiedersi se allora non sarebbe stato meglio uccidere subito Saddam, al momento dell'arresto. Certo, sarebbe stato un atto gravissimo, ma che avrebbe almeno evitato la farsa del processo.

NOTE:
[1]
Antonio Cassese - uno dei più autorevoli esperti e studiosi del diritto internazionale - Una sentenza nel caos giuridico, Corriere della Sera, 28 dicembre 2006.

giovedì 10 gennaio 2008

Il Belgio ha ancora un futuro?

Sulla scia del separatismo linguistico il Belgio sta attraversando una profonda crisi istituzionale che rischia di trasformarsi in una sorta di secessione. Nelle rivalità tra Fiandre (attiva e ricca) e Vallonia (insabbiata in una crisi economica) la comunità germanofona riceve una valanga di risorse dallo stato federale. Una questione solo di diversità culturale e linguistica o specchio di un paese a 'due velocità'?

La domanda che si pongono molti suoi abitanti (Il Belgio ha un futuro?) rivela il trauma che sta attraversando il paese che ospita parte delle istituzioni comunitarie. Un trauma che non nasce certo oggi, ma si trascina da molto tempo. Certo non è tale da far scomparire un paese che ha avuto altri momenti difficili (basti pensare all'invasione tedesca) ma è un dato di fatto allarmante che le due maggiori comunità linguistiche (quella fiamminga e quella francofona) stiano - come mai nel passato - costruendo un ideale muro di separazione che somiglia sempre più ad una frontiera.
La comunità di lingua fiamminga (vista da sempre come la lingua dei contadini) vive nelle Fiandre, regione una volta povera e cattolica, ora molto ricca e in continua crescita economica grazie, soprattutto all'industria e alla tecnologia. Da sempre i fiamminghi hanno mal digerito la penetrazione culturale e linguistica francese (basti pensare - lo dico per esperienza personale - che nella finale mondiale del 2006 tra Francia e Italia erano tutti dalla nostra parte) e hanno pian piano reagito a questa situazione, arrivando negli ultimi anni a cambiare tutti i cartelli stradali, a vietare le scritte in francese sulle vetrine dei negozi o sui mezzi di trasporto pubblici, fino ad istituire scuole che impartiscono la didattica esclusivamente in fiammingo - la lingua francese è studiata al pari delle altre come lingua straniera). E' interessante notare che in territorio fiammingo, precisamente a 50 km ad est di Bruxelles, esiste una città, Leuven (in cui si parla fiammingo), all'interno della quale è stata costruita una cittadella universitaria, Louvaine la Nouve (la nuova, appunto) in cui si insegna in francese. L'istituto - che ho personalmente visitato - ha la biblioteca di studi mediorientali più grande d'Europa e i libri al suo interno sono divisi tra quelli in fiammingo (contrassegnati da numeri dispari) e quelli in francese (numeri pari). Anche la consultazione avviene in stanze separate.
La comunità francofona vive, invece, in Vallonia, la regione al sud, laica e socialista, precedentemente vero motore culturale ed economico, ma che negli ultimi anni ha visto il suo declino farsi sempre più reale. Nonostante sia in territorio fiammingo, Bruxelles (e più in generale la regione intorno ad essa) gode di uno statuto speciale: ovunque vi sia necessità di scrivere qualcosa, è obbligatoria la doppia dicitura - spesso anche in inglese. Ma basta uscire appena fuori dal Ring, l'anello autostradale che cinge Bruxelles, e nessuno sarà disposto a rispondervi - o lo farà ostinatamente in fiammingo - se gli parlate in francese, a meno che non si accorgano di avere a che fare con un turista. Il motivo della rivalità sta nel fatto che fino a qualche anno fa il francese era considerata la lingua ufficiale, tanto che la prima università fiamminga è del 1930 e la Costituzione (datata 1831) è stata tradotta solo nel 1967. Sebbene la frontiera linguistica definitiva sia solo del 1962-63 e il Belgio sia stato uno stato federato solo nel periodo 1970-93, dal 2001 si è tornati a conferire ampia autonomia alle comunità linguistiche, in ossequio al principio del 'federatismo evolutivo', tanto osteggiato dai francofoni.
Ma c'è un'altra comunità linguistica, quella germanofona che vive in quei territori di frontiera con la Germania - territori restituiti al Belgio con il Trattato di Versailles del 1919 - che ha tutto il vantaggio a proseguire per la sua strada senza invischiarsi nella questione (amministrativamente quest'area fa parte della Vallonia). Grazie all'ampia autonomia concessale per via della lingua, riceve enormi finanziamenti che vanno ad accelerarne la crescita e la ricchezza, tanto che non pensa minimamente a reclamare il ritorno alla Germania, della quale costituirebbe solo una remota area periferica e sarebbe, dunque, destinata a tutt'altro livello di vita.
Nonostante ciò, il diverso livello di ricchezza che si va profilando, il senso di rivalsa mai sopito e, probabilmente, il consolidamento di una situazione forse evitabile sta portando ad una soluzione che appare irreversibile. Vari sforzi si stanno compiendo, ma potrebbe essere forse troppo tardi per impedire alle Fiandre di ottenere quello che vogliono.

Mr. Apartheid

E' morto il 20 novembre scorso ad 88 anni Ian Douglas Smith, ex-primo ministro della Rhodesia (l'odierno Zimbabwe) considerato da molti il simbolo dell'epoca colonialista e razzista dell'Africa. Per 15 anni alla guida del paese dal 1964 al 1979, aveva unilateralmente proclamato l'indipendenza dalla Gran Bretagna l'anno successivo (dichiarazione mai riconosciuta a livello internazionale che provocò una sanguinosa guerra civile), ribattezzando il paese Repubblica di Rhodesia [storia]. L'indipendenza vera e propria fu raggiunta grazie alla maggioranza nera solo nel 1980, e questa volta ottenne il riconoscimento internazionale. Da allora il nome dello stato è Zimbabwe [storia], nome che deriva dalla parola shona Zimba Remabwe, il cui significato è 'grande casa di pietra'.
Smith instaurò un regime razzista di apartheid verso la popolazione nera e una politica tristemente famosa che valse alla Rhodesia la condanna e l'isolamento economico delle Nazioni Unite, con tutte le catastrofiche conseguenze per la popolazione già preda della guerra civile [ris. n. 232 del 16 dicembre 1966 e n. 253 del 29 maggio 1968 - adottate ex art. 41 della Carta]. Non era più al potere dal 1979, ma aveva conservato - lottando per mantenere il potere in mano ai bianchi - un posto al nuovo parlamento fino al 1987. Non concependo l'idea che un giorno la maggioranza nera avrebbe preso il potere, non ha mai abbandonato le sue posizioni e amava spesso dire che "nessun nero governerà mai la Rhodesia, neanche tra mille anni". Chissà se pensava di governare lui in questi mille anni...
Attualmente il paese è in una crisi economica, sociale, politica e umanitaria senza precedenti. L'attuale presidente pratica politiche dittatoriali che hanno portato ad una forte repressione dell'opposizione interna, e a gravissime violazioni dei diritti umani: ai danni dei dissidenti il governo ha fatto spesso ricorso a violenze sistematiche e ad altre durissime misure. L'economia, prima una delle più forti dell'Africa, è adesso al collasso, anche per le molte sanzioni economiche applicate dalla comunità internazionale, mentre il malcontento e la disapprovazione interni ed esterni crescono.

martedì 8 gennaio 2008

Con le mani sporche di sangue



Immagine tratta dal blog LA VOCE DEL GONGORO in cui si commenta l'ultimo articolo ("Evidence of Israeli 'Cowardly Blending' Comes to Light") del giornalista britannico free-lance Jonathan Cook. In esso espone le sue critiche al rapporto di Human Rights Watch sulla guerra di aggressione al Libano dell'estate 2006 da parte di Israele e porta a conoscenza l'opinione pubblica di un nuovo rapporto dell'Associazione Araba per i Diritti Umani.

giovedì 3 gennaio 2008

Anno nuovo, vecchia storia

Il 2008 è appena cominciato e, come ogni inizio di nuovo anno, ci si aspettano novità e si guarda ai prossimi 12 mesi con curiosità. Ma, come sempre, c'è chi rilancia le sue crociate in difesa di non meglio specificati valori con il tentativo di indirizzare ed influire sulla politica del paese. Insomma, la solita storia.
E da chi poteva giungere l'ultimo attacco se non da quella spregievole persona rappresentata dall'ineffabile cardinal Ruini? Il cui obiettivo non è certo quello della salvaguardia della vita umana - altrimenti si dedicherebbe in altro modo, e non solo a parole, a questi temi - ma quello dell'ingerenza a tutti i costi nella vita politica italiana, al fine di imporre uno stato confessionale. Una sorta di estremismo-fanatismo cattolico che, avendo ben altri mezzi a disposizione, cerca di dettare la propria visione come il tanto deprecato (e sicuramente deprecabile) fanatismo islamico. E' l'ennesimo attacco della Chiesa alla legge sull'aborto, un modo per ribadire anche alla fine dell'anno uno dei temi - come la famiglia, la procreazione e l'eutanasia - sui quali la Santa Sede non accetta dialogo e non lascia certo libertà di coscienza ai fedeli.
L'attacco riguarda la legge 194 - quella sull'aborto - emanata dal nostro Parlamento 30 anni fa e fortemente voluta dal popolo italiano che aveva espresso la propria volontà tramite un referendum. Ora la chiesa vorrebbe scavalcare la volontà popolare ed abrogare - o volgere al proprio diktat - questa legge che ha rappresentato per vari motivi un grosso passo avanti verso un senso di enorme civiltà. E a dar man forte a 'Mr. Richelieu' ci sono il mancato monsignor Bondi, la teodem (ma guarda tu cosa mi tocca sentire) Binetti e il direttore (???) del Foglio Giuliano Ferrara - che ritiene di dover intervenire forse perché 194 è il peso della sua enorme mole. "Si può sperare - ha infatti spiegato Ruini nell'intervista al Tg5 - che da questa moratoria venga anche uno stimolo per l'Italia, quantomeno per applicare integralmente la legge sull'aborto che dice di essere legge che intende difendere la vita, quindi applicare questa legge in quelle parti che davvero possono essere di difesa della vita".
A chiudere la porta a una revisione della 194 è appunto la ministra Turco, in un intervento che ho finalmente apprezzato dopo varie pazzie che le ho sentito dire - come ad esempio i test anti-droga nelle scuole. "La legge è inapplicata? No, è applicatissima. Ridiscutere dell'aborto? Un dibattito pubblico è possibile, ma non lo è una modifica della 194". Le fa eco la ministra delle pari opportunità Barbara Pollastrini che giudica "irricevibile l'utilizzo di questi temi con finalità ideologiche che, in realtà, mirano a una modifica radicale della legge". Ferrara è immediatamente tornato alla carica contro quella che lui chiama "la pena di morte legale". La pratica dell'aborto terapeutico sarebbe un "incentivo a pratiche eugenetiche" e, dunque, andrebbe perlomeno bloccato l'aborto "selettivo per sesso o disabilità". La legge 194, però, non parla mai di aborto "per sesso o disabilità", ma sancisce che, superato il limite dei 90 giorni di gravidanza, entro i quali è consentita l'interruzione volontaria, si può ricorrere all'aborto solo quando sia a rischio la salute della madre. L'articolo 6 elenca i casi in cui effettuare l'aborto terapeutico, da praticarsi appunto "quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna" oppure nel caso "siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna". Non esistono limiti temporali, ma nella media l'intervento viene praticato entro le prime 24 settimane. Ovviamente occorre precisare che l'articolo 7 impone che la presenza delle condizioni di pericolo sia certificata.
Perché, allora, quest'ennesima intromissione? Pensano veramente che le donne rinuncino alla loro maternità in maniera così leggera? Non si rendono conto che la quasi totalità delle volte sono costrette a questa scelta dal fatto che con le precarissime condizioni di vita che regnano oggigiorno non sono in grado di allevare il figlio che portano in grembo in condizioni umane? Ma poi, che ne sanno di figli le porporate eminenze se loro non possono averne? Ne hanno mai avuto uno? Possono, forse, partorire figli? Non farebbero meglio a rinunciare ad una minima parte delle loro ricchezze per metterle a disposizione di donne disperate che altrimenti non abortirebbero mai? Non sarebbe, semmai, il caso di favorire politiche di aiuto a tali indigenti situazioni, invece di farneticare su principi che loro per primi calpestano ogni giorno? Perché cercano di forzare l'abrogazione di questa legge giustificandola con il fatto che la scienza negli ultimi 30 anni (quelli che ha la 194, appunto) ha compiuto enormi progressi? Non sono forse loro ad aver sempre criticato la scienza ed esaltato invece la 'verità di dio'? L'ultima volta che è successo non è forse stato in occasione del viaggio del papa in Austria nel settembre 2007 [1]?
A tutte queste domande mi sembra che risponda benissimo Filippo Gentiloni in un editoriale [2] in cui esamina il continuo contenzioso tra Stato e chiesa. "Un contenzioso antico che si ripresenta continuamente, con le sponde del Tevere che si allargano e si restringono di volta in volta, come amava dire Spadolini. La sistemazione data dalla Costituzione e poi dal Concordato craxiano non ha rappresentato una soluzione né perfetta né definitiva. Le discussioni recenti hanno confermato l'incertezza e la precarietà di una controversia che è ben lontana dall'essere esaurita. A riaprire il contenzioso - che, d'altronde, in realtà non era stato mai risolto del tutto - alcuni fatti ben precisi, da una parte e dall'altra. Da parte vaticana, una nuova «preoccupazione»: un nuovo timore della perdita di visibilità e quindi di presenza nell'attuale società italiana. La paura che la presenza cattolica si dovesse ridurre, per così dire, alla sacrestia e alla camera da letto: che scomparisse, cioè, dalla vita pubblica, come, d'altronde, è già accaduto in molti altri paesi anche a maggioranza cattolica. Quindi una nuova presenza, più «aggressiva». Tipica, d'altronde, anche del nuovo pontificato. Dall'altra parte, alcuni fatti nuovi, sotto gli occhi tutti. Ieri, la fine di quella Democrazia Cristiana alla quale stato e chiesa avevano delegato il compito di stabilire limiti, patti e funzioni. Oggi, poi, un fatto nuovo: la nascita di quel Partito Democratico che dovrebbe essere erede sia della Democrazia Cristiana che delle sinistre, con il relativo problema della laicità".

NOTE:
[1] Claudio Flamigni, "La scienza non ha bisogno di nessun dio", Il Manifesto, 11 settembre 2007.
[2] Filippo Gentiloni, "L'urgenza del laico", Il Manifesto, 3 gennaio 2008.


mercoledì 26 dicembre 2007

In rainbows - Radiohead


Dopo 4 anni e mezzo di attesa è uscito il nuovo album dei Radiohead, "In rainbows". Scaricabile ad offerta libera fin dal 10 ottobre (10 tracce), è ora acquistabile il discbox (in un cofanetto composto da 2 cds, 2 vinili da 12 pollici e un book con i testi e le artwork di Stanley Danwood) a 40£ (55 euro). In attesa di ricevere l'agognato pacco e provvedere ad una accurata recensione, è possibile godersi Thom &co. in questo video promozionale. Per chi non dovesse accontentarsi (come il sottoscritto) è possibile acquistare i biglietti per il concerto del 17 giugno 2008 all'Arena Civica di Milano. Quelli del 18 (inizialmente prima e unica data italiana) erano andati esauriti in pochissime ore. Chi vi scrive seguirà l'evento entrambe le serate. Il reportage sarà decisamente ricco...

martedì 18 dicembre 2007

Caucaso: vicende storiche e problemi presenti

1. Nel corso del vasto sommovimento politico derivato dal dissolvimento (o ‘implosione’) dell’ impero sovietico – dovuto al crollo dei fattori interni di coesione – esplosero nell’area del Caucaso conflitti di carattere nazionale ed etnico che s’intrecciarono ad un movimento separatista con caratteri peculiari e particolarmente complessi, nonché a problemi di grave portata legati alle condizioni economiche di alcune deboli realtà messe di fronte alle difficili prove del post-comunismo.
La transizione venne condotta all’insegna di una democrazia poco più che di facciata – sotto la quale permaneva, anzi, la vecchia nomenclatura politica – e di una privatizzazione dell’economia che ha de facto sostituito all’oligarchia comunista potenti e incontrollati gruppi di potere, spesso derivati direttamente dai ranghi della prima.
In questa fascia di collegamento geografico tra Mediterraneo e Asia, posta tra il Caspio e il Mar Nero, culturalmente più vicina alle propaggini occidentali dell’Europa ma altrettanto prossima alle zone ad altissima conflittualità del Medio Oriente, il cambiamento ha assunto un ritmo decisamente sostenuto a partire dagli anni Novanta del secolo scorso.
Sul versante politico, si è assistito al netto declino d’influenza politica e di presenza territoriale della potenza russa, parallelamente – e in maniera inversamente proporzionale – alla crescita militare degli Usa nella zona. Ciò non toglie che negli anni recenti, e dopo aver risolto una serie di problemi prevalentemente di natura economica, si sia manifestato sotto la presidenza Putin il tentativo di tornare a recuperare quello status di ‘madrepatria’ perduto nel 1991 dopo la fine dell’Urss. Nel momento in cui venne meno la struttura sovietica, infatti, lo spazio transcontinentale che l’Urss aveva ereditato dall’impero zarista dovette fare i conti con la propria storia, così da ricollocare le tante tessere di un mosaico fitto di nazionalità diverse - anche di piccola e piccolissima dimensione geografica e demografica – entro una nuova cornice politica il cui futuro poteva, forse, essere progettato a partire dal passato.

2. Regione per lo più montuosa, l’area del Caucaso si presenta come un complicato reticolo di popoli, lingue, religioni e alfabeti. Accanto alle 4 lingue maggiori (il russo nella bassa Ciscaucasia; il georgiano, lingua a sé stante, scritta con un proprio alfabeto; l’armeno, lingua indoeuropea anch’essa scritta con un proprio alfabeto; l’azero, molto affine al turco) è possibile rintracciare - quasi in ogni valle e in particolare sul versante settentrionale del Caucaso, in quelle piccole aree ancora appartenenti alla Russia che hanno tentato invano la strada dell’indipendenza (Karachaevo-Cherkessia, Cabardino-Balcaria, Ossezia, Inguscezia, Cecenia) – popoli con idiomi propri anche molto diversi fra loro. Marca di confine degli antichi imperi persiano, romano e bizantino, la Caucasia si trovò in seguito nel punto di attrito tra due movimenti espansionistici, quello arabo-islamico (poi turco) e quello russo – quest’ultimo riuscì a partire dal XVIII secolo a erodere una grossa parte del dominio del rivale (qui una breve panoramica). Nell’800 la conquista russa fu totale e si concluse con l’occupazione nel 1878 del porto georgiano di Batumi, nell’odiernia Agiaria. Dopo di allora, salvo la breve parentesi delle 3 repubbliche ‘bianche’ (Armenia, Georgia e Azerbaigian) subito dopo la Prima Guerra Mondiale, l’intera regione rimase sotto il governo di Mosca fino al 1991.
In seguito, venute meno le strutture economiche socialiste che assicuravano comunque una limitata stabilità sociale, la Caucasia fu investita da una serie impressionante di conflitti a sfondo separatista, religioso o etnico, che esplosero inizialmente nel Caucaso meridionale. Nell’ultimo decennio del 900, infatti, a causa della contesa tra Armenia e Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabakh e di quella nei territori autonomi georgiani dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud, si accesero violenti scontri armati che provocarono migliaia di vittime e costrinsero un numero enorme di persone all’esodo forzato.
In verità, già negli anni '40 Stalin, in una disastrosa ottica di precaria stabilizzazione delle nazionalità, aveva ordinato in tutta l'area massicce deportazioni che colpirono in particolare le popolazioni cecene, tatare, calmucche e meskete. Milioni di persone, con l'accusa di aver collaborato con gli occupanti tedeschi, furono trasferite nelle cosiddette 'zone speciali di popolamento' in Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan. Intere nazionalità, difficilmente assimilabili nelle strutture dello stato centralizzatore, scomparvero dalla carta politica, disseminate in luoghi distanti da quelli d'origine, nell'illusione di annullare popoli che avevano mantenuto consuetudini di resistenza (per esempio contro l'obbligo di uso del cirilico) e di insubordinazione contro il potere del regime di Mosca, sulla scia di una tradizione di ribellismo presente fin dai tempi degli Zar [1].
In alcune aree vicine, furono le stesse autorità politiche ad espellere con la forza popolazioni giudicate pericolose o comunque non omogenee alla nazionalità dominante: è il caso degli Ingusci, cacciati nel 1992 dall’Ossezia del nord e deportati in massa verso la confinante Inguscezia o dei Ceceni tra il 1994-95 e, una seconda volta, a partire dal 1999 (questione ancora aperta e sanguinosamente affrontata da Putin anche grazie alla scusa della lotta al terrorismo internazionale). Ma, un destino analogo toccò anche agli abitanti di nazionalità russa che, a seguito dei caotici rivolgimenti politici, vennero a trovarsi fuori dalla Federazione nella condizione di stranieri non graditi in quanto incarnazione di un dominio politico da cui, appunto, le nuove repubbliche caucasiche intendevano liberarsi.

3. Nei ultimi anni si è assistito alla penetrazione politica americana che ha ulteriormente peggiorato le cose. Un po' come in tutti i territori periferici ex-Urss o del Patto di Varsavia (Ucraina, Polonia, Balcani, Repubbliche centroasiatiche) anche nel Caucaso sono state sponsorizzate da Washington quelle rivoluzioni 'colorate' che avrebbero dovuto portare ad un nuovo corso. Tutto ciò non è avvenuto e, interessi delle compagnie petrolifere a parte - chi ne ha fatto le spese è stata la popolazione sottoposta alle rappresaglie russe, giustificate dopo il 2001 dalla lotta al terrorismo. La verità è che così come le altre aree citate, il Caucaso riveste un'importanza fondamentale nello smistamento delle risorse energetiche, in particolare quelle provenienti dall'Asia centrale e dal Caspio (grosso punto a sfavore per gli Usa) e diretti verso l'Europa. Gli Stati uniti sponsorizzano la cosiddetta “Baku-Ceyhan pipeline” (un gasdotto che partendo dalla capitale dell’Azerbaigian arriverebbe al porto turco di Ceyhan nel Mediterraneo passando per Tiblisi in Georgia ed evitando l’Armenia – ancora restia ad assoggettersi al volere di Washington) in antitesi al progetto russo del “Caspian consortium pipeline” (che invece partirebbe da Atyrau – porto kazako sul Caspio – per finire a Novorossisk sul Mar Nero – vicino la Crimea) che costringerebbe l’Ue a dipendere ancora di più dalla tenaglia energetica russa ed escluderebbe definitivamente gli Usa e le loro companies da ingenti guadagni. Senza contare la possibilità di far passare tutti i rifornimenti energetici dell’Iraq (ed eventualmente dell’Iran) tramite pipelines da costruire sul territorio turco – una volta portata all’interno del mercato comune europeo. Quegli stessi che, ad oggi, arrivano in Europa via mare, dallo stretto di Hormuz e poi dal canale di Suez – con costi decisamente più alti. A giudicare dal costante comportamento nei due mandati presidenziali, c'è da scommettere che Vladimir Putin non starà certo a guardare gli americani che fanno il bello e il cattivo tempo proprio sotto il suo naso.

lunedì 17 dicembre 2007

martedì 11 dicembre 2007

Turbogas, carbone 'pulito' e le favolette sull'energia non inquinante

Negli ultimi tempi abbiamo sentito parlare sempre di più di energie pulite e rinnovabili. Anche per effetto delle denunce di Beppe Grillo, i nostri politici sembrano essersi convertiti a queste necessità. Ma è vero quello che ci dicono? O per loro rappresenta solo l'ennesima occasione di guadagno personale? Non essendo un esperto in materia ho affidato il compito all'esimio ing. Mairic Ivanov. Il post va a contribuire (anche se decisamente in ritardo - era per il 15 ottobre 2007) alla campagna Blog Action Day il cui tema era quest'anno l'ambiente.

1. Se non ricordo male, la centrale detta Turbogas si differenzia dalla classica centrale termica (o termoelettrica) per il motivo seguente: la termoelettrica brucia un combustibile che può essere di varia natura, in origine era il carbone (uno dei motivi dell'avanguardia inglese nello sviluppo capitalistico).
Attualmente si bruciano prodotti di raffinazione del petrolio, ma si possono usare anche gas naturale e metano (eh sì, il preziosissimo gas del figlio di Putin serve anche a questo), per motivi di costo e per il fatto che il metano in combustione diventa vapore acqueo e anidride carbonica, che farà (forse) male per l'effetto serra, ma non è in alcun modo tossica, mentre i derivati del petrolio rilasciano in genere monossido di carbonio - che è quello che vi uccide se vi suicidate col tubo di scappamento in auto e che ogni tanto stecchisce nel sonno incauti utilizzatori di stufette.

2. Comunque, qualunque sia la natura del combustibile (che può essere al limite anche uranio o plutonio, si chiamano infatti centrali termonucleari), esso alimenta una vera e propria CALDAIA dove viene fatta bollire l'acqua e portata a pressioni molto elevate. Ottenuta questa "pentola a pressione", la si fa sfiatare dentro una turbina: le pale girano con questo 'sfiato' e azionano degli alternatori i quali [...] producono corrente elettrica e vi potete appicciare il computer per leggere queste pallosissime cazzate! Quello che sfiata dalla turbina è vapore (inquinamento solo di tipo termico), mentre quello che esce dalla caldaia dipende da cosa si è bruciato. Perciò, quando vi parlano di centrali a "carbone pulito" potete farvi una grassa risata.
Sostanzialmente e concettualmente, non c'è niente di diverso dalla prima macchina a vapore di Watt, solo che mentre in quel caso il vapore azionava direttamente congegni meccanici (le macchine tessili a cui quei bastardi inglesi avevano incatenato il proletariato espropriato dalle common lands e contro le quali si scagliò l'indimenticato John Ludd) nel caso delle centrali elettriche ad essere azionato è un congegno che trasforma l'energia meccanica in elettrica, l'alternatore appunto. Il problema di questi impianti è il rendimento e si riallaccia sulla giusta osservazione sul "presioso" gas. Infatti nel passaggio dell'energia da chimica ("contenuta" nel combustibile) a termica (combustione) a meccanica (pale rotanti) a elettrica, o meglio, in ognuno di questi passaggi, una parte dell'energia iniziale - manco tanto piccola - se ne va a puttane come calore disperso nell'atmosfera. A spanne e mediamente, circa la metà diventa energia elettrica (e manco sempre). Si capisce che il problema di ricavare la massima energia elettrica da una data quantità di combustibile (scarsa! e qui entra in gioco l'economia...) non è da poco conto, co' sti chiari di luna: Putin per l'appunto, Ahmadinejad, Chàvez etc. che guarda un po' se sti stronzi di sottosviluppati TERZO MONDO ci debbano negare così i loro carburanti! (e qui entra in gioco la politica).

3. Premesso che c'è un modo per alzare un po' i rendimenti (impianti di cogenerazione per esempio, recuperi un po' di calore che andrebbe disperso per riscaldare gli ambienti o l'acqua per uso civile), restano comunque non alti.
Molto di più lo sono invece quelli delle centrali dette Turbogas. In questo caso infatti, il combustibile non serve a scaldare e far evaporare l'acqua, ma, bruciando, crea una nube con i prodotti della combustione stessa (a temperatura più alta e pressioni maggiori del vapore) che viene poi fatta sfiatare direttamente per azionare le pale della turbina. L'energia meccanica trasmessa è maggiore, inoltre c'è un trasferimento di energia in meno (dal combustibile al gas), va da sé che i rendimenti sono più alti, cioè a parità di roba bruciata, produco più energia elettrica (che è quella che ci interessa, perché è la più facilmente distribuibile).
In questo caso il ciclo assomiglia molto a quello dei motori a scoppio - nelle versioni Otto e Von Diesel, quello che poi inventò i famosi jeans (hehehe!) - in cui l'espansione dovuta al liquido che brucia è trasformata direttamente in energia meccanica muovendo i pistoni del motore.
Dunque, se la prima potevamo assimilarla ad una megapentola a pressione, questa potremmo assimilarla ad una mega-automobile (ferma però). Quello che sfiata dalla turbina però in questo caso non è vapore, ma i prodotti di combustione, compresi un po' di monossido, idrocarburi incombusti, qualche polvere sottile, e tutte quelle belle cosucce che possono uscire dallo scappamento della macchina. Poi si catalizza anche lì quanto ti pare, ma vattela a respirare tu la marmitta della macchina!!! Questo spiega anche perché nessuno le voglia vicino casa. Anche perché - ma dovrei verificare - mi pare che non si usi il gas naturale e/o il metano, perché l'espansione in combustione di gas è minore di quella dei liquidi e da questa dipende la pressione con cui 'sfiata' (anche intuitivamente). Tra l'altro il metano ha rischi di detonazione a certe pressioni - vedi incauti manutentori di caldaie/tubature che poi salta per aria un palazzo all'improvviso...

4. Detto questo non credo nemmeno che l'Enel ci abbasserà la bolletta per metterci un mega-tir in casa, e se anche fosse non credo che il risparmio basterebbe a pagarsi le cure e le medicine anticancro... effettivamente servirebbe il parere di un medico/epidemiologo, ma l'elettrocarbonium (qui ad Ascoli Piceno) ce la ricordiamo con i suoi tumori alla vescica e alle ossa; non voglio dire che sia la stessa cosa, ma sarebbe spiacevole scoprire DOPO che la cosa era cancerogena - intendo quando già ce l'hai, no?
Poi se uno dicesse che queste iniziative andrebbero sabotate, gli si dà del terrorista... che brutte munne! Vi ho annoiato, lo so, immagino il giramento di pale, ma non c'era un modo migliore di spiegarsi... poi lo capite perché tanti anni di ingegneria ingenerano turbe psichiche???

ing. Mairic Ivanov
* Firma anche tu la petizione contro la realizzazione di una centrale turbogas ad Ascoli Piceno: http://www.petitiononline.com/ap301207/petition.html
APPROFONDIMENTI (video):
- Si produce poca energia (intervista del Presidente della Provincia di Ascoli Piceno Massimo Rossi)

giovedì 6 dicembre 2007

Il quinto Zar

1. Anche se in tono minore rispetto a quanto ci si attendeva, le elezioni parlamentari russe hanno definitivamente incoronato Vladimir Vladimirovic Putin quinto Zar di tutte le Russie. Ereditando le rovine dell’impero sovietico, in otto anni ha posto le basi per il nuovo impero russo, il quinto appunto – se si accetta la classificazione dello storico Philip Longworth – dopo quelli di Kiev (850 ca.-1240), di Mosca (1400 ca.-1605), dei Romanov (1613-1917) e dei bolscevichi (1918-1991)[1]. Quando nel 2000 Putin salì al potere la Russia era molto simile ad un immenso buco nero assoggettato all’egemonia americana, divorato da una lunga lista di oligarchi – a cominciare dalla combriccola di Eltsin – e sottoposto a derive indipendentiste di stampo etnico.
Sebbene gli oligarchi siano rimasti, è anche vero che la Russia macina cifre in termini economici impensabili in Europa: negli ultimi 8 anni il Pil è cresciuto ad una media del 6,5%, si è quasi dimezzato il numero di coloro che vive al di sotto della soglia di povertà e il tasso di disoccupazione è passato dal 10% al 7%. Pur non essendo la realtà esattamente così, sono dati che, da soli, basterebbero a spiegare l’enorme consenso di cui Putin gode. In politica estera ha restituito ad una Russia monca per le defezioni della sua periferia il ruolo di primo attore, brandendo sapientemente la più potente delle sue armi atomiche, quella energetica. Lo ha fatto cancellando de facto lo stato di diritto, seppellendo la democrazia. Ma i russi, spinti dal loro grande nazionalismo, amano i personaggi forti e si accontentano di quel po’ di miglioramento nelle condizioni economiche e di vita che effettivamente c’è stato, anche se per lo più concentrato nelle grandi città e per poche fasce sociali. Putin incarna il recupero della sovranità russa, a cominciare da quella parte del corpo imperiale provvisoriamente amputato ma destinato a riallacciarsi alla madrepatria, dove altri pretenderebbero di coltivare il loro orticello (in primis per motivi energetici Ucraina, Bielorussia, Kazakhistan, Armenia e Georgia). Ed arroga a sé, in un modo o nell'altro, una sorta di diritto morale di governare.

2. Con il voto per la Duma, la camera bassa del Parlamento, si è svolto in Russia il primo atto di una lunga marcia elettorale che si concluderà a marzo 2008 con le presidenziali. Costituita da 450 rappresentanti, ha il potere di proporre e approvare le leggi; esprime il consenso in merito alla nomina del Primo ministro da parte del Presidente; può votare la sfiducia al Governo e dare inizio alle procedure d’impeachment (messa in stato d’accusa del Presidente), ma la destituzione definitiva è prerogativa della Camera alta, il Consiglio della Federazione.
Questa è la quinta elezione dell’organo statale dal 1993, quando a guidare il paese c’era Boris Eltsin, l’artefice delle riforme shock nel campo dell’economia (breve rassegna delle precedenti elezioni). Ma con una nuova legge elettorale che - abolito il vecchio sistema metà proporzionale e metà maggioritario per un proporzionale secco - proibisce la formazione di blocchi, elimina dalla scheda l’opzione per votare ‘contro tutti i candidati’ (che aveva registrato un buon consenso 4 anni fa) e alza dal 5 al 7 per cento la soglia di sbarramento utile ad accedere alla Duma. Una vera catastrofe per i partiti di opposizione liberale, destinati a rimanere fuori della porta. I risultati sono stati impietosi.
L’affluenza alle urne è stata del 63%, dato molto importante e positivo per il Cremlino, che temeva una forte astensione la quale avrebbe potuto moralmente inficiare il voto. Ma così non è stato e – scontata vittoria di Putin a parte - sono solo 4 i Partiti che entrano nella Duma: Russia Unita con il 64,1%, Partito Comunista 11,6%, Partito liberal-democratico 8,2% e Russia Giusta 7,8%. Rimangono invece fuori le formazioni cosiddette liberali (filo-occidentali): oltre allo storico Yabloko, l’Unione delle forze di destra (Sps) e il Partito agrario (15 i partiti ammessi a partecipare – panoramica sistema partitico).
Scontati e – peraltro – evidenti, i brogli denunciati da più parti sono stati perentoriamente spediti da Vladimir al rispettivo mittente. Se lo può permettere. E’ lui che muove i fili nella nuova Russia. Alle prossime presidenziali dovrà lasciare l’incarico – come impone il dettato costituzionale – e, come lui stesso ha più volte ampiamente rassicurato, al Cremlino siederà un nuovo capo di stato. Ma ha sempre lasciato intendere di non pensare minimamente ad un futuro da pensionato, anzi di voler mantenere un ruolo di primo piano nella vita politica russa. In attesa, ovviamente, di tornare alle presidenziali successive dopo la pausa necessaria per non violare la Costituzione o, magari, un rientro ad interim in seguito a dimissioni anticipate: Putin ha studiato tutte le alternative e mosso tutte le pedine in quella che è sembrata essere una sua personalissima partita di scacchi. Il vero problema di questa ipotesi è il rischio di vedersi soffiare il posto da un presunto fantoccio che pensava di poter controllare. Le cose – la storia lo insegna - potrebbero andare in maniera diversa.
Altre ipotesi vorrebbero Putin avventurarsi – pur avendo attualmente i numeri - in un rischioso cambio di forma di governo (al fine di succedere a sé stesso diventando, per esempio, primo ministro di una repubblica parlamentare) o creare una figura ad hoc, ritagliata su misura, superiore agli altri organi già esistenti. Ma c’è chi dice che Putin potrebbe rimanere dietro le quinte per un po’ di tempo e piazzare semplicemente alcuni fedelissimi in quei posti chiave che ancora mancano alla sua fitta ragnatela di clientele – la cosiddetta ‘verticale del potere’.
Troppo giovane per andare in pensione, troppo esperto politicamente per ridursi a una carica (per esempio quella di primo ministro) dalla quale potrebbe essere facilmente rimosso dal nuovo Presidente - soprattutto dopo essere stato Presidente per due mandati e godendo tuttora di una popolarità enorme. Cosa succederà? Indicazioni forse decisive a metà dicembre quando vi sarà l’indicazione di Russia Unita per il suo candidato alle presidenziali di marzo.

3. Basta guardare la cartina geografica per capire che la Russia è un protagonista assoluto della geopolitica mondiale. Confina con tutti i principali attori - effettivi (Usa, Cina e Giappone a est) e aspiranti tali (Ue) – e il suo spazio consente di avere una posizione privilegiata nelle prossime partite geopolitiche, l’Artico ed il Caspio. A sud deve fronteggiare il separatismo islamista e nell’Asia centrale è impegnata nel controllo e nello smistamento delle immense risorse energetiche che possiede. Ma è a ridosso dei suoi confini che si addensano le nubi più grigie: dall’Artico al Baltico, dai Balcani al Mar Nero, fino al Caucaso e all’Afghanistan, a tutte le frontiere sensibili del territorio russo campeggia la Nato - ossia l’America con un vestito diverso, quello di chi fomenta e finanzia le rivoluzioni ‘colorate’ per annettere paesi ex-patto di Varsavia all’alleanza atlantica – e la prospettiva di uno scudo spaziale con missili intercettori piazzati davanti alla porta di casa accresce le fobie del Cremino e ne stimola la classica sindrome da accerchiamento. Paradossalmente, la fine della guerra fredda ha rimilitarizzato le relazioni russo-americane.
Bush ha occupato la Casa Bianca quando Putin aveva appena finito di arredare i suoi uffici al Cremlino, in un momento in cui l’élite americana considerava l’ex avversario sconfitto una specie di bacino dal quale attingere, un paese con un regime di affaristi preoccupati solo dei loro conti svizzeri, abitato da un popolo in fervida - quanto vana - attesa dei paradisi evocati dai neoliberisti di mezzo mondo. Otto anni dopo la Russia registra una decisa impennata nel termometro del potere mondiale, proprio mentre gli Usa si scoprono più deboli, non in grado di dettare l’agenda altrui e, anzi, sempre più bisognosi di tutti per rimanere almeno primi inter pares.
Le priorità geopolitiche di Putin partono dal recupero dei tre blocchi persi dopo la dissoluzione dell’Urss (Balcani, Ucraina e Bielorussia ad ovest, Caucaso a sud e Kazakhistan a sud-est), in particolare il Caucaso - il cosiddetto ‘estero interno’ vero e proprio buco nero dell’impero russo. Il secondo passo è quello di tenere agganciata l’Europa grazie alla tenaglia energetica, le cui ganasce si estendono dai rifornimenti che passano per i Balcani (e partono dalle riserve di gas dell’Asia centrale) al nuovo gasdotto del Baltico, il Nord Stream (il cui gas è quello siberiano che, in parte, va anche ad abbeverare il sistema industriale cinese). Infine, di fondamentale importanza sono le relazioni con i cinesi e – cosa che preoccupa non poco Washington – lo sviluppo della rete delle intese energetiche basate su contratti bilaterali a lunga scadenza con Pechino, l’India e le altre economie emergenti, che spazzerebbero via le companies americane e buona parte delle majors occidentali.L’atteggiamento e la strategia americana verso la Russia saranno, ad ogni modo, determinati dalla prossima presidenza Usa e influenzati dalle relazioni con la Cina, soprattutto per il ruolo che ha lo Yuan (o Renminbi cinese) nella copertura del debito a stelle e strisce. Se Washington vedrà in Pechino un rivale, avrà bisogno di Mosca per contenerlo, se, invece, individuerà nell’Impero di Mezzo un valido partner, la Russia scadrà nell’ottica della Casa Bianca a pedina secondaria. Ma in ogni caso, come hanno insegnato Nixon e Kissinger nei primi anni ’70 con la cosiddetta ‘diplomazia triangolare’, per Washington è vitale tenere la Cina ben separata dalle Russia. Solo una cosa è sicura: chiunque tratterà con Mosca avrà a che fare con lo Zar Putin.


NOTE:

[1] Fonte: Eurussia?, editoriale di Limes 6/2006, La Russia in casa.

[*] Per la vignetta - disegnata qualche mese fa in occasione del vertice Putin-Prodi nel quale si sarebbe dovuto trattare il tema dei diritti umani - si ringrazia il solito Marco Viviani.

sabato 1 dicembre 2007

Annapolis, l'ennesima farsa

1. Sorrisi, strette di mano, banchetti, brindisi con tanto di cin-cin, vuota retorica e tanti applausi: le scene viste ad Annapolis sono purtroppo molto simili a quelle che si è abituati a vedere dal 1993, quando ad Oslo partì quel fantomatico oggetto misterioso che viene definito ‘Processo di pace’. E' solo l'ultimo capitolo in ordine di tempo di una farsa. C'era da aspettarselo.
Perché come ogni volta, dietro la parvenza di quello che la comunità internazionale vuole spacciare per accordo, si celano altri interessi e altre strategie. Per continuare il progetto imperiale - oltre al tentativo di condizionare la politica interna statunitense del prossimo mandato - George 'dabliù' e la brigata neocon stanno costruendo un asse sunnita-moderato per isolare Teheran e limitarne l'influenza nella regione, visto che un attacco diretto sembra alquanto improbabile nelle condizioni attuali. Ma ha anche bisogno di lasciare l'immagine - aiutato dai sempre più pietosi think tank occidentali - di colui che ha strenuamente tentato di riportare la situazione alla normalità e cancellare così gli errori della sua disastrosa presidenza. Normalità per lui e i suoi compiacenti - of course. Come si fa infatti a chiamare conferenza di pace un incontro in cui sono assenti proprio i soggetti (Iran, Hamas) che dovevano, ragionevolmente, essere i primi invitati?

2. Sul piano regionale, è chiaro che Annapolis rappresenta l’atto finale dell’accerchiamento alla repubblica islamica, con l’evidente – quanto impossibile – obiettivo di un ‘cambio di regime’ a Teheran, da perseguire – tanto per inziare - tramite una serie asfissiante di sanzioni economiche. Ma c’è chi a Washington vorrebbe l’ennesima guerra, magari preparando ancora un po’ il campo gettando benzina sul fuoco dei separatismi etnici, soprattutto quello curdo e baluci.
Con l’esercito americano in Iraq e Afghanistan e le alleanze con Turchia e Pakistan, il confezionamento di un asse anti-iraniano (‘sunnita-moderato’) stringe ulteriormente il cerchio: dai già allineati Egitto, Giordania e Arabia Saudita, si amplia agli altri stati della penisola arabica. Di più: Annapolis è il chiaro tentativo di incrinare la tradizionale alleanza siro-iraniana, facendo concessioni ad Assad sul Golan e sul tribolato fronte libanese.
La presenza siriana (manca però l’Iraq) è così servita all’amministrazione Bush per pubblicizzare il carattere ‘panarabo’ dell’iniziativa e per sondare il terreno con Damasco su un eventuale futura intesa per indebolire Tehran e i suoi alleati, in primis il movimento palestinese Hamas e quello libanese Hizbullah. Nell’ottica statunitense, inoltre, se la Repubblica islamica va isolata dal contesto arabo, l’attuale governo iracheno di Nuri al-Maliki non va ulteriormente indebolito o esposto a nuove minacce da parte dei clienti iraniani in Iraq. La sua assenza si spiega, quindi, solo mettendo da parte la questione palestinese e considerando l’enorme influenza di cui alcuni ambienti politici iracheni vicini all’Iran godono nei palazzi del potere di Baghdad.
Annapolis è, dunque, la rampa di lancio dell’imminente attacco all’Iran? Molti giurano di si, altri, più realisticamente, collocano l’evento nella seconda metà del 2008.
Per come sono messi gli Stati uniti credo che sia decisamente improbabile. Da anatra zoppa diventerebbero un'anatra stecchita, con le fiere cinesi e russe a dividersi la carcassa. A prescindere da quale tipo di attacco si prospetti: dando per scontato che un’operazione terrestre sia fisicamente impossibile (per la natura del territorio iraniano, per la potenza delle sue truppe e per il fatto che gli americani sono già fortemente impegnati in altri 2 fronti) rimarrebbe l'opzione ‘Osirak’ sul tavolo. Ma anche quella costituirebbe una sorta di suicidio, soprattutto in un momento in cui mutui sub-prime, indebolimento del dollaro e debito pesano come macigni. Senza contare tutti gli altri motivi: dalle certe ritorsioni iraniane in Iraq e in Israele (tramite Hizbullah e Hamas) fino alle ‘proteste’ sino-russe che costringerebbero gli Usa ad impegnarsi in una guerra commerciale che finirebbero per straperdere. Per non parlare poi del fattore ‘prezzo del petrolio’ che con la chiusura dello stretto di Hormuz raggiungerebbe livelli impensabili e insostenibili. Dal canto suo l'Ue non ha il potere per fare nulla e i singoli stati membri possono esclusivamente decidere se stare al fianco dell'impero o distaccarsene per ragioni commerciali e/o ideologiche.

3. Vista dallo scenario interno israeliano e palestinese, la conferenza è finita prima ancora di cominciare a causa della debolezza interna dei rispettivi leaders: se Abbas – con Gaza in mano ad Hamas e la Cisgiordania ridotta a brandelli – rappresenta poco più che sé stesso, dall’altra parte Olmert non dorme sonni tranquilli, incalzato dall’opposizione di destra. In particolare, dal parlamentare Avigdor Lieberman che pretendeva di imporre ai palestinesi un’ulteriore condizione: il riconoscimento di Israele in quanto ‘stato ebraico’. Per Zvi Bar’el [1] l’unico risultato di Annapolis sta nel fatto che “adesso Olmert può elogiare Abu Mazen, dicendo che finalmente c’è un interlocutore palestinese con cui dialogare. Il problema, purtroppo per lui, è che manca l’interlocutore israeliano”.
Per cui tutto è già stato deciso dalla Knesset, il parlamento israeliano, che ha approvato una proposta di legge che sposta a 2/3 (80 parlamentari) la maggioranza necessaria al governo per modificare i confini di Gerusalemme – fino ad ora bastava la maggioranza assoluta. Secondo la Costituzione, inoltre, dopo l’approvazione nell’iter parlamentare, la modificazione deve essere sottoposta a referendum.
Rimangono, così, irrisolte tutte le questioni che ben si conoscono e che nel 2002 erano state riformulate in base al piano di pace arabo lanciato dall’iniziativa saudita. Ma Israele non ha mai accettato quel piano e non ne ha presentato uno suo che proponesse una soluzione decente ai nodi più spinosi. Anzi. “I tentativi di Israele di far fallire la conferenza di Annapolis – si chiede Raghida Dergham [2] – prima ancora del suo inizio sollevano un interrogativo fondamentale: se Israele vuole veramente la pace, perché si comporta così? (…) Le posizioni di Israele, che punta a sabotare la conferenza, rientrano nel suo tentativo di mettere in difficoltà i moderati palestinesi (…) sta cercando di fomentare la divisione tra palestinesi perché è convinto che sia nel suo interesse. E si sta già preparando militarmente per la fase successiva ad Annapolis, che prevede un’ondata di ribellione contro l’Anp se la conferenza non farà avanzare in modo significativo il processo di pace”.

4. Gli ostacoli alla pace erano già ampiamente stati ricordati in un'ottima analisi di un gruppo di ricerca dello US/Middle East Project, Inc.: il problema dei confini del ’67, continuamente eluso da Israele con gli insediamenti e il muro in Cisgiordania, lo status di Gerusalemme, che la politica abitativa israeliana ha sottratto agli arabi (64 kmq in meno rispetto alla guerra dei ‘sei giorni’), il ritorno e il risarcimento dei profughi dal ’48 a oggi, e, non meno importante, il controllo delle risorse idriche, già abbondantemente a favore di Tel Aviv (cliccare sulla scheda a sinistra per ingrandirla). Tutte queste cose non preoccupano minimamente Abu Mazen, ma hanno suscitato le proteste di Hamas e di tutta l’opposizione integralista. Già, proprio Hamas – l’unico attore definibile legittimo, ma trascurato dai potenti che vorrebbero imporre la loro visione di ‘pace’.Come ebbe a scrivere Henry Siegman, autorevole studioso del Council on Foreign Relations, in un'ottima analisi ("Hamas: the last chance for peace", The New York Review of Books, vol.53, n.7 del 27 aprile 2006) Hamas si è dimostrato un attore pragmatico e, soprattutto, l'unico del dopo Arafat - che personalmente non giudico nel complesso buono - forte di una grossa legittimità popolare tanto da poter affermare che proprio senza di esso la pace sembrerebbe impossibile. E invece...strangolamento. Aggiungerei un elemento: perché IsraelUsa insiste col cavallo morto Abu Mazin invece di sciogliere le briglia a Barghuti? Risposta semplice: quest'ultimo - che pure è di Fatah - cercherebbe un proficuo dialogo con la parte moderata di Hamas; al contempo Hamas non presterebbe il fianco cercando aiuto a Teheran (sappiamo tutti che lo farebbe, anche solo per motivi religiosi come la contrapposizione sunniti-sciiti) e probabilmente non avrebbe neanche sconfinato nel controproducente golpe di Gaza. Il popolo palestinese conquisterebbe forse definitivamente una vera coscienza di sé. Troppo poetico e degno di un sognatore?

NOTE:

[1] Dar al-Hayat, Libano - Vincere l'indifferenza, Internazionale n.720.
[2] Ha'aretz, Israele - Alla prossima volta, Internazionale n.720.
* PER APPROFONDIRE:
- Dietro le quinte di Annapolis, DOMINIQUE VIDAL - Le Monde diplomatique, novembre 2007.

venerdì 30 novembre 2007