lunedì 26 febbraio 2007

Le 12 tavole di Prodi

1. Il rinvio presidenziale del governo Prodi alle Camere fa, in teoria, rientrare a crisi: l’esecutivo otterrà la fiducia – a meno di repentini imprevisti – e, costituzionalmente parlando, sarà lo stesso di prima. Detto che la scelta di Napolitano è pragmaticamente la migliore tra quelle a sua disposizione, ciò che è interessante chiedersi ora è se l’esecutivo, oltre ad essere lo stesso di prima, continuerà ad essere quello di prima. Ossia, se produrrà lo stesso tipo di politica o se, quasi inevitabilmente, dovrà ridefinire alcune questioni per guadagnarsi stabilmente i voti della sopravvivenza.
Possiamo trarre una prima idea dai 12 punti “non negoziabili” sottoposti da Palazzo Chigi ai segretari dei partiti della coalizione. Se si fa eccezione per l’Afghanistan e la Tav (punti 1 e 4) il resto del diktat prodiano appare vago ed evasivo: in materia di pensioni non si accenna ai limiti d’età, sulla famiglia si tace circa i Dico e su altre questioni le parole usate hanno i tono di una dichiarazione d’intenti. Come ha commentato Beppe Grillo (dal cui sito è stata presa l’immagine) “se Mosè avesse scolpito le tavole della Legge con la stessa chiarezza il mondo sarebbe preda del caos. I segretari di partito hanno comunque accettato. Con dei punti così vincolanti possono stare tranquilli. E farsi i c...i loro”.

2. La sensazione è che molto dell’azione precedente verrà modificato, in nome della necessità di allargare la maggioranza in Senato. Nel ‘mercato di riparazione’, Prodi & co. hanno ottenuto un magro bottino, riuscendo ad incassare solo un si certo, quello di Follini. O forse tre.
Perché il destino di questo governo sta nei numeri: se si escludono dal conto i senatori a vita (che il Costituente ha pensato slegati dall’esecutivo e, quindi, aventi diritto a votare ogni volta come credono) e quelle che Giovanni Sartori ha definito sul Corriere le “teste quadrate che non ragionano come le teste rotonde”, Prodi è inesorabilmente sotto.

3. L’adesione di Follini non sarà priva di un costo. Il preventivo è stato presentato nel momento in cui si è proposto di “partecipare alla costruzione del nuovo centrosinistra, più vicino al centro [e] contribuire a tracciare una rotta diversa da quella seguita fin qui”. E nella stessa intervista al Corriere – in cui dichiara anche di non demonizzare i Dico, ma di ritenerli non prioritari nell’agenda politica del paese – alla domanda se consideri i 12 punti una svolta centrista, risponde che “rappresentano un primo passo, l’inizio di un cammino, il segno che si è imboccato un senso”.
Per l’adesione di Andreotti, invece, il prezzo è stato già pagato. Lo stesso senatore, molto soddisfatto, ha fatto sapere che “io stesso come cattolico, ma anche come persona (ma gli altri non sono pure persone?) ero rimasto molto male impressionato dal fatto che il governo avesse proposto le famiglie omosessuali”, aggiungendo, a proposito del fatto che i Dico sono spariti dal documento programmatico di governo, che “in aula ci sarà un dibattito e alcuni temi che avevano disturbato saranno accantonati, quindi non dovrebbero esserci difficoltà”. E a chi gli chiede un’opinione sul presunto complotto per far fuori Prodi, risponde che “questo dei complotti è un sospetto che in Italia non muore mai, ma è tutto sbagliato…”.
Illuminante al riguardo un articolo dell’Indipendent intitolato Blame the Vatican for Italy’s latest crisis, nel quale Peter Popham scrive che “l’Italia non è uno stato, ma due: quello creato nel 1870 e il papato, attorcigliato nel cuore di Roma. Il governo è caduto perché tre senatori a vita hanno bocciato la politica estera del governo, nonostante fossero favorevoli alla missione in Afghanistan. Il loro vero obiettivo era boicottare il disegno di legge sulle unioni civili”.

4. Qual è, dunque, il futuro del governo Prodi? Una volta ottenuta la fiducia cosa dovrà inventarsi il ‘Professore’ per continuare a sopravvivere? Dovrà negoziare di volta in volta la sua politica finendo così per prestare il fianco a tutti quelli che minacceranno di far mancare i numeri? Una cosa è sicura: chi sperava che dopo l’iniziale carburazione questo governo avrebbe finalmente fatto qualcosa ‘di sinistra’ rimarrà deluso.
In politica estera l’intenzione è quella di “rispettare gli accordi internazionali”, il che tradotto vuol dire che continueremo a fare quello che ci ordinano dall’altra parte dell’Atlantico; all’interno, il tentativo di restituire ad una parte della popolazione i suoi legittimi diritti civili verrà affondata in Parlamento e qualsiasi tentativo di sterzata a sinistra in materia di welfare sarà bloccato; in più, ci sarà spazio per l’approvazione di una legge elettorale che imporrà una pesante forza centripeta al nostro sistema costituzionale. In proposito, Follini si è affrettato ad esternare che “il doppio turno alla francese implica il bipolarismo. Il modello tedesco, per metà proporzionale, non esclude una terza forza. Dipendesse da me, sceglierei il modello tedesco”, preludendo, dunque, il ritorno a quell’eredità che credevamo esserci scrollati di dosso nel terremoto dei primi anni Novanta.
“Ho detto molte volte che Prodi doveva sottrarsi alla sacralità e agli automatismi della campagna elettorale che l'ha portato a Palazzo Chigi, e liberare se stesso dall'idea muscolare del bipolarismo prevalsa in questi anni […] non ho un'idea sacrale di maggioranza e opposizione, non credo esistano due recinti: più si allentano le morse, meglio è. Il senso di una legislatura costruttiva, di movimento, sta nel non restare imprigionati in uno dei due blocchi”.
La paura è che tutti si concentrino sulla legge elettorale e sui vantaggi da trarne, lasciando irrisolte le questioni che rallentano il paese.

sabato 24 febbraio 2007

La crisi annunciata

1. La crisi aperta dal voto negativo del Senato sulla mozione del Governo merita un'attenta riflessione sul sistema politico italiano nel suo complesso, fuori dai calcoli politici particolari. Non potendo l'Italia permettersi - soprattutto nel contesto attuale - una tale battuta d'arresto, sarebbe meglio che la riflessione fosse indirizzata verso il perseguimento dell'interesse nazionale, piuttosto che dominata da quantomai inopportune schermaglie politiche.
Non era mai successo nell'Italia repubblicana che un governo non ricevesse il voto positivo in politica estera: la rilevanza della questione impone la partecipazione e il buon senso di tutti. La caduta è, infatti, fragorosa, resa ancor più evidente dal fatto che sia avvenuta su un tema che trovava un generale consenso anche nell'opposizione e nonostante la linea molto coerente tenuta da D'Alema, il quale ha parlato con nettezza, ammonendo che un governo che si rispetti deve potersi reggere su una propria maggioranza in politica estera, che su un tema così decisivo non sono ammissibili apporti dell'opposizione e che se non si sta su questa strada allora l'unica alternativa è quella di abbandonare la partita. Una politica estera che in un precedente post avevo – senza aver peraltro cambiato opinione – decisamente criticato.
E' stata, ad ogni modo, una crisi ampiamente annunciata da segnali di tensione a livello di politica internazionale e da controverse questioni interne.

2. Tecnicamente, una crisi di governo può caratterizzarsi come crisi parlamentare o extraparlamentare.
Nel primo caso, in seguito all'approvazione di una mozione di sfiducia da parte del Parlamento, il Governo ha l'obbligo giuridico di dimettersi: tale ipotesi non è espressamente prevista dalla Costituzione, ma si deduce dal sistema e, ex adverso, dalla norma contenuta all'articolo 94 comma I secondo il quale "il Governo deve avere la fiducia delle due Camere". L'ipotesi di una crisi seguente all'approvazione di una mozione di sfiducia non si è mai verificata e solo 5 Governi (De Gasperi '53 - Fanfani '58 - Andreotti '72 e '79 - Fanfani '87) non hanno ottenuto la fiducia dopo la loro formazione, nel qual caso si parla di mancata costituzione iniziale del rapporto di fiducia.
Tutte le altre crisi di Governo hanno avuto origine extraparlamentare, dovute, cioè, al ritiro dell'appoggio da parte di uno o più gruppi parlamentari - se sufficiente a porre l'esecutivo in minoranza - o alla decisione autonoma del Governo stesso qualora abbia il convincimento di non godere più della fiducia del Parlamento. In questo caso, e fermo restando la possibilità per l'esecutivo di porre la questione di fiducia, efficace strumento contro l'ostruzionismo delle minoranze con la quale dichiara all'Assemblea che se la mozione non passa è pronto a dimettersi, esso può ancora restare in piedi, in virtù dell'articolo 94 comma IV secondo il quale "il voto negativo di una o entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa l'obbligo di dimissioni".
Sebbene, quindi, le dimissioni non fossero dovute, appare però evidente che, qualora il voto negativo investa una questione chiave dell'indirizzo politico del Governo, esso dovrebbe interpretarlo come un chiaro segnale del fatto che la maggioranza non condivide più la sua linea politica, prenderne atto e trarne le necessarie conseguenze. Così è stato, con la salita di Prodi al Quirinale e la rimessa della patata bollente nelle mani del Presidente della Repubblica. Il quale può respingere le dimissioni rinviando il Governo alle Camere per una parlamentarizzazione della crisi o accettarle e indire nuove elezioni, affidando nel frattempo al Governo dimissionario in regime di prorogatio il disbrigo degli affari correnti. Tutto dipende da come Napolitano userà il suo potere costituzionale: è all'inizio del suo mandato e gode della giusta autorità, ma è alle prese con la sua prima crisi di Governo e pretende dai partiti inamovibili garanzie sul fatto che un eventuale Prodi bis abbia numeri più solidi in Senato. In alternativa, un governo istituzionale.

3. Come purtroppo avviene in Italia, il dibattito che è scoppiato non ha evidenziato anche la fragilità del nostro sistema istituzionale, ma si è concentrato solo nell'individuazione dei possibili colpevoli e dei probabili calcoli politici. Tre le cause indicate: l'irresponsabilità dei dissidenti di estrema sinistra che non hanno rispettato la linea del loro rispettivo partito, lo sgambetto dei senatori a vita che apre la strada all'ipotesi del complotto Usa-Vaticano e l'effetto inevitabile della legge porcata che non consente governabilità in quel di palazzo Madama.
Dare tutta la colpa a Rossi e Turigliatto è, anche numericamente, un errore: se i due senatori avessero votato la mozione i voti sarebbero stati 160, ma il quorum si sarebbe alzato a 161. Tanto più che, non trattandosi di votare la fiducia sull'operato del governo in toto, il parlamentare può orientare la sua volontà in maniera difforme, dal momento che l'articolo 67 della Costituzione sancisce il divieto di mandato imperativo stabilendo che "ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita la sua funzione senza vincolo di mandato". Se di fatto nella realtà tale vincolo e attenuato dalla disciplina di partito - che tende a compattare i singoli membri dei gruppi parlamentari - secondo alcuni (Biscaretti, Mazziotti, Mortati) ciò non contribuirebbe a far venir meno il divieto: l'articolo 83 comma I del Regolamento della Camera attribuisce ai "deputati che intendano esporre posizioni dissenzienti rispetto a quelle dei propri gruppi" il diritto a prendere la parola nella discussione di voto e l'articolo 84 comma I del Regolamento del Senato stabilisce che "i senatori che dissentano dalle posizioni assunte dai gruppi di appartenenza sull'argomento in discussione hanno facoltà di iscriversi a parlare direttamente". Così ha fatto per esempio il signor Rossi, dichiarando non avrebbe votato la mozione, ma avvisando che non era in dubbio la sua fiducia al Governo. Questo è esercizio della democrazia e non può mai essere condannato.
Suggestiva, ma altrettanto plausibile, l'ipotesi del complotto centrista. Che Andreotti, Cossiga e Pininfarina siano espressione, a vario titolo, di poteri forti (quali gli Usa, il Vaticano e il complesso economico-industriale) e che questo governo non fosse gradito a Washington e alle gerarchie ecclesiastiche, non è un mistero per nessuno. Che sia in atto un rimescolamento verso il centro dello spettro politico è, invece, da un po' di tempo sotto gli occhi di tutti: il dietrofront di Casini a Berlusconi ne è testimonianza lampante ed è anche il motivo per il quale il Cavaliere non ha chiesto a gran voce nuove elezioni. Troppo poco, comunque, per prefigurare un’ampia manovra centrista e puntare il dito verso i senatori a vita che, stavolta, non hanno appoggiato l'esecutivo: esso dovrebbe arrivare in aula potendo già contare sui propri numeri, indipendentemente da essi. Ma allo stesso tempo sufficiente ad evidenziare come la pressione del Vaticano possa esercitarsi fin nel cuore dello Stato.
Infine, più verificabile è l'ipotesi dell'ingovernabilità a causa della legge elettorale emanata dal precedente governo in un paese sostanzialmente diviso a metà e con un panorama politico decisamente variegato. Anche Berlusconi sa che se si andasse alle urne, avrebbe vantaggi nel breve periodo (maggiore potere di propaganda e pessimo stato dell'Unione) ma non riuscirebbe a lungo a gestire numeri mancanti e inevitabili scivoloni. Sebbene sia il fattore decisivo della caduta del Governo Prodi, essa è al contempo solo un aspetto del più ampio problema del sistema politico italiano. Dopo l'introduzione del maggioritario nel '93, stavamo assistendo ad una polarizzazione di due coalizioni, che forse nel tempo avrebbero trovato una coesione interna e garantito una certa stabilità ed alternanza. In linea di principio il bipolarismo all'italiana iniziava lentamente a muoversi. La legge porcata non ha fatto altro che esasperare le già evidenti diversità che animano l'arena politica e spostato indietro le lancette dell'orologio alla Prima Repubblica, con crisi striscianti, scoppi improvvisi e blocco del sistema delle coalizioni.

4. L’evento ha subito fatto il giro del mondo e ricevuto un ampio spazio sui giornali europei e americani. Se il Financial Times fa dipendere la caduta del governo anche alla disastrosa eredità lasciata da Berlusconi in economia e in politica estera, i quotidiani inglesi Times e Guardian fanno notare che essa è dovuta in buona misura ai rapporti dell’esecutivo con l’amministrazione americana. Le Monde scrive che sostanzialmente il voto è stato solo un incidente e che il problema sta in una coalizione nata male e finita peggio, mentre Libération non ha dubbi nell’indicare la sinistra radicale come unico responsabile. Se la stampa spagnola si limita a riportare la notizia, quella tedesca attacca per lo più D’Alema responsabile, secondo Der Spiegel, di aver trasformato con le sue parole il voto su una mozione in un voto di fiducia.
Quasi tutta la stampa americana, infine, punta il dito sulla scarsa compattezza della coalizione di Romano Prodi. Per il Washington Post “il voto di mercoledì ha confermato la delicata natura della banda eterogenea di alleati politici, una fragilità evidente fin dalla vittoria risicata della coalizione lo scorso aprile”.
Simile il commento del New York Times: “il fragile governo italiano si è spezzato all’improvviso sotto i peso delle sue divisioni interne, così come di un più ampio scetticismo sul ruolo europeo nella lotta al terrorismo e la politica estera è rimasta un punto particolarmente debole. Prodi e i suoi ministri hanno cercato di percorrere una difficile strada, echeggiando molto dello scetticismo in Europa sul presidente Bush e la guerra in Iraq, e mantenendo allo stesso tempo i legami tradizionalmente forti dell’Italia con l’America”. Un commento troppo di parte e decisamente semplicistico che non fotografa bene la situazione politica.

5. La realtà è un po’ diversa: un governo per sua natura composito e con un programma ambizioso, reso fragile sul nascere da una sbagliata legge elettorale, definitivamente azzoppato da coloro che dal primo giorno gli avevano remato contro cercando di limitarne gli spazi d’azione. E adesso?
Adesso Napolitano, al termine della due giorni di consultazioni, potrebbe rimandare Prodi a chiedere la fiducia su una base allargata a qualche centrista, optare per un governo istituzionale conferendo l’incarico ad una personalità ‘buona per tutte le stagioni’ (Amato? Marini?) o sciogliere le Camere per dare avvio a nuove elezioni.
La prima ipotesi può verificarsi se Prodi riesce a strappare almeno altri 5 elementi per continuare ad avere una maggioranza che gli garantisca, soprattutto su temi impegnativi, di poter governare senza dover fare ogni volta troppa attenzione ai numeri. Forse la soluzione pragmaticamente migliore, ma che, come accaduto più volte in passato, è preludio all’affossamento. Nel secondo caso si avrebbe un esecutivo composto dai 4 maggiori partiti forse in grado di coprire per due anni il nostro seggio all’Onu e di dar vita ad una migliore legge elettorale, ma che non potrebbe certo attuare un programma univoco destinato a migliorare la nostra situazione interna: le larghe intese in Italia non hanno mai funzionato. Infine, nuove elezioni rappresenterebbero costituzionalmente la soluzione più adeguata ad un sistema bipolare che voglia definirsi tale, ma produrrebbero nell’attuale assetto un esecutivo che, indipendentemente dal colore, avrebbe ristretti spazi di manovra in Senato.
Qualunque sia la decisione che Napolitano comunicherà tra qualche ora, una cosa è certa: questa notte non vorrei essere l’inquilino del Quirinale.

lunedì 12 febbraio 2007

Chàvez, quello strano dittatore

Quando si parla di dittature siamo abituati a credere che colui che è al potere agisca in modo da preservare la sua posizione, evitando al proprio regime qualsiasi tipo di pericolo; siamo abituati a credere che ogni diritto - compresi quelli più elementari di cittadinanza - venga negato per mezzo della repressione, delle incarcerazioni e delle fucilazioni sommarie; siamo abituati a credere che il dittatore faccia esclusivamente i propri interessi, finché può, affamando il popolo e distruggendo il paese di cui è a capo. Siamo, appunto, abituati a credere. Perché in alcune parti del mondo ci sono dei dittatori che smentiscono tale "postulato" e si comportano in maniera davvero strana. Uno di questi è Hugo Chàvez, il Presidente venezuelano.
Questo strano dittatore è giunto al potere facendosi eleggere senza ricorrere ad un plebiscito, senza aver fatto uso, cioè, dello strumento con cui - da che storia è storia - gente di tal tipo ha "legittimato" la propria presa del potere (che di solito avviene tramite un golpe militare). Non solo: il signor Chàvez ha poi inanellato una serie di inusuali misure, da far pensare che non abbia mai aperto un libro di storia o che, addirittura, non sia neanche capace di fare i propri interessi. Per cambiare la Costituzione, infatti, ha convocato una consultazione popolare, fatto eleggere un'assemblea costituente e sottoposto le modifiche a referendum. Forse che Chàvez non sa che un dittatore non ha bisogno del consenso della gente? Molti obietteranno che una delle modifiche sostanziali riguarda la possibilità per il Presidente di essere eletto per più di due mandati. Ma un dittatore ha bisogno del consenso popolare per governare il più possibile?
Preso da una sorta di pazzia, ha indetto le elezioni del 2006 e, mentre gli altri tentavano di rovesciarlo, non è riuscito a far altro che mettere in campo una reazione quasi inesistente, robetta elementare che si fa pure nei governi democratici (come ad esempio le procedure di voto elettronico, facilmente manovrabili per mezzo di particolari software). Certo!Roba troppo ingegnosa per un paese in via di sviluppo!!! Di più: l'opposizione interna (eh si, avete letto bene, il fesso tollera anche questo) cerca di sabotare l'economia e lui cosa fa? Licenzia solo qualche dirigente della PDVSA, la compagnia petrolifera di Stato.
Ma la cosa più strana è sicuramente rappresentata dall' introduzione di un referendum "revocatorio", istituto improprio anche per le democrazie più navigate. Roba che farebbe perdere il sonno a Saddam, Hitler, Stalin, Ceaucescu e compagni...Le probabili e concepibili spiegazioni si pongono come un aut...aut: costui è un folle oppure dobbiamo tornare a studiare il concetto di dittatura perché non l'abbiamo ben compreso. Eh già, perché è impossibile che siano i media a propinarci quella venezuelana come una dittatura. Mica siamo stupidi come Chàvez!!!

martedì 6 febbraio 2007

Ruini, il nuovo Richelieu

Adesso basta! La prolusione al consiglio permanente della CEI (conferenza episcopale italiana) è stata una indebita e scandalosa intromissione del cardinal Ruini nella politica interna italiana. Chi ha avuto modo - e sdegno, come il sottoscritto - di leggere il documento, non può che concordare sull'inopportunità delle sue parole e non può non rendersi conto della faziosità dell'ingerenza perpetrata verso il Parlamento italiano, l'unico organo legittimato ad esprimersi su certi temi. Lasciando perdere il tema dei Pacs, dell'eutanasia, della ricongiunzione delle famiglie degli immigrati e della sua valorizzazione in quanto cellula fondante della vita - su cui può, entro certi limiti, esprimere una sua personalissima opinione - interferire nell'ambito della dialettica maggioranza/opposizione e proferire giudizi sulla finanziaria non è assolutamente compito suo.
I vescovi - ed anche lo stesso papa - devono finalmente capire che il loro compito su questa Terra è quello di badare alla cura e alla salvezza delle anime, non quello di fare politica. Questi signori devono, una volta per tutte, capire che la "legge di Dio" - di cui parlano - è una legge morale e, in quanto tale, viene rispettata dalle persone (siano esse credenti o meno) secondo la propria coscienza (quindi liberamente e volontariamente) e non perché ne sono obbligati o per paura della relativa sanzione - voglio ricordare a tal proposito che solo lo Stato ha il monopolio legittimo della forza in questo contesto. Essa non è, dunque, una legge civile. Le leggi in Italia le fa il Parlamento, che viene eletto dal popolo e da esso legittimato.
Ruini non può dire che i diritti dei conviventi e dei loro figli sono già assicurati dal diritto comune e che non c'è motivo di "creare un modello legislativo che configurerebbe qualcosa di simile a un matrimonio, dove ai diritti non corrisponderebbero uguali doveri". Se il Parlamento decide di fare una siffatta legge è, evidentemente, perché il popolo ha delegato ad esso la propria volontà e, quindi, perché si presume che il popolo voglia una cosa del genere. Altrimenti non avrebbe eletto un Parlamento. Avrebbe eletto lui.
La cosa grave riguarda, però, il fatto che Ruini parla come un politico quando dispensa consigli a maggioranza e opposizione affinché escano dalle contrapposizioni fini a se stesse o quando tira in ballo la legge elettorale, alcuni aspetti dell'ordinamento costituzionale e il sistema pensionistico o fiscale. Se Ruini vuole entrare in politica deve, innanzitutto, svestire i panni del prelato. Quei panni che gli permettono di avere infiniti privilegi e che gli danno da mangiare senza che debba far ricorso al sudore della sua fronte. Proprio come fanno i cittadini comuni che, per pagare con le loro tasse i privilegi del "nuovo Richelieu", non riescono ad arrivare a fine mese. Ecco il motivo per il quale i giovani non si sposano e, negli ultimi anni, si è assistito ad un calo demografico: mettere su famiglia e fare figli è diventato un lusso. Un lusso che molti non si possono permettere visto che i loro soldi finiscono nelle tasche di questi signori.
Infine, una considerazione sull'odierna maggioranza - spesso tacciata di essere "ostaggio" della sinistra massimalista - che, a parte qualche voce, non ha dato segnali di sofferenza per tale ingerenza. Non credo affatto che ciò sia vero; credo, piuttosto, che sia dominata dalla parte cattolica e centrista. E, allora, forse è giunto il tempo che Prodi, Rutelli e co. si alleino con Casini per formare il nuovo centro, la nuova democrazia cristiana. Insieme a Ruini.

venerdì 2 febbraio 2007

La verità sul sionismo

Ogni giorno sentiamo parlare di terrorismo palestinese e, più in generale, di terrorismo islamico. Ci vengono proposti articoli e servizi che descrivono gli atti di violenza perpetrati dai kamikaze contro Israele. Mai, però, ci viene fornito il contesto storico-politico-sociale che fa da sfondo a tali (seppur altamente condannabili) vicende. Perfino alte cariche istituzionali e figure di una certa responsabilità operano molto spesso (anzi sempre) semplificazioni sconcertanti e pronunciano discorsi con evidente faziosità, contribuendo a spianare la strada ad idee sbagliate nella mente delle ignare persone.
Succede, così, che l’orribile vicenda dell’olocausto venga strumentalmente sbandierata per giustificare la feroce politica espansionista di Israele in medioriente. Contro questa ignobile mistificazione, orchestrata a livello mondiale dalla potentissima lobby sionista – ben ramificata e trasversale all’intero spettro degli schieramenti politici, da destra a sinistra – è necessario portare avanti un’opera di grande chiarezza e respingere l’equazione secondo la quale chi si oppone alla brutalità del regime e dell’ideologia sionista è un antisemita, un nemico e persecutore degli ebrei in quanto tali.
Non è così: il sionismo è una cosa, l’ebraismo e il popolo ebraico – esso stesso vittima, come quello palestinese, di questo movimento – sono un’altra cosa. Antisionismo e antisemitismo – inaccettabili le parole di Napoletano – non sono sinonimi. Al contrario è sionismo ad essere un tutt’uno con l’antisemitismo.
Il sionismo non è, quindi, “la fonte ispiratrice dello stato ebraico”, ma un movimento politico apertamente imperialista, sciovinista, aggressivo e razzista che si è macchiato di numerosi orrendi crimini, paragonabili solo a quelli nazisti. Anzi, per molto tempo, i sionisti collaborarono con i nazisti perché avevano una comune concezione del nazionalismo: se gli uni avevano un’idea di stato e di nazione in cui vi fosse posto solo per una razza pura, quella ariana, i sionisti sognavano uno stato per perpetuare la purezza della loro, servendosi del pretesto religioso e di una serie di proclami ideologici che vanno dalla costituzione di una “nazione ebraica universale”, alla “supremazia della razza ebraica”, all’identificazione con “il popolo eletto” da Dio e il suo presunto diritto alla “terra promessa” in Palestina.
Gli ebrei perseguitati furono i cosiddetti “assimilazionisti”, ossia coloro che avevano famiglie miste e si consideravano italiani, polacchi, tedeschi, etc., a seconda dei paesi nei quali vivevano. I sionisti li disprezzavano perché non volendo emigrare in Palestina e integrandosi nello Stato in cui già abitavano rendevano più difficile la realizzazione di uno stato completamente ebraico, laddove di ebraico era rimasto ben poco. L’olocausto avrebbe favorito l’emigrazione forzata degli ebrei europei in Palestina. Tale tesi trova riscontro in una minuziosa ricerca storica svolta da Lenni Brenner, un ebreo internazionalista che vive in America, e pubblicata in due libri, purtroppo non tradotti in italiano. Uno di questi (“Zionism in the Age of the Dictators”) può essere consultato in inglese dal web.

“Finanche nel 1943, mentre gli ebrei d'Europa venivano sterminati a milioni, il Congresso americano propose di istituire una commissione per 'studiare' il problema. Il rabbino Stephen Wise, che era il principale portavoce sionista in America, si recò a Washington per testimoniare contro il progetto di legge perché esso avrebbe sviato l'attenzione (degli ebrei) dalla colonizzazione della Palestina. Si tratta dello stesso rabbino Wise che, nel 1938, in quanto dirigente del Congresso ebraico d'America, scrisse una lettera nella quale si opponeva a qualsiasi cambiamento della legislazione americana sull'immigrazione, cambiamento che avrebbe permesso agli ebrei di trovare accoglienza. In quella lettera scriveva: 'Può essere d'interesse per voi sapere che alcune settimane fa i dirigenti delle più importanti organizzazioni ebraiche si sono riuniti in una conferenza ... Vi si è deciso che, in questo momento, nessuna organizzazione ebraica avrebbe sponsorizzato una legge destinata a cambiare in qualsiasi modo la legislazione sull'immigrazione'.” [Citato in Lenni Brenner, “Zionism in the Age of the Dictators”, p. 149].

Quello che segue è il tentativo di smascherare, con prove ed argomenti incontrovertibili, la scandalosa manipolazione della storia e della verità, portata avanti con impressionante efficienza e costanza fin dagli ultimi anni dell’ottocento quando nacque il movimento sionista, secondo le tesi di Theodor Herzl - un giornalista austriaco di origine ebraica autore del libro “Lo stato ebraico”.
Dopo la fondazione unilaterale dello stato israeliano nel 1948, l’entità sionista ha perpetrato con cinica precisione una pulizia etnica verso i palestinesi che dura da quasi sessanta anni. La sua politica espansionista si è materializzata attraverso ignobili guerre di aggressione (Egitto ’56, Giordania e Siria ’67, Libano ’82 e 2006), orribili stragi di civili inermi (basti ricordare quella di Sabra e Chatila o le due di Cana), confische di terre, distruzioni di case abitate, violenze di ogni genere sulla popolazione e violazione dei più elementari diritti umani. Al di fuori di ogni legalità internazionale (sono un’ottantina le risoluzioni ONU mai rispettate da Israele) l’entità sionista applica metodi terroristici, aggredendo e fomentando guerre civili negli stati confinanti, arrivando addirittura ad uccidere o imprigionare esponenti democraticamente eletti dei rispettivi governi.
Eppure di tutto ciò non si fa mai menzione. Al contrario, si giustificano colpevolmente tali crimini sulla base della “sicurezza di Israele” e sul presunto odio del mondo per gli ebrei.

IL SIONISMO E L’ANTISEMITISMO – La commistione sionismo/antisemitismo non è certamente una mia invenzione, né tanto meno di altri. Sarà sufficiente riportare alcune frasi di esponenti sionisti che la dicono lunga – si potrebbe anche pensare che l’olocausto è stato pianificato da loro stessi, con evidenti scopi - sulle connivenze con i nazisti. Il tenore di queste citazioni ha dell’incredibile e sono parte di un documento fruibile dal web.

“Ogni paese può assorbire solo un numero limitato di ebrei, se non vuole avere disturbi nello stomaco. La Germania ha già troppi ebrei.” [Chaim Weizman, presidente dell'Organizzazione sionista mondiale, futuro presidente di Israele, (1912) citato in Lenni Brenner, “Zionism in the Age of the Dictators”, cap. 3].

“Anche noi siamo d'accordo con l'anti-semitismo culturale, in quanto che noi crediamo che i tedeschi di fede mosaica siano un fenomeno indesiderabile e demoralizzante.” [Chaim Weizman, presidente dell'Organizzazione sionista mondiale e futuro presidente di Israele, “The letters and papers of Chaim Weizman”, Letters, Vol. 8, p. 81, 1914].

“L'ebreo è una caricatura di un essere umano normale e naturale, sia fisicamente che spiritualmente. Come individuo nella società si rivolta e butta via le briglie degli obblighi sociali, egli non conosce né ordine, né disciplina.” [Our Shomer “Weltanschauung”, articolo scritto nel 1917 e pubblicato nel dicembre 1936 in Hashomer Hatzair, p, 26, organo dell'Organizzazione Giovanile Sionista].

“Noi ebrei, noi i distruttori, rimarremo dei distruttori per sempre. Nulla che voi facciate darà soddisfazione ai nostri bisogni e alle nostre esigenze. Noi distruggeremo sempre perché noi abbiamo bisogno di un mondo tutto nostro, un mondo divino, che non è nella vostra natura di poter costruire ... quelli tra di noi che non riescono a capire questa verità saranno sempre gli alleati delle vostre fazioni ribelli, fin quando non giungerà la disillusione, il destino maledetto che ci sparse in mezzo a voi ci ha assegnato questo sgradito ruolo.” [Maurice Samuel, “You Gentiles”, p. 155,1924].

“Se noi [sionisti] non ammettiamo che gli altri abbiano il diritto di essere anti-semiti, allora noi neghiamo a noi stessi il diritto di essere nazionalisti. Se il nostro popolo merita e desidera vivere la propria vita nazionale, è naturale che si senta un corpo alieno costretto a stare nelle nazioni tra le quali vive, un corpo alieno che insiste ad avere una propria distinta identità e che perciò è costretto a ridurre la sfera della propria esistenza. E' giusto, quindi, che essi [gli anti-semiti] lottino contro di noi per la loro integrità nazionale. Invece di costruire organizzazioni per difendere gli ebrei dagli anti-semiti, i quali vogliono ridurre i nostri diritti, noi dobbiamo costruire organizzazioni per difendere gli ebrei dai nostri amici che desiderano difendere i nostri diritti.” [Jacob Klatzkin, (1925), citato in Jacob Agus, “The Meaning of Jewish History”, in “Encyclopedia Judaica”, vol II, p. 425].

“Ho elaborato una filosofia del Giudaismo affine alla tendenza spirituale del Fascismo molto prima che quest'ultimo fosse diventato la regola nella società politica italiana.” [Alfonso Pacifici ideologo del sionismo italiano, intervistato da Guido Bedarida, 1932].

“Per i sionisti, il nemico è il liberalismo; esso è anche il nemico per il nazismo; ergo, il sionismo dovrebbe avere molta simpatia e comprensione per il nazismo, di cui l'anti-semitismo è probabilmente un aspetto passeggero.” [Harry Sacher, Jewish Review, settembre 1932, p. 104, Londra].

“L'hitlerismo ... ci ha reso per lo meno un servizio dal momento in cui non ha tracciato una linea di demarcazione tra l'ebreo religioso e l'ebreo apostata. Se Hitler avesse fatto eccezione per gli ebrei battezzati [al cristianesimo], avremmo assistito allo spettacolo poco edificante di migliaia di ebrei che correvano a battezzarsi. L'hitlerismo ha forse salvato l'ebraismo tedesco, che stava assimilandosi fino all'annichilimento.” [Chaim Bialik, “Palestine and the Press, New Palestine, 11 dicembre 1933].

“E' un fatto innegabile che gli ebrei presi collettivamente sono infermi e neurotici. Quei professionisti ebrei che, colpiti sul vivo, negano sdegnosamente questa verità sono i più grandi nemici della loro razza, perchè guidano gli altri ebrei alla ricerca di false soluzioni, o, al massimo, di palliativi.” [Ben Frommer, sionista revisionista, (1935), “The Significance of a Jewish State”, in Jewish Call, maggio 1935, p. 10].

“Il momento non può più essere lontano ormai in cui la Palestina sarà in grado di nuovo di accogliere i suoi figli che aveva perduto da oltre mille anni. I nostri buoni auguri e la nostra benevolenza ufficiale li accompagnino.” [Reinhardt Heyndrich, capo dei Servizi Segreti delle SS, “The Visible Enemy”, articolo pubblicato in Das Schwarze Korps, organo ufficiale delle SS, maggio 1935].

“Hitler tra qualche anno sarà dimenticato, ma avrà un bellissimo monumento in Palestina. Sapete, la venuta dei nazisti è stato un avvenimento piuttosto benvenuto. Vi erano tanti dei nostri ebrei tedeschi che pendevano tra due sponde. Migliaia di loro che sembravano completamente perduti per l'ebraismo furono riportati all'ovile da Hitler, e per questo io sono personalmente molto riconoscente verso di lui.” [Emil Ludwig, intervistato da Meyer Steinglass, “Emil Ludwig before the Judge”, American Jewish Times, aprile, 1936, p. 35].

“Uno stato costruito sul principio della purezza della nazione e della razza (cioè la Germania Nazista) può solo avere rispetto per quegli ebrei che vedono se stessi allo stesso modo.” [Joachim Prinz, (1936), citato in Benyamin Matuvo, “The Zionist Wish and the Nazi Deed”, Issues, (1966/67), p. 12].

“Le speranze dei sei milioni di ebrei europei si fondano sull'emigrazione. Mi è stato chiesto: 'Puoi portare sei milioni di ebrei in Palestina?' Ho risposto, 'No' ... I vecchi passeranno. Sopporteranno il loro destino o non lo faranno. Sono polvere, polvere economica e morale in un mondo crudele ... Solo il ramo giovane sopravviverà. Dovranno accettarlo.” [Chaim Weizmann, futuro primo presidente di Israele, nel discorso al Congresso Sionista del 1937 nel quale riporta le sue risposte davanti alla Commissione Peel, Londra, luglio 1937. Citato in 'Yahya', p. 55].

“Lo stato sionista deve essere fondato con ogni mezzo e appena possibile ... Quando lo stato ebraico sarà stato fondato secondo le attuali proposte contenute nel documento della Commissione Peel, e in linea con le promesse parziali dell'Inghilterra, allora i confini potranno essere spostati ulteriormente in avanti secondo i nostri desideri.” [Feivel Polkes a Adolf Eichman, citato in Klaus Polkehn, “The Secret Contacts: Zionism and Nazi Germany 1933-41”, Journal of Palestine Studies (primavera 1976), p. 74. Citato anche in Lenni Brenner, Op. Cit. cap. 8].

“Per essere un buon sionista uno deve essere in qualche modo un antisemita.” [Chaim Greenberg, “The Myth of Jewish Parasitism”, Jewish Frontiers, marzo, 1942, p. 20].

“Se mi viene chieso, 'Potresti dare una parte dei soldi dell'Unione delle Agenzie Ebraiche per salvare gli ebrei (in Germania), io dico NO! E ripeto NO!” [Izaak Greenbaum – capo del Comitato di Soccorso dell'Agenzia Ebraica (Jewish Agency Rescue Committee) – rivolto al Consiglio Esecutivo Sionista, il 18 febbraio 1943].

“Una mucca in Palestina vale più di tutti gli ebrei in Polonia.” [Izaak Greenbaum – capo del Comitato di Soccorso dell'Agenzia Ebraica (Jewish Agency Rescue Committee) – rivolto al Consiglio Esecutivo Sionista, il 18 febbraio 1943].


IL TERRORISMO SIONISTA – A livello internazionale non esiste una definizione comunemente accettata del fenomeno terrorismo. Esiste però una visione prevalente costruita dalla superficialità dei media che si ostinano a presentare la situazione secondo una vera e propria distorsione della storia. Gli attacchi palestinesi sono quindi “infami attentati terroristici”, “efferati massacri”, mentre le attività degli israeliani vengono definite di “autodifesa” o comunque “uccisioni mirate”.
Ed effettivamente esse sono mirate, in particolare verso i bambini (i futuri adulti dello stato palestinese) e le donne (quelle che appunto garantiscono la nascita di nuovi individui, i bambini): lo scopo è quello di non far aumentare la popolazione araba in Palestina e scongiurare uno dei pericoli maggiori per l’entità sionista, quella della bomba demografica.
I sionisti non vogliono in Palestina un solo Stato multietnico e multiconfessionale perché sarebbero in forte minoranza, così come non vedono di buon grado una two states solution che li costringerebbe ad accettare confini più angusti di quelli che sono riusciti a raggiungere.
Sulle attività sioniste di “terrorismo di stato” – per usare un’espressione di Noam Chomsky – si può vedere un accurato e ben documentato dossier di un giornalista italiano, uno di quegli scritti che mai appaiono nelle pagine dei giornali o di cui mai si parla nell’informazione principale. I seguenti passi sono riportati da questo lavoro.

“Il 9 aprile abbiamo subito una sconfitta morale, quando le due gang Stern ed Etzel (sionisti) lanciarono un attacco immotivato contro il villaggio di Deir Yassin... Si trattava di un villaggio pacifico, che non aveva aiutato le truppe arabe di oltre frontiera e che non aveva mai attaccato le zone ebraiche. Le gang (sioniste) lo avevano scelto solo per ragioni politiche. Si è trattato di un atto di puro Terrorismo... Alle donne e ai bambini non fu dato tempo di fuggire... e molti di loro furono fra le 254 vittime assassinate, secondo l'Alto Comitato Arabo... Quell'evento fu un disastro in tutti i sensi... (le gang) si guadagnarono la condanna della maggioranza degli ebrei di Gerusalemme”. [ONU: La questione palestinese. Joseph Dov, "The Faithful City" (N.Y. Simon & Schuster, 1960), pp. 71-72].

"Il 15 settembre 1982 Bashir Gemayel, presidente del Libano, fu assassinato... Lo stesso giorno le forze israeliane avanzarono su Beirut ovest. Il 16 di settembre gli israeliani arrivarono a controllare quasi tutta Beirut ovest e circondarono i campi profughi palestinesi. Il giorno seguente il Consiglio di Sicurezza dell'ONU condannò la mossa di Israele con la risoluzione 520... IL 17 settembre giunse notizia che gruppi armati erano entrati nel campo profughi di Sabra e Chatila di Beirut ovest e ne stavano massacrando la popolazione civile. Il 18 settembre fu confermato che una strage immane era stata compiuta. Centinaia di cadaveri di uomini donne e bambini furono scoperti, alcuni mutilati, altri apparentemente uccisi mentre tentavano di fuggire; molte case erano state fatte saltare in aria con dentro gli occupanti." [The Origins and Evolution of the Palestine Problem, United Nations, N.Y. 1990].

"In ogni caso, le Forze di Difesa israeliane hanno agito come se il loro principale scopo fosse quello di punire tutti i palestinesi. Le Forze di Difesa israeliane hanno compiuto atti che non avevano nessuna importanza militare ovvia; molti di questi, come gli omicidi extragiudiziali, la distruzione delle case (palestinesi), la detenzione arbitraria (di palestinesi) e le torture, violano i Diritti Umani internazionalmente sanciti e la legalità internazionale... L'esercito di Israele, oltre a uccidere i palestinesi armati, ha anche colpito e ucciso medici e giornalisti, ha sparato alla cieca sulle case e sulla gente per la strada... I delegati di Amnesty International che dal 13 al 21 di marzo hanno visitato i territori occupati hanno visto una scia di devastazione... Le Forze di Difesa israeliane hanno deliberatamente tagliato l'elettricità, l'acqua, i telefoni, lasciando isolate intere aree per almeno 9 giorni. Hanno negato l'accesso alle agenzie umanitarie dell'ONU che volevano portare soccorso, e persino ai diplomatici che volevano rendersi conto dell'accaduto... Hanno vietato alle ambulanze, incluse quelle del Comitato Internazionale delle Croce Rossa, di muoversi, o hanno causato loro ritardi che mettevano in pericolo la vita dei pazienti. Hanno sparato ai medici che tentavano di aiutare i feriti, che sono morti dissanguati per le strade." [Amnesty International Reports, London. ISRAEL AND THE OCCUPIED TERRITORIES, "The heavy price of Israeli incursions", 12/04/2002].

"I palestinesi devono essere colpiti, e provare molto dolore. Dobbiamo infliggergli delle perdite, delle vittime, così che paghino un prezzo pesante." [Dichiarazione dell'attuale Primo Ministro di Israele, Ariel Sharon, a una conferenza stampa del 5 marzo 2002].

"Scrive Aviv Lavie sul giornale Ha'aretz (sinistra progressista israeliana): 'Un viaggio attraverso i media israeliani mette in mostra un enorme e imbarazzante vuoto fra quello che ci viene raccontato e quello che invece il mondo vede, legge e sente. Sui canali televisivi arabi, ma non solo su quelli, si possono vedere le immagini dei soldati israeliani che invadono gli ospedali (palestinesi), che distruggono i macchinari medici, che danneggiano i farmaci, e che rinchiudono i medici lontano dai loro pazienti.' [Alexander Cockburn, "Sharon's wars", American Journal, 09/04/2002].

sabato 27 gennaio 2007

Shoah si, Nakba no: quando la memoria è discriminante

Partiamo da un presupposto: la Shoah è stata una cosa orribile, nessuno può negare i fatti ed è importante non dimenticare. Il sonno della ragione genera mostri. Ma nei giorni della 'memoria' (come sono comunemente definiti) io voglio ricordare anche un altro sterminio, uno di quelli non pubblicizzati seppur non appartenga alla storia, dal momento che è, invece, di estrema attualità.
Perché non è possibile usare due pesi e due misure, non è possibile dire e far vedere solo quello che conviene. Perché l'olocausto deve, giustamente, essere ricordato e la Nakba (come viene definito quello palestinese - tutt'ora in corso) no?
Lo spunto viene, questa volta, da una figura super partes come il nostro Presidente della Repubblica. "No all'antisemitismo (e fin qui siamo d'accordo) anche quando esso si travesta da antisionismo [che] significa negazione della fonte ispiratrice dello stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano alla guida di Israele".
A parte l'ultima e inaccettabile "...al di là dei governi che si alternano..." (che cos'è una forma di giustificazione? Quindi, se in Israele si "alterna" un governo che pratica crimini orribili può tranquillamente farlo senza temere niente?) vorrei ricordare - perché è questo che sto tentando di fare - che cosa è il sionismo, come e quando è nato, come si è sviluppato, a cosa ha dato vita.
Di fronte all'evidente faziosità dei media, è necessario, infatti, che qualcuno ricordi tutto questo.
Perché giornalmente sentiamo parlare di terrorismo palestinese - tanto che ormai è diventato un termine unico ed inscindibile - e non si sente MAI parlare di terrorismo sionista? Perché è lecito disprezzare la causa palestinese - tanto che é nata una nuova cultura, quella dell'islamofobia - e non si possono criticare gli ebrei, anche quando commettono crimini ugualmente deprecabili al pari dell'olocausto, senza essere accusati di antisemitismo? Tanto più che semiti non sono solo gli ebrei, ma tutte quelle popolazioni di una certa area del medioriente che parlano lingue diverse appartenenti allo stesso ceppo.
Come ha detto il portavoce della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici, il discorso di Napolitano è "un passaggio che fa fare un grande passo in avanti nel ristabilire giustizia e verità nei confronti della storia e di coloro che molto spesso usano l'antisionismo come moderno strumento di antisemitismo".
Se lui può dire questo, allora io rivendico il mio diritto di dire che l'olocausto viene usato strumentalmente dal regime sionista per giustificare lo sterminio dei palestinesi, che va avanti da 80 anni con il colpevole e compiacente silenzio di tutto il mondo (proprio come accadde durante lo scempio nazista). E' necessario rivendicare questo diritto per ristabilire giustizia e verità nei confronti della storia. Me ne frego del decreto Mastella (tra l'altro ben lungi da me incitare alla violenza e alla discriminazione, propongo solo una verità storica oggigiorno celata) perché me lo permette l'articolo 21 della Costituzione. E nessuno mi venga a dire che il Costituente è sullo stesso piano di un ministro bigotto ed insignificante, un 'grillo' della politica che salta qua e là per occupare poltrone, del quale è impossibile nutrire la benché minima stima.
Nel prossimo post, allora, trovate tutta la verità sulla "fonte ispiratrice dello stato ebraico". Perché nessuno dimentichi e nessuno dica "io non lo sapevo".

giovedì 25 gennaio 2007

Andate in "pace"

* Questa vignetta e la prima pagina dell'articolo precedente sono state tratte da IL MANIFESTO del 25 gennaio 2007

Bush, il Presidente ridicolo

Il discorso sullo stato dell'Unione - rendiconto annuale al Senato obbligatorio per Costituzione dal 1790 per i Presidenti americani - pronunciato da Bush l'altra notte, ci è stato presentato il giorno dopo da tutti i tg in 3 minuti: l'omaggio iniziale a Nancy Pelosi - prima donna speaker della Camera - un Presidente sicuro di sé, una patetica infarinata di economia, sanità ed ecologia, qualche cenno all'Iraq con i soliti retorici argomenti. Il tutto condito da immagini costruite per far sembrare che sia stato anche applaudito. Chi ha, invece, letto qualche giornale americano, o ha avuto la pazienza di restare sveglio fino a notte fonda, e mastica un po' di inglese (quello di Bush con il suo accento texano è un boccone duro da mandare giù) si è reso conto che la situazione è stata ben diversa.
Un Presidente - collassato al 28% nell'indice di gradimento, come il Nixon del Watergate - giunto al cosiddetto tipping point, come una funzione di produzione che, arrivata al punto di massimo, comincia inesorabilmente a sprofondare verso lo zero. Un uomo - per dirla con un linguaggio medico tristemente famoso in America - dead on arrival, ossia già morto quando arriva all'ospedale. Sullo sfondo, una grande nave senza più un timoniere credibile, in balia delle onde nella tempesta dell'oceano iracheno che rischia di portarla negli abissi.
Una forma di governo presidenziale, infatti, non può prescindere da un commander in chief senza più autorità e rispetto: rischia la rottura di tutti quegli ingranaggi che ne permettono il funzionamento. Anche perché il meccanismo dei check and balances, su cui essa si fonda in omaggio alla divisione dei poteri, fa sì che nessun altro elemento dell'ordine costituzionale - per esempio il Congresso, l'organo legislativo - possa (e debba) sostituirsi nell'esplicazione di funzioni che sono prerogativa altrui. Figurarsi in questo momento, in cui i democratici sono maggioranza e non hanno il minimo interesse politico a sporcarsi le mani con una guerra che è (e deve rimanere) la guerra di Bush e dei suoi rapaci falchi neocon.

POLITICA INTERNA - Il primo round, quello della politica economica, vede un Bush ottimista profetizzare "un futuro di speranza e opportunità [...] con una disoccupazione bassa, livelli di inflazione in discesa e i salari che stanno aumentando". Manco fossimo in un mondo perfetto.
E, infatti, inciampa subito quando affronta la tragedia dei costi per la sanità - principale cavallo di battaglia della campagna democratica della Clinton e di Obama - annunciando una detraibilità fiscale delle assicurazioni mediche, che in America sono a carico del cittadino. L'ha forse scoperto negli ultimi mesi? Ignora che ad impedire ad 1/5 della popolazione la possibilità di curarsi non è il fisco, ma i disastrosi livelli del reddito? La detraibilità fiscale, semmai, va bene per chi i soldi ce l'ha già, non per chi ne bisogna.
Ma il colpo di genio, la carta nuova e vincente, è rappresentata dalla svolta 'ecologista': da ridere se non ci fosse di mezzo un problema serissimo. "La nostra dipendenza dal petrolio altrui ci rende più vulnerabili nei confronti di regimi ostili e dei terroristi (Venezuela e Iran, NdA) che possono mettere in crisi i rifornimenti provocando aumenti dei prezzi" - con chiaro riferimento all'asse Chavez/Ahmadi-Nejad nato recentemente a Caracas.
Altro che ambiente. Altro che riduzione (20%) del consumo di benzina nei prossimi 10 anni. Altro che utilizzo di fonti di energia alternative (etanolo). La sua preoccupazione sarebbe stata credibile se, proprio all'inizio del suo mandato, avesse accettato di ratificare il protocollo di Kyoto, poco più di un'ammissione di responsabilità degli Stati nei mutamenti climatici. Insomma, una mascherata pre-carnevalesca. O, anche, il tentativo maldestro di strappare quache simpatia alla maggioranza democratica per preparare il terreno al tema più scomodo.

POLITICA ESTERA - Perché parlare di Iraq ad un Congresso di maggioranza ostile, ha comportato per Bush l'uso di toni soft. E, allora, nessun ritiro - perché "un fallimento avrebbe conseguenze terribili" - ma la consapevolezza quasi messianica che "la politica estera americana non è fatta solo di guerra e diplomazia [...] il nostro lavoro nel mondo deve essere basato su una verità eterna [...] dobbiamo rispondere alle sfide della fame, della povertà, delle malattie [...] continuando a combattere l'Aids, specialmente nel continente africano".
Sarà per questo che ha iniziato a bombardare la Somalia! Se uccidiamo tutti i contagiati, il virus non potrà più diffondersi!
"Per vincere dobbiamo portare la lotta in casa del nemico, giocare d'attacco" perché "siamo di fronte ad una crescente minaccia degli estremisti sciiti, che sono altrettanto ostili all'America (oltre ai sunniti di Bin Laden e Al-Zawahiri) e determinati a dominare il Medioriente". Essi "prendono ordini dall'Iran, che finanzia e arma terroristi come Hizbullah, un gruppo secondo solo ad al-Qaeda quanto a vite americane prese" - ricordando forse ciò che accadde in passato in Libano con il disastroso tentativo a stelle e strisce di installarsi nel Paese dei Cedri. Scopre solo ora che esistono sciiti e sunniti? Ha capito solo adesso che l'invasione dell'Iraq avrebbe comportato tutto ciò? Vorrebbe forse essere lui a dettare ordini e dominare il Middle East?
Bush giustifica, quindi, l'invio di altre truppe chiedendo di "dare una possibilità al mio piano, dal momento che, dopo un'attenta analisi, questa si è prospettata come la soluzione con più probabilità di riuscita" dicendosi fiducioso sul fatto che "possiamo vincere se restiamo ancora uniti [...] come è successo più volte nel passato, possiamo superare le nostre differenze e raggiungere grandi traguardi per l'America" e annuncia l'idea di creare un Consiglio consultivo speciale per la guerra al terrorismo di composizione bipartisan. Infatti, "entrambi i partiti, repubblicano e democratico, entrambi i poteri, esecutivo e legislativo, dovrebbero lavorare in stretta collaborazione". Proprio lui che ha sempre fatto il contrario, ha snobbato l'opinione pubblica e ora ignora i suggerimenti del piano Backer e del Congresso chiedendo 21500 soldati in più.
Una richiesta che non ha passato neanche 24 ora prima di essere bocciata dalla Commissione Esteri del Senato (12 a 9, con voto contrario anche di un repubblicano) ed essere bollata dal vicepremier iracheno come "idiota" - giudizio peraltro esteso a tutta la campagna in Mesopotamia. Un "no", ad ogni modo, non vincolante, che rimette la questione all'Assemblea in seduta plenaria.

SI SALVI CHI PUO' - Dunque, una Casa Bianca allo sbando e una nazione alla deriva, priva di un capitano abbandonato, ormai, anche dai suoi compagni di partito: Arlen Specter (Commissione Giustizia), John Warner (Commissione Forze Armate), Richard Lugar (Commissione Esteri). Tutti hanno preso le distanze, dal più critico, Chuck Hagel - che ha addirittura votato contro quello che definisce "un ping pong con le vite dei soldati americani" - al più menefreghista, il senatore John McCain - probabile candidato di punta alle prossime presidenziali - ripreso varie volte dalle telecamere durante il discorso mentre dormiva.
Con mezzo corpo impantanato in Iraq, l'America potrebbe rischiare di sprofondare nelle sabbie mobili e i quasi due anni rimasti a Bush non promettono nulla di buono. Il fatto di aver pronunciato la parola "Iran" per ben cinque volte la dice lunga sulla sua new exit strategy. Fossi Ahmadi-Nejad sarei preoccupato. Come lo sono i cittadini americani.

martedì 23 gennaio 2007

Dal Molin, l'inadeguatezza della politica estera italiana

Ci sono elementi della politica estera di uno Stato che dovrebbero essere condivisi da tutte le forze politiche interne ad esso da esulare dagli interessi particolari dei singoli e dalle ideologie dei partiti. La scelta di fondo del sistema istituzionale è senza ombra di dubbio l’elemento principe, immediatamente seguito dalle scelte di politica estera. Oggigiorno non esiste Stato che possa considerarsi slegato dal contesto internazionale: essi hanno ormai delegato parte delle loro prerogative ad organismi sovranazionali. Non esiste più, quindi, una sovranità assoluta, ma un sistema complesso di interdipendenze, allo stesso tempo volontarie e obbligatorie.
Durante la guerra fredda, l’Italia è forse stato il paese che meglio ha compreso l’esigenza di dar vita a tali relazioni, in quanto intrinsecamente debole e non preparato ad affrontare le sfide di un mondo globalizzato.
Ha saputo, cioè, trasformare quella condanna in virtù, tanto che per molto tempo i diplomatici di mezzo mondo hanno definito la nostra politica estera “della moglie americana e dell’amante araba” nonostante il fatto che “l’amante fosse poco fedele e molto costosa e che la moglie facesse la gelosa salvo poi sfruttare la stessa relazione extra-coniugale per i propri interessi”. Nel mutato contesto internazionale, però, la tresca è definitivamente saltata: l’amante è stata praticamente abbandonata e la moglie è diventata nel frattempo sempre più esigente, acida, dispotica e non tollerante nei riguardi delle scappatelle.
La cosa grave è, però, rappresentata dal fatto che una grossa mano affinché si verificasse tutto questo è stata data dall’odierna classe politica.
Durante i cinque anni del governo Berlusconi ci siamo imbarcati in due guerre al di fuori di ogni legittimità internazionale, buttando nella pattumiera quanto di buono – poco per la verità, ma è un altro discorso – era stato fatto in precedenza.
Perché? Non sarebbe forse stato meglio fare gruppo con gli altri grandi paesi europei contrari a queste guerre e costringere gli Stati Uniti a non agire unilateralmente? O, perlomeno, ad agire su basi diverse?
Cambiato il governo non è, quasi per niente, cambiata la nostra linea. Solo per fare un esempio, nella guerra israeliana di aggressione al Libano quest’estate abbiamo mantenuto un basso profilo e si sono anche levate voci a difesa di Tel Aviv. Solo dopo la distruzione del Paese dei Cedri e la morte di 1300 civili abbiamo inviato i nostri uomini, essenzialmente per difendere i nostri interessi commerciali. Non era meglio difenderli prima, chiedendo a gran voce l’immediato stop delle operazioni al regime sionista, pena la rottura delle relazioni commerciali e diplomatiche o l’interruzione dell’accordo di cooperazione militare firmato dal governo Berlusconi nel 2004?
A causa delle incertezze della guerra, infatti, l’Italia ha perso il suo primato trentennale di principale partner commerciale di Beirut e, secondo i dati diffusi dall’ICE e dalle dogane libanesi, nei primi nove mesi del 2006 abbiamo esportato beni per 494 milioni di dollari, un terzo in meno rispetto allo stesso periodo del 2005, con una quota di mercato ormai ridottasi al 7,4%. Il risultato è che siamo scesi al quarto posto tra i partner commerciali del Libano, dopo Stati Uniti, Francia e Cina. Senza contare che abbiamo quasi 3000 soldati impegnati nella missione Unifil 2 (United nations interposition force in Lebanon) che costano ai cittadini svariati milioni di euro all’anno. Ma questa è ormai storia.
In questi giorni, la questione dell’ampliamento della base militare americana di Vicenza ha portato nuovamente alla ribalta tutta l’incoerenza e la contraddittorietà della politica estera italiana e del relativo dibattito.
Dicevamo che la politica estera di un paese dovrebbe prescindere dalla litigiosità delle fazioni e dei partiti politici per essere, al contrario, incanalata verso la realizzazione degli interessi nazionali. In Italia succede, invece, che episodi di questo genere vengono utilizzati ed abilmente strumentalizzati a fini di politica interna. E ciò è vero tanto da destra quanto da sinistra.
La condotta di politica estera è, infatti, il biglietto da visita con cui presentarsi al di fuori dei nostri confini nazionali. L’Italia dei “giri di valzer” – come venivamo definiti a causa della nostra inclinazione a “voltare faccia” e ribaltare le alleanze anche durante lo svolgimento delle guerre - così facendo lascia il posto ad un interlocutore non più solo inaffidabile, ma semplicemente inesistente. Rischiamo, così, di non cogliere i vantaggi che possono derivarci nei prossimi due anni dal sedere al Consiglio di Sicurezza ONU, pur se solo da membri non permanenti.
Che ruolo speriamo di giocare per questa via? Quello di spalla all’amministrazione americana più arrogante e prepotente della storia? Speriamo davvero di preservare così i nostri interessi nazionali? Oppure il governo spera di cavarsela dichiarando che la base “Dal Molin” ha un influsso benefico sull’economia vicentina grazie all’indotto creato e ai posti di lavoro garantiti? Spero proprio di no, anche perché forse Prodi ignora che, al contrario, le basi americane sul nostro suolo ci costano (non a lui, ma a tutti noi) più di 300 milioni di euro all’anno, come costi diretti di contributi all’amministrazione di Washington, senza contare gli oneri indiretti (opere di urbanizzazione, sgravi fiscali sulle utenze, etc.) e le cosiddette “esternalizzazioni negative”, quali inquinamento, dissesto del territorio, malattie e tumori insorti tra la popolazione (si pensi ad Aviano). È uno dei pochi casi in cui l’indennizzo lo paga non chi occupa un terreno, ma chi se lo fa occupare. Ma il paradosso non finisce qui: solo per rendere l’idea della gravità, diamo agli americani, come ricompensa per le loro basi sul nostro territorio, la metà di quanto spenderemo nel 2007 per la cooperazione allo sviluppo.
Ma andiamo avanti: si fa un gran parlare, a volte senza neanche averne nozione, del fatto che gli Stati Uniti siano nostri alleati. Da che mondo è mondo, le alleanze si stipulano con il per nulla velato scopo di avere dei partners a livello internazionale con i quali gestire le complessità del mondo globalizzato e perseguire i propri interessi nazionali, tanto nel breve quanto nel lungo periodo. In poche parole, quando si dice “alleato” si pensa ad un soggetto - in questo caso uno o più Stati - al quale si garantisce un determinato comportamento, o al quale dare comunque qualcosa, in cambio di una reciprocità evidente. Se si agisce, invece - come del resto si è fatto per tutti i sessanta anni di storia della nostra Repubblica - dando tutto senza ricevere nulla in cambio, allora non si può parlare di alleanza. Definiamola schiavitù, sudditanza o come la si vuole, ma smettiamo di dire che gli Stati Uniti sono nostri alleati, dal momento che non hanno mai garantito la reciprocità del loro comportamento nei nostri confronti, se non quando per loro era totalmente ininfluente. Non possono, quindi, essere definiti nostri alleati. Sono, a ben guardare, i nostri padroni.
Personalmente non darei mai il consenso all’ampliamento, anzi lavorerei per lo smantellamento immediato di tutte le basi Usa sul nostro territorio, negando, inoltre, qualsiasi tipo di servitù militare (compreso l’uso dello spazio aereo a qualsiasi titolo) al governo di Washington.
Ma se vogliamo essere realisti, purtroppo questa è una soluzione che tutti sappiamo essere non praticabile. È necessario, allora, fare di necessità virtù: diamo il consenso all’ampliamento, ma pretendiamo con forza un reale impegno americano alla sistemazione definitiva del problema mediorientale. Solo loro sono in grado di fare pressioni su Israele e costringerla a rivedere la propria politica di ghettizzazione dei palestinesi. Il ruolo italiano nel Mediterraneo e nel mondo intero ne uscirebbe definitivamente legittimato, con grandissimo guadagno del nostro paese sotto tutti i punti di vista. Questa è la mentalità con cui si porta avanti una linea di politica estera. Non aggredendo, non minacciando, non usandola come arma di convenienza verso l’opposta fazione politica e non subendo passivamente decisioni altrui sulla propria sovranità, ma semplicemente agendo da “alleati”.

mercoledì 17 gennaio 2007

La guerra civile palestinese

Per spiegare cosa veramente succede in Palestina è necessario fare un passo indietro, precisamente al gennaio 2006.
In questa data Hamas ha stravinto le elezioni politiche, sorvegliate da una miriade di osservatori internazionali e ritenute, almeno fino a che non sono stati resi noti i risultati, perfettamente regolari. Anzi, le più regolari della storia del medioriente. Purtroppo, però, oggigiorno essere eletti democraticamente non basta più. È necessario, piuttosto, stare dalla parte di coloro che pretendono di disegnare democrazie “su misura”.
E così, Stati Uniti e Unione Europea hanno congelato i fondi destinati ai palestinesi, provocando una paralisi che dura ormai da un anno. Si deve pensare, infatti, che gli impiegati dell’amministrazione (e, ancor più grave, i medici negli ospedali) non ricevono lo stipendio da nove mesi e hanno dovuto dar fondo ai risparmi di una vita per sopravvivere (loro che almeno qualche risparmio lo avevano). Non solo: Israele ha tagliato a Gaza e in parte dei Territori – eh già perché dove ci sono i coloni non è successo - persino l’acqua e la corrente elettrica.
Il popolo palestinese ha continuato a lottare – perché mai si piegherebbe al volere imperialista che lo costringe alla fame nel tentativo di imporre il cambio di un governo che ha legittimamente e democraticamente eletto - e a resistere a tali ignobili atti. La situazione è degenerata quando il Presidente dell’ANP, Abu Mazin – esponente di al-Fatah, la fazione opposta ad Hamas - nel tentativo di imporre un governo di unità nazionale (leggi ribaltone), ha minacciato di indire nuove elezioni.
Visti l’oscurantismo, la censura e le falsità che si leggono sui giornali occidentali (a proposito bandite l’inviato del tg1 a Gerusalemme dall’ordine dei giornalisti!) riporto alcuni passi delle testate della regione.
Secondo Amin, sito web d’informazione palestinese, la decisione di Abu Mazin di annunciare elezioni anticipate, sia presidenziali sia politiche, rischia di avere effetti devastanti. Gli scenari possibili sarebbero due: nel primo Hamas boicotta il voto e non ne riconosce i risultati; nel secondo mette da parte le riserve e decide di partecipare. In entrambi i casi, la capacità dei palestinesi di resistere all’occupazione israeliana risulterebbe indebolita dal voto.
Più critico verso la fazione del premier Haniyeh è il quotidiano di Ramallah Al Ayyam, secondo cui il doppio rifiuto - delle elezioni e di un governo di unità nazionale - dimostra la determinazione di Hamas a rimanere al potere mentre il popolo palestinese soffre per le conseguenze dell’embargo.
Anche il quotidiano panarabo a Londra Asharq al-Aswat attacca Hamas per il cinismo e la mancanza di senso dello stato, caratteristiche che stanno cancellando la simpatia e la comprensione che la causa palestinese riscuote tra gli arabi e nell’opinione pubblica internazionale.
Assai critico verso la scelta di Abu Mazin sulle elezioni – ritenute una soluzione destinata a non metter fine alle sofferenze dei palestinesi - è invece Al Hayat, altro giornale britannico in arabo. Il quotidiano è attento anche alle conseguenze della crisi a livello regionale: secondo i calcoli dei paesi vicini e delle potenze internazionali - scrive - la questione palestinese è diventata la porta d'ingresso per risolvere i problemi del Medio Oriente, senza però che i palestinesi ne possano trarre alcun vantaggio.
Il quotidiano libanese in lingua inglese Daily Star giudica la crisi dell'autorità palestinese "triste ma non sorprendente" e prevede che l'instabilità e l'ingiustizia che regnano in Palestina contageranno anche i paesi vicini. Per il futuro, le previsioni sono improntate al pessimismo: Striscia di Gaza e Cisgiordania finiranno come la Somalia, il Libano o l'Iraq.
Non è d'accordo il giornale saudita Arab News, secondo il quale “Malgrado gli scontri - scrive - la situazione non è ancora quella di una guerra civile. È necessario però che si facciano avanti personalità nuove e dai nervi saldi per mettere fine a una crisi che non è certo cominciata per colpa di Hamas”.
Di guerra civile parla, invece, senza esitazioni la stampa israeliana. “I palestinesi non si trovano sull'orlo di una guerra civile - scrive il conservatore Yedioth Ahronoth - perché ci sono già dentro fino al collo”. Per impedire l'aggravarsi degli scontri è essenziale che Israele, Egitto, la Giordania e la comunità internazionale uniscano le forze per alleviare le sofferenze dei palestinesi, senza però rafforzare il governo di Hamas. (E ti pareva… - NdA).
Anche il giornale di Gerusalemme Ha'aretz sostiene che la guerra civile è già cominciata, ma con toni decisamente più realistici ed opportuni. Il giornale progressista, infatti, ritiene che Hamas si sia rafforzato grazie ai problemi di Al Fatah - da tempo in posizione di debolezza - ma fa dipendere la crescente radicalizzazione dei palestinesi soprattutto dall'atteggiamento dei politici israeliani, che hanno interpretato gli accordi di Oslo come l'autorizzazione ad allargare gli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

martedì 16 gennaio 2007

Nessuna ammissione

Se si analizza con attenzione ciò che accade in questi giorni, risulta lampante che il famoso “gruppo di studio per una strategia d’uscita dall’Iraq” non è altro che una caramella servita per addolcire l’opinione pubblica americana e mondiale. Esso era stato appositamente confezionato secondo un’ottica trasversale e pubblicizzato come imparziale (grazie alla guida bipartisan di un repubblicano e un democratico, rispettivamente Becker ed Hamilton) allo scopo di mostrare la bontà del tentativo e calmare l’umore della gente.
È evidente, però, che il discorso alla nazione pronunciato dal presidente Bush va verso un’altra direzione.
Molti hanno scritto e fatto notare che Bush ha ammesso i suoi errori e quelli dell’amministrazione neocon, la più arrogante e conservatrice della storia americana. No – dico io – Bush ha solo ammesso di aver sbagliato a prevedere il numero dei soldati necessari da inviare in Iraq, per la precisione 21500 in meno. Solo questo ha ammesso.
Non che l’invasione di un paese sovrano è, secondo le leggi internazionali, sbagliata; non che, nel caso di specie, aggredire l’Iraq giustificandosi con enormi bugie – le armi di distruzione di massa, il collegamento con l’11/9 e le connivenze con al-Qaeda – è non solo un errore, ma anche un crimine internazionale. Così come è un crimine internazionale – precisamente contro l’umanità – l’utilizzo (stavolta si) di armi terribili e vietate quali il fosforo bianco a Falluja. E, invece, no: l’unico errore che Bush ha esplicitamente ammesso e collegato direttamente alla sua condotta è il numero dei soldati inviato.
Ammettere i propri errori significa, innanzitutto, cercare di ovviarvi. E Bush non sta ovviando a niente. Ignorando anche quello che poteva essere ritenuto l’unico elemento rilevante del rapporto Becker-Hamilton, ossia la necessità, prima ancora che l’opportunità, di inserire, quale condicio sine qua non, Siria e soprattutto Iran nel processo di pacificazione dell’Iraq. Perché è a Teheran che si gioca la partita decisiva nello scacchiere mediorientale.
Che Teheran aspiri ad ottenere il rango di prima potenza regionale è evidente e dichiarato. Che questo rango non possa prescindere dal possesso dell’energia nucleare è un fatto innegabile. Oppure dal disarmo nucleare simultaneo di tutti i paesi della regione che hanno nel loro arsenale testate atomiche, Israele e Pakistan.
La decisione di Bush di riaprire una guerra che aveva dichiarato vinta già quattro anni fa, nonostante il parere contrario della maggioranza dell’opinione pubblica e del Congresso, non è un’ammissione di errore. È solo un ulteriore errore.
Un esercito regolare, per quanto numeroso e tecnologicamente superiore, non può vincere in uno scontro asimmetrico. Non può debellare una guerriglia asserragliata in una metropoli come Bagdad. Semplicemente la guerriglia resterà acquattata per qualche tempo, in una sorta di letargo, al fine di far passare la tempesta e riproporsi, in maniera peggiore, al primo baglior di sereno. Con l’aiuto del popolo che, nel frattempo, avrà subito atroci sofferenze.
Si può anche ipotizzare, però, che Washington non rigetti del tutto la possibilità di un negoziato con la repubblica degli Ayatollah. Ma ha bisogno di “alzare la voce” per rendere possibile il negoziato su basi accettabili. È, però, evidente che non può decidere unilateralmente e dovrà giocoforza tener conto degli altri attori internazionali: Israele, Russia, Ue, ma anche Cina e India.
L’Occidente europeo ed europeizzante (quella parte dell’opinione americana, cioè, che non sostiene più Bush e la sua politica) non ha alcun interesse ad una clamorosa sconfitta Usa in Medio Oriente che fornirebbe al terrorismo un impatto formidabile nella regione, con ripercussioni inimmaginabili in termini di destabilizzazione sociale nel nostro continente.
Ma l’Europa, al contempo, non ha neppure alcun interesse a favorire una politica di guerre a catena, una più rischiosa e coinvolgente dell’altra. Questa nostra vecchia Europa sarà anche vile, come la tacciano di essere i neo-conservatori di qua e di là dell’Atlantico, ma sa bene che in tali scenari è meglio muoversi con tutte le precauzioni del caso e potrebbe trarre da questo ruolo una decisiva spinta verso una maggiore integrazione politica, di cui, proprio nella questione irachena, si è sentita una forte mancanza.
Qualunque sia lo scenario futuro, l’ipotesi di un mondo unipolare, di un’unica forza egemone e guardiana degli assetti globali, è ormai definitivamente tramontata. Prima ancora di essersi compiutamente attuata.

domenica 14 gennaio 2007

Deliri appena sveglio

Domenica mattina...beh mattina non tanto, visto che sono le 13. Mia madre mi viene a svegliare ed io a stento, dopo le "fatiche" del sabato sera, riesco ad aprire gli occhi. "Sono le 13 è quasi pronto...mangi?". Le sue parole vengono coperte da quelle dei titoli del tg5. Berlusconi critica la sinistra (facile saprebbe criticarla chiunque!) per la sua politica estera affermando che la coalizione attualmente al governo "strizza l'occhio ad Hizbullah e va contro gli Stati Uniti ed Israele, ultimo avamposto della democrazia in medioriente".
Salto fuori dal letto e comincio ad inveire. Di tutte le stupidaggini che ho sentito dire a Berlusconi negli, ormai, ultimi tredici anni, questa è di gran lunga la peggiore. Come si fa a dire che Israele è un paese democratico? Ma, poi, come fa lui a criticare o solo a parlare di politica estera?
Nei cinque anni in cui è stato al governo, la sua è passata alla storia come la condotta in politica estera peggiore degli ultimi sessanta anni, ossia da quando l'Italia è una repubblica. Da un giorno all'altro il signor "mi consenta" ha stravolto quella che era la linea storica della politica estera italiana, sempre preoccupata di colmare quel vuoto esistente tra l'alleanza atlantica e l'enorme influenza di cui il nostro paese godeva nel bacino del Mediterraneo.
Per dirla con le parole di Harold Nicolson [1] (che Berlusconi sicuramente ignora) "lo scopo della politica estera italiana è sempre stato quello dell'acquisizione sul terreno diplomatico di un'importanza maggiore di quella che possa esserle assicurata dalla sua potenza reale. Essa è pertanto l'antitesi del sistema tedesco (o statunitense, aggiungerei), perché invece di basare la diplomazia sulla potenza, basa la potenza sulla diplomazia". Insomma, non certo una macht-politik [2], quanto piuttosto una real-politik. Concetti che sicuramente Berlusconi non ha mai avuto il piacere di comprendere, visto che con lui al governo abbiamo abbandonato la diplomazia e ci siamo appiattiti sulla politica di potenza a stelle e strisce.
Cercherò di spiegarmi meglio. Dopo la seconda guerra mondiale, la politica estera italiana si è dovuta basare su un'inestricabile dicotomia: siamo costretti ad assecondare i nostri alleati atlantici (cosa che ci conviene pure) ma, al contempo, abbiamo bisogno - per diversi motivi, in primis la necessità dell'approviggionamento energetico - di mantenere il nostro status di paese faro nel cosiddetto mare nostrum (un potenziale bacino, contando i soli stati rivieraschi, di 400 milioni di individui).
Purtroppo per noi, le due cose non coincidono, neanche convergono, anzi, sono proprio agli antipodi. Per sessant'anni, abbiamo dovuto fare di necessità virtu e ci siamo riusciti anche bene - nonostante abbiamo dovuto sopportare la presenza di basi e armi atomiche, aspettare più di 10 anni per l'estradizione della Baraldini, subire 20 vittime innocenti sul Cermis, per l'idiozia di 2 piloti che giocavano a fare i top gun, e, come se non bastasse, l'omicidio impunito di Calipari (la lista è assolutamente esemplificativa e potrei continuare fino allo sfinimento).
Come si permette, quindi, costui a parlare di politica estera? Parlasse di economia che almeno a fare i soldi, o meglio a rubarli, è sicuramente un esperto. Costui che si reca a Camp David e con un inglese talmente stentato, da risultare quasi incomprensibile, riesce a dire che "Considero la bandiera degli Stati Uniti non solo la bandiera di un paese, ma un messaggio universale di libertà e democrazia", ricevendo perfino i complimenti - del tutto gratuiti, e probabilmente anche perculativi - del suo dirimpettaio, l'inquilino della Casa Bianca ("his english is very good!").
La politica estera italiana deve, finalmente, tornare ad imboccare il binario della diplomazia e del dialogo, della condanna ad azioni ignobili e immorali, quali la pena di morte, e alla strenua opposizione ad atteggiamenti unilaterali come la guerra preventiva e di aggressione. Il nostro esercito non ha niente a che vedere con i "rambo" americani, tutto muscoli, poco cervello e cuore assente. Al contrario, siamo dotati di professionisti che possiedono una grande umanità e sono in grado di rapportarsi nella giusta maniera a contesti culturali molto diversi dal nostro. Sono uomini che non torturano altri uomini e non pisciano sul Corano dei detenuti di Guantanamo e Abu-Ghraib. Sono persone civili che danno lustro ad una nazione civile. E con i due anni a venire, nei quali siederemo al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, sia pur da membri non permanenti, avremo l'occasione di rafforzare quel ruolo che a lungo ci è appartenuto. Con buona pace di Berlusconi.
Spenderò, infine, solo poche parole - tanto merita - per la questione della "democrazia" israeliana. Che possiederà sicuramente istituti democratici e libere elezioni, ma è avvezza, al contempo, ad un comportamento che potrebbe contendere la poco felice fama di criminali ai gerarchi nazisti.In conlusione, allora, una foto scattata a Cana (villaggio già simbolo nel '96 del martirio libanese) per rendere l'idea della magnificenza della "democrazia" israeliana, che ha avuto occasione di ricordarci quest'estate quanto sia alto il suo senso della vita umana.
Note
[1] H.Nicolson, Storia della diplomazia, Il Mulino, 1967.
[2] Per la politica di potenza vedere R.Aron, Macht, Power, Potenza: prosa democratica o poesia demoniaca?, Il Mulino,1992 e H.J.Morgenthau, Politica tra le nazioni. La lotta per il potere e la pace, Il Mulino, 1997.

sabato 13 gennaio 2007

Il potere della chiesa cattolica

Stavo controllando un attimo la posta elettronica, giusto prima di andarmi a docciare e uscire, e ho notato la newsletter di Beppe Grillo con il link ad un post: una lettera del Papa al noto comico. Trattandosi di queste cose, non sono riuscito a trattenermi e ho inviato un commento. Lo riporto interamente.

Sono d'accordo (con uno dei commenti dei lettori - NdA)...questi signori dovrebbero capire che non sono graditi tra persone civili. Per secoli hanno rubato, ucciso, impedito al nostro paese uno sviluppo decente.
È indelebile nella storia che hanno favorito l'accesso, con la scusa della religione, a qualsiasi sorta di potenza straniera ogni qualvolta uno dei piccoli staterelli, di cui era formata l'Italia, diveniva abbastanza grande da minacciare il loro potere temporale. Hanno ritardato il nostro sviluppo industriale perché, al contrario dei protestanti, consideravano il prestito come usura...e tutti sappiamo che senza prestiti non si può investire (leggere indicativamente Max Weber "L'etica protestante e lo spirito del capitalismo").
Una volta divenuta nazione unitaria, nonostante si fossero strenuamente opposti, sono riusciti ugualmente a cavarsela fornendo appoggio al regime fascista e ricevendo in cambio (patti lateranensi del '29) legittimazione, immunità e immense rendite - che noi tutti continuiamo a pagare. Dopo la nascita della Costituzione, che sancisce a chiarissime lettere la laicità dello Stato, hanno approfittato della guerra fredda e dello spauracchio comunista per consolidare il loro potere.
E continuano ancora oggi, con metodi sopraffini, ad ingerire nella vita pubblica e, ahinoi, a dominare la politica italiana. Fino a negare, con argomentazioni scandalose, non la parità delle coppie di fatto con quelle sposate, ma semplicemente alcuni diritti fondamentali a chi si astiene dal matrimonio.
Se noi non possiamo fare nulla, però, è colpa di chi ci governa. Noi che siamo italiani e dovremmo interessarci a ciò (la nostra libertà) non siamo in grado di capire.
Ha capito benissimo, però, il corrispondente del Time in Italia, nonostante sia solo dal '98 che vive nella nostra cara penisola. Invito a leggere il suo impeccabile articolo su Internazionale di questa settimana.

venerdì 12 gennaio 2007

giovedì 11 gennaio 2007

Quando lo stato d’emergenza giustifica la violazione del diritto

L’effetto meno pubblicizzato dell’attentato terroristico dell’11 settembre 2001 è, forse, costituito dalle misure eccezionali, varate dalla “dottrina Bush” del 2002 e giustificate sulla base dello stato di emergenza che gli Stati Uniti si trovano ad affrontare in virtù della guerra globale al terrorismo portata avanti dall’amministrazione neocon a stelle e strisce.
Conseguenza di ciò è stato un progressivo ampliamento dei poteri del Presidente, che ha inevitabilmente portato ad un’erosione di quelli del Congresso, alla compressione dei diritti costituzionali e alla “reinterpretazione” delle norme internazionali.
La strategia giuridica della Casa Bianca aveva, infatti, permesso all’esecutivo di emanare ordinanze con le quali si istituivano commissioni militari – incaricate di processare i detenuti di Guantanamo al posto delle normali Corti Marziali, in barba a tutti i principi del due process of law – e di considerare i presunti terroristi catturati in Afghanistan come non rientranti nelle due categorie previste dalla III Convenzione di Ginevra - che codifica tra l’altro il diritto internazionale e si configura per questa via come jus cogens: quelle dei civili e dei combattenti legittimi o illegittimi.
Tale posizione ha, così, inferto un durissimo colpo al fondamentale principio di separazione dei poteri, permettendo al Presidente Bush di arrogarsi arbitrariamente poteri che, per espresso ed esplicito volere della Costituzione, spettano al Congresso.

LA SENTENZA DI GIUGNO - Per fortuna a giugno 2006 una sentenza della Corte Suprema – la seconda [1] in due anni – ristabilendo la supremazia del diritto e riaffermando il principio per il quale in una situazione di emergenza devono essere rispettati non solo i principi inderogabili dell’ordinamento costituzionale, ma anche le norme internazionali universalmente riconosciute, bocciò tale strategia e costrinse l’esecutivo a tornare al Congresso (in cui i Repubblicani avevano una solida maggioranza) per ricevere l’esplicito mandato a processare i detenuti di Guantanamo davanti ai tribunali militari.
La maggioranza dei giudici (5 contro 3 – il presidente John Roberts si astenne dal votare perché aveva già avuto occasione di esprimersi sulla questione) delineò, infatti, le seguenti motivazioni:

- l’istituzione di “Commissioni militari” è illegale perché esse, tra le altre cose, pongono in essere una violazione gravissima delle garanzie dovute agli accusati, non permettendo loro di esaminare le prove, di contestarne la validità o l’attendibilità e di produrne in propria difesa;
- se per l’amministrazione la guerra al terrorismo sfugge a certe norme internazionali perché al-Qaeda non è uno Stato e non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra sui prigionieri, per la Corte essa è pienamente applicabile, dal momento che all’articolo 3 menziona espressamente i “conflitti armati non internazionali”, in cui una parte (per esempio i ribelli) non abbia sottoscritto le Convenzioni, e richiede che i processi siano comunque svolti davanti alle corti regolarmente costituite (e non speciali) con l’obbligo di accordare tutte le garanzie previste;
- infine, i giudici pongono l’accento sul fatto che la non corrispondenza dell’accusa di conspiracy (complotto) come crimine di guerra nel diritto internazionale potrebbe creare precedenti e dare il via a prassi pericolose.

A giudicare dalle motivazioni individuali – che nei sistemi di common law ricevono uno spazio maggiore rispetto a quelle dei giudici operanti in sistemi di civil law – per la Casa Bianca sembrò trattarsi di una sentenza pesantissima.
Per il giudice Stevens “l’istituzione di un processo da parte di una commissione militare solleva dubbi del più alto livello sulla separazione dei poteri”; fece da eco il giudice Kennedy, secondo il quale “la concentrazione del potere nelle mani dell’esecutivo espone la libertà personale al pericolo dell’azione arbitraria dei pubblici ufficiali, un’incursione che la separazione costituzionale dei poteri in un triplice sistema è designata proprio per evitare”.
Parole dure, come quelle che erano espresse nelle motivazioni dei giudici di minoranza: per il giudice Thomas, infatti, “quella della maggioranza è una decisione pericolosa che danneggia gravemente la capacità del Presidente di affrontare e sconfiggere un nemico nuovo e mortale” [2].
Coloro che vedevano questa sentenza come il colpo mortale al lager di Guantanamo, anche grazie alle numerose pressioni – tra cui quelle di D’Alema nella sua prima visita alla Rice in qualità di Ministro degli Esteri del governo Prodi- giunte ultimamente a Washington da ogni parte del mondo, hanno dovuto ricredersi.
Se, da un lato, era chiaro che l’opera di demolizione avviata dalla Corte Suprema contro il sistema arbitrariamente messo in piedi da Bush e soci sarebbe stata sicuramente portata avanti, dall’altro, c’è chi sosteneva [3] che la sentenza non avrebbe scalfito il potere del Pentagono di tenere lì i prigionieri. E del resto, lo stesso Bush, dopo le pressioni ricevute, si era affrettato a dichiarare, in occasione del suo viaggio a Vienna per il vertice Usa-Europa, che anche lui voleva la chiusura del carcere, tranne poi smentirsi (non è la prima volta) affermando che “siamo in guerra, non chiuderemo mai Guantanamo”[4].
Insomma, era chiaro che l’imposizione della strategia americana sarebbe comunque andata avanti.

LA LEGGE – L’ultimo capitolo è stato scritto il 17 ottobre, con la firma del Military Commission Act da parte di Bush, in quello che ha definito come “un giorno storico”.
Fortemente voluta dalla Casa Bianca, la nuova legge ha subito durissime critiche da parte dell’opposizione democratica e creato dissensi anche fra i repubblicani, al punto da rendere faticoso l’iter di approvazione. La normativa istituisce delle Commissioni militari, ossia dei tribunali speciali (quelli, appunto, dichiarati illegali dalla Corte Suprema) per i processi dei detenuti di Guantanamo, e convalida tutte le “procedure alternative”, ovvero gli interrogatori in segreto e senza garanzie fatti dalla Cia. In una parola: TORTURA.

Note
[1]
La prima, del giugno 2004, stabiliva l’illegittimità della detenzione dei prigionieri senza limite di tempo e senza concedere loro un processo.
[2] Fonte: repubblica.it.
[3] Alan M. Dershowitz, uno dei più noti avvocati americani, professore di legge alla Harvard University e considerato uno dei più grandi difensori dei diritti individuali.
[4] Fonte: The economist, 24-30 giugno 2006.