domenica 28 giugno 2009

Quale democrazia?

In Italia non è in discussione il fatto che si viva in un sistema democratico. Ciò può, in linea di massima, essere anche vero, ma quello di cui poco si discute è: di che qualità è la democrazia italiana? Al di là degli istituti di facciata, qual'è il reale grado di integrazione del cittadino nel sistema democratico e, in concreto, quali misure mette in atto lo Stato per accrescere questo processo fondamentale? Tali domande, per nostra fortuna, qualcuno se le pone...

La dittatura è una forma autoritaria di governo in cui il potere è accentrato in un solo organo, se non addirittura nelle mani del solo dittatore, non limitato da leggi, costituzioni, o altri fattori politici e sociali interni allo stato. Analizziamo per benino la situazione italiana: a prima cosa che, di solito, mi dicono i berlusconiani, quando parlo di dittatura è « ma che sei scemo? Qui puoi dire quello che pensi liberamente, non come in Iran che ti ammazzano o ti arrestano ».

Manifestare liberamente - Non è cosi infatti, qui tu puoi dire quello che vuoi ai tuoi amici, ai tuoi parenti e su internet, ma se t'azzardi a contestare in pubblico un politico vieni subito identificato e portato in caserma [
video], se invece ti organizzi con qualcuno per una libera e pacifica manifestazione ecco che la polizia inizia ad usare il manganello [video]. Non hai nemmeno la possibilità di andare a manifestare in una piazza pubblica, perché questo diritto lo hanno solo quelli che « vogliono applaudire Berlusconi » [video], e nemmeno di fare delle domande [video]. Prego che non accada, ma temo che non siamo molto lontani dal pericolo "che ci scappi il morto".
Violenza e manganello producono solo altra violenza in maniera esponenziale. La storia insegna. Possiamo già dire che si tratta di dittatura? Non ancora, solo questo non basta. Ma sicuramente la libertà di manifestare è un elemeno fondamentale di ogni democrazia, che evidentemente in Italia non esiste.

Mantenere il potere in maniera illegittima - Continuiamo l'analisi. Una dittatura inizia sempre con un voto democratico: è stato così per il fascismo, è stato cosi per la più recente dittatura iraniana ed è stato così in Italia, nel lontano 1994; quando Berlusconi e la sua truppa sono saliti al potere. In Iran il governo ha utilizzato poi, le forze armate per mantenere il potere, in Italia, invece, è stato sufficente modificare la legge elettorale. In un colpo solo è scomparsa l'opposizione (la sinistra, i verdi e i radicali sono praticamente scomparsi dal panorama politico) ed è stato possibile far sedere in parlamento personaggi che nessuno di noi ha mai votato e che nessuno di noi avrebbe mai votato se non ci fosse l'attuale legge voluta...indovinate da chi?
Ma perché sono stati scelti? E da chi?. Anche questa è facile e non ve la dico. Chi avrebbe avuto altresì il coraggio di votare Dell'Utri (condannato a 9 anni per mafia), la Carfagna (ex subrette, esperienza politica 0), la Brambilla (vedi Carfagna), Cuffaro, Ghedini(« avvocarlamentare ») ecc...? Quindi possiamo affermare che quello attuale è un governo che non rappresenta e non ha mai rappresentato il popolo italiano, né di destra né di sinistra.
Non solo, infatti ci sarebbe anche da dire come questo governo nel momento in cui deve varare una nuova legge vergogna - vedi lodo alfano o ddl sicurezza - (che, com'è già successo, potrebbe suscitare perplessità all'interno della maggioranza stessa), ricorra sempre al voto di fiducia. Non è normale che un governo dopo un anno di mandato abbia già utilizzato per ben
21 volte il voto di fiducia. Se il voto sulla legge sicurezza e sul Lodo Alfano fosse stato anonimo (come accade per le votazioni ordinarie, diverse dalla "fiducia") state certi che né l'una né l'altro sarebbero passati. Non vi basta per sentirvi sotto un regime? Ok continuiamo.

Repressione - Un regime che si rispetti deve avere i suoi morti innocenti no? In Iran è cosi, a Cuba anche ecc...E in Italia? In Italia non è più cosi, non ci sono più morti ammazzati, ma ne abbiamo avuti migliaia e migliaia e non è un segreto. Tutti sanno che questa attuale classe politica è nata dalle stragi degli anni '90, tutti sanno che questo governo è nato grazie a accordi occulti con la criminalità organizzata. E tutti sanno quanti morti ci sono stati negli anni '90 in Italia. Ben 656 solamente in Sicilia dal 1983 alle stragi degli anni '90, non vi bastano questi morti? Oppure non li consideriamo tali perché non esiste il video su you tube?

Controllo della magistratura - Ma perché uccidere? Che senso ha? Si rischia una rivolta dell'opinione pubblica se vengono uccisi degli eroi come Falcone e Borsellino. Ecco allora le uccisioni « senza tritolo » (come le chiama Salvatore Borsellino), le uccisioni senza uccidere, gli omicidi come quelli di De Magistris, di Clementina Forleo, di Gioacchino Genchi, di Apicella, di tutta la procura di Salerno, di Luttazzi, di Biagi, di Montanelli e chi più ne ha più ne metta...Quando qualcuno indaga sui poteri forti, il procedimento che adottano è sempre lo stesso, danneggiano la sua immagine e trovano una scusa per toglierli l'indagine se si tratta di un magistrato, o per licenziarlo, se si tratta di un giornalista, più veloce, più indolore e soprattutto molto più discreto.
Se proprio la situazione è critica ecco l'avvocato di Berlusconi (nonchè parlamentare) Ghedini sempre pronto a sfornare una nuova legge ad personam che depenalizza il reato o rende immune il padrone, magari, come detto prima, ricorrendo al voto di fiducia.

Controllo dell'informazione - Tutto quello che abbiamo detto chiaramente non potrebbe avvenire mai in nessun Paese al mondo e tantomeno in Italia se non si controllasse la quasi totalità dell'informazione. In effetti il controllo dell'informazione è il punto cardine di ogni dittatura, così come d'altronde è scritto nel « Piano di rinascita democratica » di Licio Gelli (padre fondatore della P2, di cui Berlusconi faceva parte). Vediamo i dati: in Italia siamo 60.000.000 di abitanti, il 100% ha la possibilità di guardare la televisione in cui ci 7 canali su 7 sono di proprietà del governo, questo mi sembra innegabile. Mediaset è del premier, la Rai governativa ( le nomine le hanno addirittura fatta a casa di Berlusconi) e La7 è palesemente di parte, non potrebbe essere altrimenti visto che è controllata da Telecom Italia.
Da ciò deriva quindi che il 100% degli italiani possono vedere l'informazione del governo e tutto quello che ci propinano. Non voglio entrare nel dettaglio perché è chiaro a tutti che le informazioni sono spesso distorte o addirittura potremmo definirla disinformazione bella e buona. Le uniche voci fuori dal coro sono, o meglio erano, "Annozero" (ripreso a seguito di una senteza della magistratura) e "Report" (cancellato in questi giorni).
Qualcuno dirà che l'informazione la puoi trovare anche su internet ed è vero. Ma se consideriamo che un accesso a internet lo ha solo il 45,7% degli italiani ci rendiamo conto di come oggi questa informazione sia accessibile solo a meno della metà della popolazione. Ma Internet fa ugualmente paura ed è per questo che nel nuovo disegno di legge si cerca di imbavagliarla. Questa nota per esempio non la leggerete mai in un giornale e non la potreste mai e poi mai sentire al telegiornale o in televisione.

Lotta all'opposizione - Nelle dittature che si rispettano le opposizioni sono sterminate a fucilate o messe in galera. Per qualche misterioso motivo in Italia, sfiorando il grottesco, l'opposizione si è autoeliminata. Non parla, non protesta, non si sente volare una mosca dal lato del PD. Il buon Antonio fa quello che può, ma sicuramente non è abbastanza visto che viene lasciato completamente solo. Complicità? Stupidità? Non so, ma è un altro dato di fatto che in Italia non esista una vera solida opposizione.Ricapitoliamo, in Italia non è possibile manifestare liberamente se lo fai ti picchiano, ti arrestano o ti censurano, in Italia non è possibile e non è stato possibile eleggere democraticamente i parlamentari, in Italia l'informazione è sotto controllo di una ed una sola persona, in Italia non esiste l'opposizione, in Italia la magistratura è imbavagliata dall'avvocato Ghedini e dalle leggi ad personam. E' lecito domandarsi seriamente se in Italia siamo o no sotto dittatura? A voi l'ardua sentenza.

mercoledì 24 giugno 2009

Un'analisi/ testimonianza da Teheran: il colpo di stato della coppia Ahmadinejad-Khamenei

Jafar Naderi, LIMESONLINE

L'ultimo atto della guerra tra le due anime del clero al potere. La campagna elettorale e la svolta dei confronti televisi. La partecipazione al voto. Il ruolo del figlio della guida spirituale. Rafsanjani vuole sostituire Khamenei con una guida collegiale e molti ayatollah lo sostengono. Una possibile soluzione.


“La colpa dello Shah era che dichiarava: Vale solo ciò che dico io e non quello che vuole il popolo. Oggi chiunque si comportasse così, compirebbe un’azione destabilizzante e deprecabile.” (Da un discorso della Guida Suprema Khomeini a Qom nel lontano 21 marzo del 1979)

In questi giorni, qui a Teheran i mezzi di comunicazione sono più che mai scarsi. La tv di stato è al servizio di pochi ed è controllata direttamente dalla guida suprema, l’ayatollah Khamenei. I pochi quotidiani sono sotto il controllo della censura del Ministero delle Informazioni, vale a dire la polizia politica. mentre i giornali indipendenti sono stati chiusi per ordine di giudici compiacenti. A parte qualche tv satellitare, anche quella disturbata (sempre da parte del Ministero) per impedire una ricezione accettabile, per avere informazioni su quello che accade qui e nel mondo l’unico mezzo di comunicazione rimane Internet, più che mai rallentata e con quasi tutti i siti politici oscurati. Le pagine della rete si sfogliano faticosamente solo grazie a programmi che aiutano ad aggirare i filtri realizzati dal Ministero. Riusciamo ad avere notizie anche con i cellulari (quando funzionano) e possiamo avere un’idea di ciò che sta succedendo in questo paese.
Chi, in questi giorni avesse passeggiato per le strade di Teheran avrebbe visto che la folla inferocita, insieme ai cassonetti, a qualche autobus e qualche motocicletta dei poliziotti dei corpi speciali, bruciava anche le foto di Ahmadinejad e della guida suprema con quel suo sorriso gentile e quell’espressione da buon padre di famiglia. La scena rievocava gli avvenimenti di trent’anni fa, quando il regnante di turno era lo Scià.
Oggi, per il mondo intero, gli occhi increduli di una giovane sul punto di morire, simboleggiano un punto di svolta dell’immagine della Repubblica Islamica. Si chiamava Neda Agha Soltan, aveva ventisette anni e studiava filosofia. Era tra i manifestanti scesi in piazza per reclamare il diritto di conoscere quale fine avesse fatto il proprio voto. È stata colpita al cuore da un proiettile sparato da un basiji. Questi occhi simboleggiano l’ultimo capitolo di una lotta tra due anime che si sono affrontate fin dalla nascita della Repubblica Islamica e non si sono mai risparmiate colpi bassi. Le elezioni presidenziali del 12 giugno 2009 sono state il punto di svolta di questa lunga storia.
Con il discorso di Khamenei, alla preghiera di venerdi, è stata messa la parola fine a una convivenza apparentemente pacifica tra le due anime del clero. La storia della lotta tra le due anime, suddivise in varie fazioni, nasceva ai tempi di Khomeini, fondatore e padre spirituale della Repubblica Islamica. I protagonisti attuali di questa vicenda, tranne Ahmadinejad, che, all’epoca, era ventenne, sono quasi tutti i pochi fondatori della Repubblica rimasti.
Queste elezioni sono state molto particolari. La campagna elettorale è iniziata qualche mese fa con toni molto tiepidi e gente molto svogliata. Si poteva solo prevedere un astensionismo da record. La notizia della candidatura dell’ex-presidente Khatami, nello schieramento progressista ha dato però nuova linfa e vitalità alla campagna elettorale. Le cose si sono messe in movimento. Gli altri candidati erano Akbar Aa’lami, ex-parlamentare riformista, Mehdi Karrubi, ex-presidente del Majlis (il parlamento), Mohsen Rezai ex-comandante dei pasdaran e membro del Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione e lo stesso presidente uscente, Mahmud Ahmadinejad.
Quando Khatami ha iniziato la sua campagna elettorale, la risposta della popolazione delusa da Ahmadinejad, è stata straordinaria. Ma Khatami, minacciato da coloro che si sentivano in pericolo, con l’arrivo del candidato Mussavi, ex-primo ministro durante la guerra contro l’Iraq, ha deciso di ritirarsi e appoggiare quest’ultimo. I sostenitori di Khatami sono rimasti delusi, ma, con il tempo, è stato chiaro che la strategia dei riformisti era quella giusta.
Era chiaro ed evidente che Ahmadinejad non sarebbe riuscito a contrastare l’offensiva dei riformatori, che, contro i conservatori, oltre a Mussavi, avevano schierato anche Karrubi, che insieme ai voti delle minoranze etniche, essendo un clericale, poteva raccogliere anche quelli di una parte del clero. Il terzo candidato, Aa’lami, più estremista, avrebbe potuto prendere voti dai dissidenti e nella regione dell’Azerbaijan, in quanto azero ed ex-rappresentante di Tabriz in parlamento. Come era prevedibile, Aa’lami non è riuscito però a passare il setaccio rigido delle selezioni governative sui candidati e, per i riformisti, sono rimasti in campo solo Mussavi e Karrubi. Nello schieramento opposto, per affrontare il pericolo di crollo e per raccogliere i voti del malcontento dell’area dei conservatori, è sceso in campo in campo Rezaei, molto critico delle posizioni di Ahmadinejad, particolarmente sul piano economico.
I canditati che si opponevano al presidente uscente, nonostante non avessero accesso ai mezzi di comunicazione e si trovassero senza l’appoggio dei giornali, hanno iniziato, dunque, alla luce dei risultati deludenti del precedente governo, un lavoro capillare di propaganda grazie a Internet e hanno trovato terreno fertile per raccogliere il consenso popolare. Le due più importanti strutture militari, l’esercito dei pasdaran e i basiji, nonostante la legge vieti loro di interferire nella politica, si sono schierate apertamente con il presidente uscente. I generali dei pasdaran hanno rilasciato molte dichiarazioni che accusavano i riformatori di essere al servizio dell’imperialismo, del sionismo e di voler organizzare una sorta di rivoluzione di velluto. Hanno dichiarato inoltre che per difendere i valori della Rivoluzione non avrebbero esitato a usare la forza. La Guida – molto attenta a non schierarsi apertamente con il suo candidato prediletto – invitava tutti a essere moderati nei toni per non dare una mano ai nemici dell’islam, che non aspettavano altro per mettere sotto accusa le conquiste della Repubblica Islamica.
Per dare una parvenza di democrazia sono stati organizzati anche sei confronti televisivi tra i candidati. Durante questi confronti televisivi le cose hanno preso una nuova piega. La tattica di Ahmadinejad era la stessa che lo aveva portato al potere nelle precedenti elezioni: fare la vittima, attaccare tutti con il suo linguaggio populista, sostenere che i suoi avversari erano al servizio del diabolico e corrotto Rafsanjani, arricchitosi alle spalle dei diseredati.
Un attacco così evidente e violento alla terza carica istituzionale dello Stato era una cosa senza precedenti. Era chiaro che non avrebbe osato usare questo linguaggio contro uno dei pilastri della Repubblica Islamica senza il placet della Guida. Ovviamente, Rafsanjani ha protestato, ha chiesto di poter replicare alle accuse in tv, ma è stato inutile. Per tutta la campagna, Ahmadinejad ha continuato a usare questa tattica, mentre i suoi avversari lo accusavano di aver distrutto l’economia, portato il paese con il suo linguaggio rude e populista all’isolamento internazionale e rovinato l’immagine della nazione e della Repubblica Islamica. E’ stato anche accusato di malversazione e di allegra gestione dei fondi governativi provenienti dalla vendita del petrolio, per un ammanco di un miliardo di dollari, accertato dalla Corte dei Conti. A causa di una cattiva gestione ha sperperato decine di miliardi di dollari, i proventi del petrolio, riuscendo ad aumentare la povertà, la disoccupazione e l’inflazione in un periodo in cui il prezzo del petrolio era salito a 150 dollari al barile. E’ stato premiato con tempi supplementari di apparizione e di propaganda dalla tv di Stato, senza che i suoi avversari godessero della stessa opportunità.
Questo atteggiamento si è rivelato controproducente e i suoi avversari politici ne hanno beneficiato. Molti che avevano dichiarato di non voler andare a votare, di fronte alla prospettiva di una sua rielezione, hanno deciso di turarsi il naso e hanno scelto il male minore. Così il 12 di giugno c’è stata una partecipazione senza precedenti che ha superato anche lo storico risultato delle presidenziali in cui fu eletto Khatami. Il giorno delle elezioni la partecipazione è stata straordinaria. Per raggiungere l’urna erano necessarie mediamente tre ore. Ma tutti lo hanno fatto volentieri. Nel pomeriggio alcuni seggi hanno iniziato a chiudere le porte, con la motivazione che le schede elettorali erano esaurite. In alcuni seggi la gente ha rotto le porte per entrare. Sono quindi iniziate a circolare voci su brogli elettorali.

I primi risultati parziali del conteggio non quadravano e, il mattino dopo, quando sono stati dichiarati i risultati ufficiali, si è compreso che era in atto un vero colpo di mano. I brogli erano troppo grossolani. In centinaia di seggi avevano votato fino al 140% degli aventi diritto. Karrubi aveva ottenuto meno voti del numero dei militanti del suo partito. Un numero risibile con l’intento solo di umiliarlo. Nel frattempo, prima che si rendessero pubblici i risultati definitivi, il responsabile dell’ufficio informatico delle elaborazioni dei dati del Ministero dell’Interno, mandava i risultati al candidato Mussavi. I risultati erano diversi. Risultava che Mussavi aveva superato i 19 milioni di voti e il funzionario consigliava al presidente neo-eletto di preparare i festeggiamenti e il discorso alla nazione. Ma come sappiamo, le cose sono andate diversamente. Qualche giorno dopo, quello stesso funzionario, Mohammad Asghari, moriva in un incidente stradale.
Mussavi ha dichiarato subito di essere lui il presidente eletto: ma l’annuncio contrario della guida suprema, l’ayatollah Khamenei, ancor prima che l’organo preposto, il Consiglio dei Guardiani, ratificasse la regolarità delle elezioni, ha gelato tutti. Questo fu il momento della vera e profonda spaccatura delle anime della Repubblica Islamica. Khamenei aveva scelto di percorrere una strada senza ritorno. E aveva le sue ragioni. Innanzitutto voleva sbarazzarsi della vecchia guardia, di quelli che non gli davano molto credito. In primis il suo vecchio e fidato amico Rafsanjani, colui che aveva caldeggiato la sua candidatura nel 1988 e si era adoperato per innalzarlo al ruolo che tuttora ricopre.
Dopo la morte di Khomeini, il triangolo formato da Khamenei, Rafsanjani e il figlio maggiore di Khomeini, Ahmad, era riuscito in questo intento. I patti non furono rispettati da Khamenei. Ahamad Khomeini moriva in circostanze poco chiare, quasi subito, e la presenza di Rafsanjani restava una spina nel fianco. Inoltre gli altri grandi ayatollah non lo hanno mai accettato. Khamenei non era un ayatollah e per occupare questo ruolo era stata promulgata una legge ad personam che cambiava la Costituzione. Khamenei, che ha vissuto per anni nell’ombra di Khomeini, è malato e vecchio e vorrebbe vedere sul suo trono Mojtaba, suo figlio maggiore ed eminenza grigia della corte. Quest’ultimo sta ultimando i suoi studi di teologia con l’ayatollah Mojtahedi, con lezioni a domicilio. Mojtaba ha raggiunto il grado di mojtahed (giureconsulto) Tra qualche anno potrebbe essere nominato ayatollah e diventare il successore del padre.
Ahmadinejad è l’alleato giusto: per tutti gli anni della sua presidenza ha dimostrato una cieca obbedienza. Insieme ai pasdaran, che in questi anni hanno visto accrescere il loro potere economico e politico, formano un triangolo perfetto. Sono indispensabili l’uno all’altro. Sono consapevoli che la sconfitta di uno significherebbe la sconfitta di tutti. I pasdaran in questi anni hanno fatto passi da giganti. Nel governo di Ahmadinejad hanno avuto un ruolo chiave. Quasi il 30% dei posti di comando è nelle loro mani. Hanno ottenuto gli appalti più grossi, senza concorrenti e con gare a trattative dirette. Hanno rinforzato il loro indiscusso ruolo primario nel traffico di contrabbando delle merci e il loro fatturato in questo settore supera i 12 miliardi di dollari. Hanno il controllo di tutte le industrie militari ad alta tecnologia e dei contratti per costruire gasdotti, piattaforme petrolifere, grandi dighe, autostrade e ferrovie. Senza avere concorrenti. Con questo sistema gestiscono una holding che manipola interessi per decine di miliardi di dollari e senza l’appoggio di un eventuale governo poco compiacente, avrebbero molto da perdere.
La situazione internazionale richiede un atteggiamento fermo. Vogliono essere loro a gestire le trattative con gli Stati Uniti. Sono consapevoli dell’importanza del ruolo geopolitico dell’Iran e con gli Stati Uniti in difficoltà hanno deciso che è il momento di trattare con Washington e ottenere in cambio garanzie per mantenersi al potere.
Sabato mattina, la gente si è resa conto che era in atto un colpo di Stato. Il servizio di trasmissione degli sms era fuori uso da qualche giorno. Alle 17.00 le forze anti-sommossa si sono schierate nelle strade e alle 19.000 sono state messo fuori uso le comunicazioni con i telefonini. Le operazioni sono state dirette da Mojtaba, figlio maggiore di Khamenei, in stretti rapporti di affari con i pasdaran. Domenica alla manifestazione di protesta hanno partecipato tre milioni di persone. La polizia è intervenuta e molte persone sono rimaste ferite. Lunedì la polizia ha avuto l’ordine di sparare. Il resto è cronaca. Gli arresti dei capi carismatici dell’opposizione sono iniziati sabato sera, poi è stata la volta dei quadri intermedi e di tutti coloro che avevano un ruolo organizzativo. Il movimento è stato decapitato ma ha continuato ad operare. Le manifestazioni di protesta, anche senza capi, si sono succedute. Il colore verde, che è il colore dei sostenitori di Mussavi, è diventato il colore di tutta l’opposizione. Sono stati arrestati a centinaia tra manifestanti, sindacalisti e studenti. Khamenei ha deciso di scendere in campo direttamente. Per la preghiera del venerdì ha scoccato la sua ultima freccia contro i vecchi alleati, che, durante la cerimonia, hanno schierato in prima fila il peso della loro assenza. Ha dichiarato che Ahmadinejad era il suo prescelto e ha invitato tutti a comportarsi saggiamente e ad accettare il dato di fatto. Ha tolto ogni dubbio circa le sue intenzioni.
La cosa non è piaciuta a nessuno. Rafsanjani ha scritto una lettera a Khamenei e si è attivato per portare avanti con Khatami il suo vecchio progetto: sostituire la guida con un comitato di reggenza. E’ andato a Qom e ha contattato i grandi dignitari e i grandi ayatollah. Sembra che sia riuscito ad avere il consenso di almeno cinquanta personaggi importanti. Intanto, l’ayatollah Montazeri, critico da sempre nei riguardi di Khamenei, da questi estromesso e segregato agli arresti domiciliari, ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale. Rafsanjani, nelle sua lettera, ha scritto che sono stati messi in discussione i principi fondamentali della Repubblica ed è la fine per tutti, innanzitutto per Khamenei, che, in qualsiasi caso, è perdente. Se annulla le elezioni perderebbe la faccia, ma se continua a sostenere Ahmadinejad si mette contro milioni di iraniani che reclamano il loro voto. Khamenei sembra deciso a portare avanti la sua linea fino in fondo. Non pare che abbia altra scelta. Ha tentato di fermare Rafsanjani, perfino arrestando nel corso di una manifestazione la figlia, il nipote e altri due parenti, con l’accusa di fomentare la gente alla rivolta, ma ha dovuto rilasciarli due giorni dopo.
Intanto i rapporti diplomatici con la Gran Bretagna, accusata di fomentare i disordini, sono precipitati. Il presidente Obama dichiara, molto cautamente di essere umanamente dalla parte dei contestatori. Dopo che il Consiglio dei Guardiani ha dichiarato che c’è stato un errore di conteggio di solo 3 milioni di voti, certamente non sufficiente per annullare le elezioni, Khamenei ha concesso altri cinque giorni di tempo per approfondire le ragioni dei non eletti, forse per prendere tempo, forse per una sorta di arretramento dalle precedenti posizioni. Rezai, in un comunicato, ha dichiarato la sua fedeltà alla Guida Suprema e, nell’interesse della nazione e dell’islam in un momento cosi critico. ha ritrattato le sue rimostranze e rinunciato a contendere. Ma si prospetta un’altra soluzione: un presidente convinto o costretto a dare le dimissioni per il bene della patria, per amore verso la guida spirituale e per salvare l’islam.
Oggi, ci troviamo di fronte a un movimento trasversale di milioni di individui, tanto anomalo quanto straordinario. Un movimento senza capi carismatici e senza una precisa e definita connotazione ideologica. Per la prima volta nella storia iraniana dell’ultimo secolo assistiamo a un movimento non diretto da capi religiosi ma che ha, al suo interno, molti religiosi. Giungono notizie che alcuni generali dei pasdaran siano stati arrestati per essersi rifiutati di prendere parte alla repressione. Forse, dopo tanti tentativi, è la volta buona per gli iraniani per sperimentare la vera democrazia? I giochi sono ancora aperti.

lunedì 22 giugno 2009

Elezioni iraniane: lo scontro Khamenei-Mousavi

Amir Madani - scrittore iraniano, LIMESONLINE

La battaglia è appena iniziata. Le divergenze a Tehran (la capitale) e Qom (il principale centro religioso). I poteri della guida suprema. L'importanza delle due personalità e del loro luogo d'origine nello scontro in atto in questi giorni.


Il ragionamento dell’ayatollah Khamenei è molto chiaro: Rafsanjani e Nategh ed altri moderati pragmatici e figure veterane dell’islamismo governativo, “sono miei amici” , ma “le posizioni di Ahmadinejad sono più vicine alle mie”. Queste le parole dell’ayatollah Khamenei: “I quattro candidati alle presidenziali appartengono al quadro dello stato islamico, …ma il risultato del voto va rispettato e le manifestazioni di protesta devono finire”. L’ayatollah Khamenei per la prima volta ha lasciato la veste formale di arbitro super partes, e si è espresso come un giocatore quale è sempre stato, sostenendo in modo chiaro e senza indulgi Ahmadinejad.
L’ayatollah, sostenuto dall’ala tradizionalista del clero e dai pasdaran (l’esercito politico di cui, secondo alcune voci a Tehran, alcuni comandanti sostenitori di Mousavi sarebbero stati rimossi proprio ieri , Ali Fazli sarebbe uno dei nomi) è sceso in campo soprattutto per ragioni interne e sollecitato dal figlio “Mojtaba” (che secondo le voci sostenuto da altri tre fratelli aspira alla successione) per garantire la continuità del regime e tracciare le linee di successione. Una linea politica basata sulla concentrazione e l’esercizio di un potere sempre più ampio che, trovandosi di fronte al grande movimento degli iraniani per i diritti e la legalità, incontra sempre maggiore difficoltà. Khamenei, nel suo discorso alla preghiera del venerdì, non ha mostrato il ramoscello d’ulivo, ha chiesto la resa incondizionata di Mousavi senza nominarlo.
Mousavi, dopo il discorso di Khamenei, ha chiesto nuovamente l’annullamento del voto, dicendosi , “pronto al martirio”. Con la battaglia aperta, la domanda in testa a Mousavi, dopo il discorso di Khamenei, dovrebbe essere questa: sarebbe possibile una riforma in senso democratico all’interno delle strutture dello stato islamico? Mousavi è convinto di sì, e dice di voler allontanare la menzogna e i pericoli che lo minacciano .
Le parole dell’ayatollah Khamenei intendono tracciare la via da seguire. Il peso delle sue parole è dovuto al suo ruolo e quell’insieme di poteri che possiede ed esercita: Khamenei, il leader (rahbar) supremo, secondo le prerogative costituzionali nomina i propri rappresentanti religiosi in tutte le città (ed altri paesi), i capi delle forze armate, del potere giudiziario, della radiotelevisione di stato e i membri del “ Consiglio dei guardiani”, quell’organismo che decide preventivamente sull’approvazione o confutazione di tutte le candidature ai vari livelli e ha la facoltà di abrogare le leggi del parlamento, se non le ritiene in conformità con la propria lettura della legge sacra.
Il Leader ( Vali Faghih , cioè il giureconsulto unico, vicario) ha voce in tutti gli aspetti della vita politica: è autorità somma nella politica estera, nella difesa, nella cultura, dove, de facto, i suoi consiglieri hanno un maggior peso rispetto ai ministri del governo. Per esempio, il suo consigliere per l’estero Velayati è considerato più autorevole rispetto al ministro degli esteri Mottaki. E il suo consigliere per la difesa generale Safavi è potente almeno quanto generale Najjar, il ministro della difesa.
Tutto ciò rende Khamenei il vero baricentro del potere che, controllando tutte le risorse e introiti vari, esercita a livello nazionale e regionale (attraverso collegamenti e nomine di stampo confessionale) un grande potere. Un’autorità che, a parere dei seguaci dell’ayatollah, è esercitata secondo la prerogativa della “giustizia” ed all’insegna della stabilità e della sfida lanciata alle potenze straniere. Mentre secondo varie fasce della società civile, del mondo del lavoro e della cultura, dei giovani, delle donne e delle minoranze, l’ayatollah Khamenei esercita un potere decisionista nell’interesse della propria parte politica e di una base elettorale considerata minoritaria ma caratterizzata da forti convinzioni ideologiche.
Il sermone dell’ayatollah di venerdì, che in modo deciso indica la necessità dell’accettazione del risultato del voto (“manipolato” secondo i riformisti) e la rinuncia alle manifestazioni di protesta, dimostra la ferrea volontà di esercitare questo potere, il cui nocciolo è centrato sull’alleanza organica tra l’ala tradizional-letteralista del clero (gli ayatollah Mesbah Yazdi, Kani, Yazdi, Khaz’ali, Ahad Khatami…), i nuclei dell’esercito politico (pasdaran) e l’alta borghesia del bazar.
Questo potere del leader supremo finora si era imposto basandosi sull’esclusione degli avversari sul piano interno, sfruttando annosi problemi come quello del dramma palestinese e le contraddizioni geopolitiche e i colossali errori dell’amministrazione Bush, sul piano esterno. In realtà, secondo alcuni osservatori (Newsweek in più riprese), l’ayatollah tutto sommato ha esercitato questo enorme potere all’insegna della stabilità e del pragmatismo, nel quadro della Repubblica Islamica di tendenza conservatrice .
Quel che preoccupa maggiormente tutti è quel che potrebbe succedere dopo di lui con i più intransigenti tradizionalisti come gli ayatollah Mesbah Yazdi e Mohammad Yazdi, che dichiaratamente dicono di voler sostituire la “ Repubblica Islamica” con “un Governo Islamico”. Secondo Mesbah e la sua corrente, de facto le elezioni sono una cerimonia per avallare la reale investitura di un leader prescelto dall’onnipotente e trovato e indicato dagli ayatollah tradizional-letteralisti. Secondo questa corrente il potere ha una origine celeste che il voto del popolo deve solo confermare e cominciare ad obbedire ad esso.
Comunque vadano le cose, come ha detto Fareed Zakaria alla CNN, questa idea dell’origine celeste del potere, a causa delle recenti manifestazioni e dell’accettazione da parte di Khamenei e del Consiglio dei Guardiani di fare un riconteggio seppur parziale dei voti , è vacillata. Si dissociano da questa linea letteralista semidominante gli esponenti moderati e centristi del clero sciita (gli ayatollah Javadi Amoli, Amini, Ostadi, Safi Golpayegani …), che si distanziano dalla figura dell’ayatollah unico come leader supremo e reclamano il potere per l’insieme degli ayatollah più autorevoli (per un collegio di ayatollah, marjaiyat).
Questa ala del clero, è vicina a Rafsanjani. Si distinguono alcuni ayatollah illuminati, fautori dell’interpretazione dei testi religiosi (Ijtehad), a partire dal Corano, secondo il tempo e il luogo (Sanei, Montazeri, Taheri Esfahani Ardebili Mousavi Bojnurdi, Mousavi Tabrizi, ,..). Questi ayatollah si sono schierati con i riformisti e con le anime della società civile che è guidata da Mousavi e sostenuta da Khatami e Karrubi. Mousavi, nonostante l’indicazione di Khamenei, ha fatto capire che intende resistere. La sera di venerdì, come altre sere, dopo il discorso dell’ayatollah Khamenei , i cittadini di Tehran e di altre città sono saliti lo stesso sui tetti per gridare: la grandiosità di Dio (“ Allah o Akbar”) , e “ Morte alla Dittatura” (marg bar diktatori) ed esprimere il proprio sostegno a Mousavi. Il giorno dopo, nelle imponenti manifestazioni di protesta, secondo testimonianze dei media di tutto il mondo, ci sono stati scontri durissimi.
A parte i forti disaccordi attuali di natura politica tra l’istanza finale del potere (l’ayatollah Khamenei) e il leader del movimento riformista (Mousavi), ci sono stati contrasti anche precedentemente. Nel passato, quando sotto la leadership dell’ayatollah Khomeini, il fondatore della Repubblica Islamica, l’uno presidente della repubblica (Khamenei) e l’altro primo ministro (Mousavi) avevano avuto forti dissidi riguardo l’amministrazione dello stato. Un dissenso forte dovuto anche alla formazione diversa: Mousavi è un islamista proveniente dagli ambienti universitari e soprattutto marito di una stimata intellettuale islamista (Zahra Rahnevard), mentre Khamenei proviene dai seminari tradizionalisti di Mashhad.
Tra i due c’è però anche una somiglianza base: Khamenei dell’etnia azero-turca è nato in una famiglia originaria di Khameneh in Azarbayejan ed è conosciuto come un personaggio caratterizzato da certezze politiche e ideologiche. Anche Mousavi, il leader riformista, è nato nella cittadina di Khameneh e ha un passato poco incline al compromesso, a differenza dell’etnicamente persiano Khatami che, come la maggior parte dei persiani, per ragioni storiche, tendono alla mediazione piuttosto che allo scontro. Mousavi non ha ceduto in passato ed anche oggi (nei suoi ultimissimi comunicati n-5 e 6) fa intendere che andrà avanti sulla via del ripristino della legalità insieme al movimento. Mousavi, già prima delle elezioni, aveva detto al Times di Londra: “anche l’ayatollah Khamenei, vedendo la forza della piazza, cederà …”. Sapeva già come sarebbero andati a finire gli eventi? Si era preparato? Hosseiniyan, un deputato proveniente dagli ambienti di sicurezza, ha detto: “in considerazione di quell’affermazione al Times, Mousavi aveva già programmato tutto”.. Quella di Hosseiniyan è la posizione dell’ala antiriformista più oltranzista dei sostenitori di Ahmadinejad che ha portato all’arresto di un gran numero di esponenti del riformismo più avanzato ma anche di riformisti moderati . Tutto fa pensare che la battaglia è appena iniziata.

giovedì 4 giugno 2009

Effetti collaterali



giovedì 28 maggio 2009

Capro espiatorio


lunedì 25 maggio 2009

Speciale Parlamento europeo - CONCLUSIONI

Negli ultimi anni si è fatto più ampio il dibattito sullo sviluppo istituzionale dell’Unione europea e sui problemi legati al suo deficit democratico, in particolare sul tema del rafforzamento del Parlamento europeo e della nascita di europartiti, quale condizione necessaria per il coinvolgimento dei cittadini nella vita politica dell’Unione. In tale sede ci è cercato di evidenziare diversi elementi che lo compongono:

1. A livello europeo i partiti politici sono presenti in tre differenziate forme: gruppi del Parlamento europeo, federazioni transnazionali e partiti nazionali. Nell’analisi del sistema partitico del Parlamento europeo si è visto che i gruppi parlamentari hanno avuto uno sviluppo positivo, come dimostra la loro inclusività e la loro coesione, e hanno mantenuto un ruolo di primo piano rispetto alle federazioni, le quali dovrebbero funzionare come canali primari di un’integrazione partitica sempre più stretta e di un collegamento diretto con la società civile. I gruppi parlamentari, però, hanno quale principale funzione quella di assicurare il collegamento tra il Parlamento europeo e i Parlamenti nazionali; il compito di creare un “sentire comune”, attraverso un rapporto diretto con i cittadini, che dovrebbe spettare alle federazioni, ha trovato, invece, quali attori principali i partiti nazionali, i quali hanno incentrato il dibattito politico su questioni di carattere prevalentemente interno. Stando così le cose, i cittadini non vengono coinvolti nel dibattito politico comunitario e vedono nell’Unione una costruzione distante e poco comprensibile. In generale, quindi, la difficoltosa evoluzione delle federazioni transnazionali si spiega anche con la mancanza di una “domanda di Europa” da parte della base. Consapevoli di ciò, i partiti nazionali, che costituiscono la base delle federazioni, ritengono più utile rappresentare i loro elettorati direttamente attraverso i propri esponenti (i ministri) anche a livello europeo e non si impegnano, di conseguenza, nel rafforzamento delle federazioni stesse. Allo stato delle cose, tale atteggiamento costituisce il maggiore ostacolo allo sviluppo di europartiti capaci di svolgere efficacemente la funzione di rappresentanza a livello europeo.

2. Nell’analizzare il sistema partitico europeo, a causa delle particolarità della costruzione comunitaria nel suo complesso, il tentativo di confronto con il livello nazionale ha offerto buoni spunti di riflessione, ma ha anche evidenziato come la possibilità di comparazione tra i due diversi livelli risulti più o meno idonea a seconda degli aspetti dei quali si effettua il confronto. Infatti, di fronte all’originalità di un’Assemblea priva di poteri deliberanti di un certo rilievo e di fronte ad un esecutivo bicefalo, (Commissione e Consiglio) sembra corretto accogliere con estrema cautela ogni caratterizzazione degli organi comunitari a partire dagli schemi statuali. Ad ogni modo, se si confronta la collocazione del Parlamento europeo nell’impianto comunitario con il ruolo centrale esercitato, per esempio, dal Parlamento italiano, si deve ammettere una notevolissima distanza tra i due organi. Se si paragona, invece, il Parlamento europeo con il parlamento britannico, dominato ed orientato in gran parte dal Gabinetto, vero centro del sistema costituzionale, la distanza tra gli organi, almeno sotto questo profilo, si riduce visibilmente.
Un ulteriore aspetto interessante che è emerso da questa analisi è costituito dalla cosiddetta “unitarietà” dell’ Assemblea europea rispetto a quelle nazionali: essa è dovuta, in linea di massima, all’inesistenza di precostituite maggioranze ed opposizioni parlamentari. Nelle forme di governo parlamentari, invece, caratterizzate da uno stretto collegamento tra potere esecutivo e potere legislativo, il Parlamento non si mostra quale organo omogeneo e unitario, bensì si scompone in maggioranze che sostengono il governo e opposizioni che lavorano per la sua alternativa. Al contrario, nella forma di governo degli Stati Uniti d’America, il Congresso è in un rapporto di netta separazione con il Presidente, tanto che, pur in presenza di maggioranze e minoranze parlamentari, si esprime spesso unitariamente, tendendo a contrapporsi in toto nella difesa delle proprie prerogative. Anche nel sistema comunitario il rapporto tra Consiglio e Parlamento è di totale separazione, anzi spesso di assoluto contrasto, per cui l’organo parlamentare tende ad esprimersi a grandissima maggioranza, caratterizzandosi prevalentemente quale organo di opposizione.

3. In seguito, l’analisi del sistema politico comunitario non poteva prescindere da alcune considerazioni sul sistema elettorale, limitatamente al problema dell’uniformità della procedura e alla scelta del sistema proporzionale. Trattandosi di principi costituzionali fondamentali, e consapevoli che una totale armonizzazione delle singole discipline sia, di fatto, impossibile, appare giustificato definire il problema dell’uniformità un problema non drammatico. Per quanto riguarda la scelta del proporzionale, si può arrivare alla conclusione che le considerazioni solitamente addotte a favore del sistema maggioritario, sintetizzabili in una più diretta responsabilità degli eletti nei confronti degli elettori e nella maggiore facilità di formazione delle maggioranze di governo, data la particolare natura del Parlamento europeo, non sono ad esso estensibili. Tali vantaggi sono, infatti, reali negli ordinamenti in cui il potere esecutivo è diretta emanazione dei parlamenti, ma sono irrilevanti nell’ambito del sistema comunitario, ove il Parlamento europeo riveste soltanto un ruolo di legittimazione, di rappresentanza, di controllo e di sintesi politica delle istanze statali. Non esistendo un governo che sia responsabile di fronte al Parlamento e che debba quindi essere sostenuto da consistenti e valide maggioranze, va scartata, almeno nel breve periodo, qualsiasi ipotesi maggioritaria. Al contrario, la scelta del sistema proporzionale, fondato su circoscrizioni plurinominali, dovrebbe assegnare un ruolo preponderante, attivo e di collegamento ai partiti, agevolando, per tal via, l’instaurazione di legami extrastatuali tra le correnti politiche omogenee presenti in Europa.

4. Del resto, se è indubbio che il Parlamento europeo possa, nelle condizioni attuali, rafforzare il proprio ruolo solo promuovendo lo sviluppo delle federazioni, è altrettanto vero che queste, per ottenere una certa autonomia dalle rispettive componenti nazionali, debbano necessariamente lavorare per il rafforzamento dell’istituzione parlamentare, in particolare facendo in modo che essa possa assumere un rilievo decisionale importante. Tutto questo, come evidenziato più volte, è dovuto al fatto che il cammino dell’integrazione europea è sempre stato segnato da una dicotomia di prospettive, tradizionalmente individuate nella contrapposizione fra metodo comunitario e metodo intergovernativo. Nella prospettiva propria del metodo intergovernativo, l’Unione appare come un sistema che non può andare al di là di un certo grado di integrazione e che è caratterizzato da una forte capacità di espansione territoriale, con procedure e modalità di azione tanto garantiste nei confronti dei suoi membri, quanto flessibili e mutevoli nei confronti dei problemi e delle strategie di volta in volta iscritte nell’agenda politica. Il metodo comunitario postula, invece, una tensione ad un ordinamento fortemente strutturato e coeso, capace di sviluppare forme durature di identificazione collettiva, ma proprio per questo non facilmente conciliabile con una politica di ampliamento crescente della struttura interna e delle prospettive esterne. Nella prospettiva intergovernativa, la legittimazione democratica dell’ Unione avviene tramite la legittimazione dei soggetti decisori degli Stati membri: il circuito comunitario non ha, di conseguenza, ruolo e spazio sufficienti, né dal punto di vista politico né dal punto di vista istituzionale, per giustificare ed incentivare il formarsi di un sistema politico europeo fortemente incentrato intorno a partiti di dimensione continentale. Infatti, fino a che l’agenda delle decisioni politiche dell’Unione è saldamente nelle mani degli Stati, è chiaro che la legittimazione politica poggia su di essi e quindi, in ultima analisi, sui circuiti politico-partitici nazionali. Al contrario, nella prospettiva di un forte potenziamento del metodo comunitario corretto, che comporti anche un effettivo e concreto spostamento del potere decisionale dagli Stati al complesso Parlamento-Commissione, è necessario ed inevitabile il formarsi di un forte sistema di partiti a dimensione europea.

5. Posto in questi termini, il problema vero di fronte al quale ci si trova, non è solo che il Parlamento europeo non esce dai lavori della Convenzione sufficientemente rafforzato o che la nuova normativa sullo statuto e il finanziamento dei partiti politici a livello europeo non distacca adeguatamente questi ultimi dalla dimensione parlamentare e dal collegamento con i partiti nazionali. La questione vera è che, ancora una volta, l’Unione si dota di istituzioni e di strutture ispirate alla convivenza e alla ricerca di un difficile quanto impossibile equilibrio fra due prospettive diverse, se non opposte. Il Regolamento n. 2004/2003 sembra, del resto, risentire di questa logica: pur con tutti i dubbi sulla sua sostanza, compie un passo avanti nella definizione di uno spazio di azione autonomo per i partiti, prevedendo un finanziamento a carico del bilancio del Parlamento europeo, ma si mostra deficitario sotto il profilo dell’organizzazione interna e delle relazioni esterne dei partiti. In particolare, non sono disciplinate tematiche quali le modalità di iscrizione dei cittadini ai partiti europei, il rapporto tra gli iscritti e gli organismi dirigenti dei partiti stessi, le competenze degli organi centrali e di quelli periferici, i criteri di tale ripartizione o l’indicazione degli organi disciplinari interni, che sono tipiche di uno statuto. È da rilevare, inoltre, che la previsione di ampi poteri di controllo e verifica delle condizioni per l’accesso al finanziamento in capo al Parlamento contribuisce a mantenere le federazioni in una posizione subordinata rispetto alle loro componenti nazionali e ai gruppi parlamentari: questi ultimi diventano, di fatto, i supervisori della gestione dei fondi per il finanziamento dei partiti.

6. In conclusione, sembra corretto affermare che nell’idea di Unione ispirata alla logica intergovernativa, non vi è uno spazio effettivo e strutturato per il formarsi di forti partiti portatori di temi politici di dimensione europea. Nella prospettiva di carattere comunitario avviene esattamente il contrario: il rapido formarsi di un autonomo sistema di partiti europei è non solo possibile, ma necessario, anzi sostanzialmente indispensabile, al corretto funzionamento del sistema complessivo. Da questo punto di vista, la prospettiva che, nell’analizzare le strategie di costruzione dei partiti europei, privilegia il dato politico rispetto all’evoluzione giuridico-istituzionale appare la più corretta, dal momento che essa, nel ricercare il collante che possa innescare la costruzione di tale sistema, non si limita a richiamare l’attenzione sulla necessità di un progetto politico comune e condiviso per l’Europa, ma sottolinea anche, e in particolare, la necessità di un’idea comune e condivisa di Europa. In altri termini, per promuovere il formarsi di un sistema politico e partitico a dimensione europea non basta puntare a definire politiche comuni, ma occorre che esso si fondi su una medesima idea di Europa e metta al centro dell’azione comune questa idea. Le politiche europee possono, e anzi necessariamente devono, essere diverse, dal momento che il sistema stesso non può prescindere dal pluralismo dei partiti e dalla articolazione degli schieramenti; l’idea di fondo, però, e il progetto storico sul quale fondare il funzionamento del sistema politico deve essere comune e comunemente condivisa. Avere una medesima idea di Europa significa riuscire a superare l’ottica e la dimensione nazionale per collocare l’iniziativa politica stessa a un livello più alto del processo di integrazione. Tutto ciò sarà difficile da realizzare fino a quando i partiti nazionali potranno giovarsi del canale diretto di rappresentanza degli interessi dei cittadini, costituito dal circuito istituzionale intergovernativo, e continueranno a sostituirsi alle federazioni nel collegamento tra società civile e istituzioni europee.
La speranza è che anche il dibattito in corso sul Trattato costituzionale, sui suoi limiti e sugli sviluppi futuri, unitamente all’aggravarsi dello scenario politico mondiale, possa finalmente chiarire che non basta dare all’Europa regole e istituzioni se non si dà ad essa, insieme al corpo, anche un’anima. Il giorno in cui l’Unione avrà davvero “un’anima”, ci sarà spazio per un moderno e strutturato sistema politico realmente democratico, basato su partiti capaci di essere l’anima di quella stessa democrazia.

TORNA A SOMMARIO

venerdì 1 maggio 2009

Una Repubblica fondata sul lavoro

La disoccupazione cresce fino a livelli record, ma intanto il governo continua a finanziare le banche e i furbetti che hanno sulle spalle la colpa dell'impoverimento sociale. Berlusconi dice che la crisi è passata e che basta avere fiducia, ma il peggio sembra proprio che debba ancora arrivare. Mentre l'opposizione - o quel che ne rimane - non è assolutamente in grado di proporre una visione alternativa, a rimetterci sono sempre i cittadini, soprattutto i giovani.



* vignetta di Marco Viviani

martedì 28 aprile 2009

Speciale Parlamento europeo - PARTE IV

Il rapporto tra Parlamento europeo e partiti politici

Il tema del rapporto tra i partiti politici e il Parlamento europeo costituisce una parte importante delle scommessa sul ruolo futuro dell’ Unione. È innegabile, infatti, che l’esistenza di un solido sistema di partiti a livello europeo sia un elemento cardine del raccordo fra le opinioni pubbliche e le istituzioni europee e dunque che il ruolo da essi effettivamente svolto incida necessariamente sul tasso di democraticità dell’Unione nel suo complesso. Tuttavia, il problema vero è costituito dal fatto che a livello europeo i partiti non ci sono, o,comunque, non possono essere definiti tali. La questione principale si incentra, allora, sul perché, malgrado i molti decenni di esistenza delle Comunità prima, della Comunità europea dopo, dell’Unione infine, e malgrado l’esistenza ormai da molte legislature di un Parlamento europeo eletto direttamente dai cittadini, i partiti europei non abbiano ancora visto la luce.
Alcuni studi recenti [1] offrono molte spiegazioni del fenomeno e contengono anche importanti riflessioni sulle prospettive che l’immediato futuro può presentare. Va detto, tuttavia, che vi è un elemento, nella storia delle forme di organizzazione politica emerse in questi decenni in Europa, che non può non colpire profondamente: mentre nelle tradizioni politiche nazionali i partiti, anche quando nati in Parlamento, diventano rapidamente soggetti politici che operano nella società al fine di promuovere un loro progetto di cambiamento o di conservazione degli equilibri esistenti, a livello europeo i partiti, anche quando sono legati da forti radici ideologiche e politiche comuni, non riescono ad andare oltre la costituzione di forme federative. Non solo: man mano che l’esperienza europea si sviluppa e l’Unione si allarga, queste federazioni sembrano allontanarsi sempre più da un fondamento ideologico comune e tendere, in modo sempre più netto, a fondare la propria coesione sui vantaggi che ne derivano rispetto al funzionamento interno del Parlamento europeo e sulle maggiori opportunità di ricoprire cariche e ruoli di rilievo al suo interno.
Ad ogni modo, le spiegazioni che vengono, usualmente, date alla mancata formazione di veri partiti di livello europeo sono note e poggiano essenzialmente sulle caratteristiche proprie del Parlamento, organo comunitario privo di adeguata centralità nel sistema istituzionale complessivo e, comunque, sprovvisto di quei poteri di indirizzo sull’ esecutivo che caratterizzano, invece, i Parlamenti nazionali. In sostanza, la ragione strutturale di fondo della mancata nascita di partiti europei, e della debolezza stessa delle forme federative finora sviluppatesi nell’ambito del sistema politico europeo, consisterebbe nella debolezza stessa dell’istituzione Parlamento e nella scarsa capacità di quest’organo di incidere effettivamente sull’indirizzo complessivo dell’Unione. Questa spiegazione, che, stante il non sufficientemente modificato ruolo del Parlamento europeo nel quadro istituzionale che scaturisce dal Trattato costituzionale, giustifica anche un giudizio pessimistico circa la possibilità che in un prossimo futuro si sviluppi un forte sistema di partiti europei, è certamente convincente.
Essa, tuttavia, sembra troppo chiusa in un ottica istituzionale, quasi che “la storia politica europea non ci dicesse con chiarezza che i casi in cui i partiti nascono in Parlamento e grazie ad esso, e solo successivamente si radicano nella società, sono assai meno numerosi dei casi in cui, invece, i partiti nascono prima nella società e poi entrano in Parlamento e, attraverso il Parlamento, nelle istituzioni” [2]. La storia europea ha visto partiti nati fuori dalle istituzioni conquistare le istituzioni stesse, al fine di imporre riforme radicali nella società, e partiti nati, invece, per usare le istituzioni al fine di difendere e conservare gli equilibri sociali esistenti. Tutti i partiti che sono nati in Parlamento sono divenuti soggetti e attori della contesa politica all’interno della società stessa e hanno trovato la loro forza non già nel loro radicamento parlamentare, ma nel loro radicamento sociale e nella loro capacità di organizzare la rappresentanza politica e la contesa elettorale. Il che, a sua volta, ha quasi sempre avuto come risultato anche quello di rafforzare la stessa istituzione parlamentare, ampliandone non solo il ruolo, ma anche il significato e il peso politico e sistemico. A livello comunitario, invece, questo non è avvenuto e non sembra neanche probabile possa avvenire in un periodo sufficientemente rapido. Non si è creato, cioè, quel circuito virtuoso che ha condotto i Parlamenti nazionali a stimolare la crescita organizzativa dei partiti e i partiti a ricercare nel rafforzamento del Parlamento l’ opportunità di accrescere il loro ruolo politico.
Va avvertito che, in questo senso, il ragionamento, secondo cui i partiti europei tardano a svilupparsi anche e soprattutto perché il Parlamento europeo è stato, è, e con ogni probabilità continuerà ad essere un’istituzione non sufficientemente forte e determinante negli equilibri dell’Unione, può essere rovesciato. Si può dire, cioè, che il Parlamento è stato, è, e probabilmente continuerà ad essere un’istituzione debole nel contesto del sistema istituzionale comunitario anche perché non si è sviluppato e non si sta sviluppando un forte e coeso sistema di partiti europei. Di qui la perplessità che nasce di fronte a posizioni eccessivamente legate a dati ed aspetti giuridico-istituzionali, comprese quelle che si fondano sul possibile effetto incentivante che potrà avere la nuova normativa in tema di statuto e finanziamento dei partiti europei, la quale, considerata con tutte le sue ombre, costituirà l’argomento dei prossimi capitoli. Di qui, al contrario, l’indubbio interesse che suscitano le posizioni, come quella già citata di Gozi, che appaiono orientate non tanto a riflettere sui dati istituzionali, quanto sui dati politici, e che mirano a ricercare non tanto le innovazioni sul piano istituzionale, quanto piuttosto le evoluzioni politiche necessarie ad innescare un processo finalmente concreto di costruzione di un sistema strutturato di partiti politici europei.
Tuttavia, anche l’approccio per così dire “politico” al problema della costruzione di un sistema di partiti europei appare, in qualche modo, velleitario e riduttivo se ci si limita a ricercare le condizioni metodologiche e le prassi comportamentali più adeguate all’esigenza di mettere insieme, intorno ad un comune e condiviso progetto di Europa, partiti ed esperienze nazionali, i quali hanno, sinora, dato vita tutt’al più a forme organizzative di carattere federativo all’interno del Parlamento europeo. La questione principale che dovrà essere affrontata diviene, allora, la prevedibile e possibile evoluzione dell’Unione europea: se essa si assesterà sugli imperativi del cosiddetto metodo “intergovernativo” o se, invece, si aprirà alle prospettive delineate dal metodo cosiddetto “comunitario”.

NOTE:
[1] Sandro Gozi – Le elezioni europee del 2004, Il Mulino, Bologna, 2003.
[2] idem
TORNA A SOMMARIO

venerdì 10 aprile 2009

Speciale Parlamento europeo - PARTE III

Il sistema elettorale dell’ Unione europea: il problema dell’ uniformità e l’ adozione del sistema proporzionale.

Nell’ ambito di una procedura elettorale uniforme si devono senz’altro ricomprendere: il sistema elettorale, le norme sull’ elettorato attivo e passivo, le condizioni di ineleggibilità e di incompatibilità, la data delle elezioni, l’assegnazione dei seggi vacanti, le disposizioni relative alla campagna elettorale, la verifica dei poteri. Ai fini del presente lavoro verrà analizzato, a grandi linee, solo il sistema elettorale, con l’esclusivo riferimento al problema dell’ uniformità della procedura, nonostante il metodo dell’attuazione “a tappe”, e alla scelta, ad esclusione del caso inglese, del sistema proporzionale.
In riferimento alla prima questione, la ricerca di un quid di uniformità dovrebbe escludere, ovviamente, che il Parlamento europeo possa essere formato secondo le “procedure elettorali fissate da ogni Stato membro”. Tuttavia, uniforme non significa identico, anche se non si può escludere a priori che il grado di uniformità raggiungibile possa produrre effetti di sostanziale identità [1]. Le opinioni su questo punto non sono univoche e c’è chi sostiene che una procedura elettorale uniforme non possa, in alcun caso, apparire differenziata, mostrando delle falle nei punti di scelta fondamentali che vanno ad incidere sulla composizione dell’Assemblea [2]. In ogni caso, non si potrà mai parlare di uniformità in presenza di convenzioni che non abbiano unanime consenso sul tipo di sistema elettorale.
È il caso di sottolineare, però, che, al fine di non appesantire troppo il progetto, si è assunto il metodo di attuazione per tappe: una procedura elettorale, com’è ovvio, è costituita da un numero troppo elevato di elementi per i quali si potrebbe progettare un’armonizzazione [3]. Che la realtà comunitaria globalmente considerata costituisca un processo in corso di attuazione è un dato non contestabile: essa è stata concepita dai membri fondatori come un ente ad attuazione progressiva, precisamente come organismo comune di carattere specificatamente economico, che, partendo dalla base dell’unione doganale, fosse in grado di realizzare successivamente una effettiva e più stretta unione tra i popoli europei, assicurandone il progresso non soltanto economico, ma anche sociale e politico. È altrettanto indubbio, però, che una procedura elettorale debba essere il più possibile uniforme, al fine di preservare la rappresentatività del Parlamento dai calcoli politici all’ interno di esso. Al di là dei successivi interventi la situazione è rimasta invariata nella sostanza: il sistema elettorale è regolato da norme dell’ Unione, che contengono i principi validi per tutti, e da norme statali, che contengono disposizioni con validità territoriale limitata a ciascuno Stato. Tra gli scopi che la procedura uniforme si proponeva di realizzare vi erano la necessità di assicurare la rappresentanza delle principali forze politiche e di conferire un peso sensibilmente uguale ai voti, permettendo, al contempo, di considerare le particolarità nazionali [4].
In ottemperanza a tali principi si è escluso ogni approdo di tipo maggioritario, cosicché, constatata anche l’impraticabilità dell’ adozione di sistemi elettorali misti, assieme all’inammissibilità della contemporanea presenza, nei diversi Stati, di procedure maggioritarie e di procedure proporzionali, si è optato per il sistema proporzionale. In realtà, le considerazioni solitamente addotte a favore del sistema maggioritario, sintetizzabili in una più diretta responsabilità degli eletti nei confronti degli elettori [5] e nella maggiore facilità di formazione delle maggioranze di governo, data la particolare natura del Parlamento europeo, non sono ad esso estensibili. Tali vantaggi sono, infatti, reali negli ordinamenti in cui il potere esecutivo è diretta emanazione dei parlamenti, ma sono irrilevanti nell’ambito del sistema comunitario, ove il Parlamento europeo riveste soltanto un ruolo di legittimazione, di rappresentanza, di controllo e di sintesi politica delle istanze statali. Nell’ ambito del sistema politico dell’Unione non esiste un governo che sia responsabile di fronte al Parlamento e che debba quindi essere sostenuto da consistenti e valide maggioranze.
Va, quindi, scartata, almeno nel breve periodo, l’obiezione che viene solitamente mossa contro la proporzionalità, che sarebbe causa di frammentazione delle forze politiche e di debolezza degli esecutivi, almeno fino a che non vengano assegnati al Parlamento europeo i poteri necessari a configurarlo quale principale organo decisionale dell’ Unione. Tali motivazioni inducono certamente a riflettere sul fatto che qualsiasi legge elettorale dovrebbe essere stabilita in funzione dell’ obbiettivo prefisso, non esistendo una verità a priori, ma solo leggi elettorali che devono essere adattate in funzione del risultato da raggiungere. Non dovrebbe, quindi, esserci contraddizione nel fatto che in uno Stato esista un tipo di legge elettorale per il Parlamento nazionale e una legge diversa per l’elezione europea. Tanto più che in uno Stato si tratta di esprimere una maggioranza governativa, di far sì che il governo rappresentante tale maggioranza possa governare, mentre nell’ ambito del Parlamento europeo si tratta, più semplicemente, di raggruppare le varie correnti dell’ opinione pubblica presenti nell’ Unione. La scelta del sistema proporzionale, fondato su circoscrizioni plurinominali, assegna un ruolo preponderante, attivo e di collegamento ai partiti politici, agevolando, per tal via, l’instaurazione di legami extrastatuali tra le correnti politiche omogenee presenti in Europa. Anche per questi motivi appare fondata l’opinione dello Zagrebelsky, secondo cui le leggi elettorali hanno la capacità di condizionare la stessa configurazione istituzionale e la sostanza politica dei Parlamenti [6].
In conclusione, la riduzione della differenziazione e l’aumento dell’uniformità sono certamente il risultato di un processo negoziale, ancora in corso, tipicamente comunitario, a cui contribuiscono diversi soggetti istituzionali e politici, statali e comunitari. L’uniformità del sistema elettorale, insomma, non può essere immaginata che come un’armonizzazione degli elementi essenziali del sistema, raggiunta per tappe e lasciando ai singoli Stati la facoltà di adeguarsi per fasi successive al modello comune che viene, di volta in volta, indicato dal Parlamento dell’Unione. Il problema dell’uniformità non è, quindi, così drammatico ed è necessario ricordare che ogni Stato ha le sue tradizioni e le sue particolarità in campo elettorale.
Per quanto riguarda la scelta del sistema proporzionale, invece, non c’è dubbio che esso, in mancanza di un rapporto di responsabilità tra il Consiglio e un Parlamento fornito dei necessari poteri decisionali, sia l’unico sistema elettorale praticabile. In questo modo, privilegiando il profilo della rappresentatività, si permette, perlomeno, l’entrata di più soggetti nell’arena politica con il preciso intento di coinvolgere tutti gli strati dell’elettorato e creare, così, una comune coscienza politica. Solo a seguito di un ruolo centrale del Parlamento europeo, con poteri di indirizzo sul Consiglio e di iniziativa, unitamente alla nascita di un ordinamento strutturato e coeso, capace di sviluppare forme forti di identificazione collettiva, avrà senso l’adozione di un sistema maggioritario che privilegi il profilo della governabilità.

NOTE:
[1] Nell’ opuscolo Verso l’elezione diretta dell’ Assemblea parlamentare europea, ottobre 1980, edito dal PE si sostiene, appunto, che uniformità non è sinonimo di identità e che per procedura uniforme debba intendersi una legge elettorale che sia fondamentalmente la stessa in tutti gli Stati membri.
[2] Di questo avviso era anche l’on. D’Angelosante, nel parere redatto a nome della commissione giuridica (P.E. , Doc. 1-988/81/B-C, p.31), per cui “…deve affermarsi il principio essenziale secondo il quale non sono più ammissibili norme elettorali le quali, mentre favoriscono interessi di questo o di quello Stato, o addirittura di questo o di quel partito nazionale, danneggiano e indeboliscono il Parlamento, in quanto artificiosamente ne modificano la rappresentatività”.
[3] Su questo punto si era ancora espresso l’on. D’Angelosante (P.E. , Doc. supra cit. , p.40) secondo il quale “…l’opinione che alla procedura elettorale uniforme si possa dare attuazione per tappe va considerata errata, in quanto priva di base giuridica, ed anzi, contraddetta dalla normativa che regola la materia”.
[4] Nell’ambito dei “criteri” di scelta del sistema elettorale il relatore on. Seitlinger, della commissione politica, sosteneva che “il sistema elettorale deve avvicinarsi il più possibile ai modelli collaudati e familiari ai cittadini dei diversi Stati e non trascurare i valori essenziali della vita politica degli Stati membri”, in P.E., Doc. 1-988/81/B-C, p.4, lett b.
[5] L’on. Lomas, deputato laburista britannico, nel motivare il suo voto contrario alla proposta della commissione politica, ribadiva che “nel nostro paese preferiamo decisamente il sistema uninominale[…] in esso la responsabilità è diretta[…] noi rispondiamo ai nostri elettori, siamo sul posto quando vengono a dirci: vogliamo questo o non vogliamo quello[…] noi siamo responsabili”, in Discussioni del P.E., Seduta del 10 marzo 1982, allegato alla GuCe, p.103.
[6] Zagrebelsky – I meccanismi elettorali per l’elezione del Parlamento europeo e le loro implicazioni politiche, in Parlamento europeo – Forze politiche.

TORNA A SOMMARIO

giovedì 2 aprile 2009

L'annessione

Dopo la sinistra scompare anche la destra. L'iter tutto italiano da un sistema proporzionale ad uno maggioritario ha non solo depauperato il livello morale ed intellettuale del Parlamento, ma anche creato dal lato politico due partiti contenitore, due scatole vuote. Come un grosso biscione che tutto fagocita, il nuovo soggetto politico è ora sul campo. Il terreno dal quale dovrebbe nascere il presidenzialismo tanto agognato dal Cavaliere è stato concimato. Aspettiamo che dia i suoi frutti.



*vignetta di Marco Viviani


lunedì 30 marzo 2009

Speciale Parlamento europeo - PARTE II

Correttezza della comparazione tra “parlamentarismo” europeo e Parlamenti nazionali

A causa della sua specificità, sui cui motivi storici, sociali e politici, per altro noti, non è il caso di soffermarsi in questa sede, il sistema istituzionale dell’Unione rappresenta un modello unico, che non trova riscontri in nessun altro tipo di esperienza né a livello statale, né a livello di organizzazioni internazionali. Ai fini della presente trattazione, in particolare per quanto attiene al ruolo che partiti politici di livello europeo potrebbero giocare nel processo di riduzione del deficit democratico, può, quindi, risultare utile una comparazione tra alcuni aspetti del funzionamento del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali, limitatamente al caso italiano. Tanto più che già dal regolamento del 1981 [1] traspariva una connotazione del Parlamento europeo quale organo ancor più marcatamente “di gruppi e non di delegazioni nazionali o di individui”. In altre parole, veniva ulteriormente sottolineata la sua diversità rispetto alle altre Istituzioni comunitarie e, conseguentemente, si profilava il suo avvicinamento ai modelli parlamentari statali: da alcune soluzioni regolamentari assunte dal Parlamento europeo si avvertiva, del resto, che la derivazione di alcune disposizioni non era tanto di origine interna quanto, piuttosto, il risultato della trasposizione di esperienze nazionali in ambito comunitario.
Su questo punto è stato anche sostenuto [2] che l’effettiva influenza dei gruppi, la loro essenza e quella della loro funzione dipendono direttamente dai poteri concreti del parlamento in cui operano, fermo restando che i gruppi europei svolgono funzioni ben diverse rispetto ai gruppi nazionali, tali, però, da non escludere la stringente analogia strutturale e, per alcuni aspetti, anche funzionale dei due fenomeni. L’indagine comparatistica è, in definitiva, per gli autori, compatibile e necessaria dal momento che il Parlamento europeo ha sempre attinto dalle esperienze maturate negli ordinamenti nazionali. È importante sottolineare, però, al di là delle singole opinioni, come già pochi anni dopo la prima elezione diretta dell’assemblea di Strasburgo si avvertisse che, in mancanza di reali partiti di dimensione europea, non fosse possibile per i gruppi europei esplicare integralmente quella che per i gruppi nazionali è la funzione preminente: la rappresentanza dei corrispondenti partiti. I successivi passi, tuttavia, tra i quali l’adozione progressiva di sistemi elettorali (quasi) uniformi, il consolidarsi del fenomeno di formazione delle federazioni partitiche transnazionali e, recentemente, il Regolamento n. 2004/2003 hanno aperto, in questo senso, nuove prospettive.
Il tentativo di comparazione può certamente sollevare alcune perplessità sulla correttezza metodologica del confronto, trattandosi di comparare, da un lato, organi di natura statale e, dall’altro, organi internazionali. Se è vero, infatti, che sotto il profilo strutturale esiste un’indubbia somiglianza tra i due tipi di assemblea, soprattutto a seguito dell’elezione diretta del Parlamento europeo, tuttavia, sotto il profilo funzionale, le assemblee legislative degli Stati membri hanno ben poco in comune con quella europea, non dotata né di poteri legislativi, né di alcun autentico potere di controllo sull’esecutivo. Di questo avviso non è Prélot, il quale sostiene [3] che ci sarà diritto parlamentare ovunque esistono delle Camere deliberanti, anche in assenza della responsabilità politica dei ministri davanti ad esse. In particolare, per l’autore, la comparazione tra il livello parlamentare comunitario e i vari livelli nazionali deve ritenersi possibile e necessaria, dal momento che sono certamente confrontabili i diversi modi in cui vengono organizzati “i dibattiti di un gran numero di uomini riuniti in assemblea”.
Altre posizioni della dottrina [4] hanno sottolineato, per il caso italiano, come alcuni istituti regolamentari del Parlamento europeo presentassero analogie di fondo con i regolamenti delle Camere del 1971, dal momento che, per motivazioni diverse, le assemblee propendevano al coinvolgimento delle “opposizioni” nella programmazione e nell’espletamento dell’attività parlamentare. Più correttamente, mentre il Parlamento europeo tendeva, e tende tutt’ora, ad esprimersi nella sua interezza quale organo di opposizione al sistema, nelle Camere italiane, pur conservandosi la sostanziale diversità di ruoli tra maggioranza e opposizione, si propendeva, per le ragioni storiche del momento, al raggiungimento di frequenti compromessi con le opposizioni più significative, al fine di ottenerne la compartecipazione alla gestione più spedita e coordinata delle assemblee. Va, comunque, notato che sotto il profilo rappresentativo il Parlamento europeo si caratterizza solo parzialmente in forme simili alle assemblee nazionali: se riunisce, infatti, secondo le previsioni dei Trattati i rappresentanti dei popoli degli Stati comunitari, esiste, tuttavia, una rilevante particolarità, consistente nel fatto per cui, in presenza di un sistema di elezione delimitato dai confini nazionali, viene a mancare l’elemento soggettivo primario costitutivo di un “popolo europeo” unitariamente inteso, che è, invece, presupposto indefettibile dell’ordinamento statuale.
Un ulteriore elemento di differenziazione tra i due livelli può essere individuato nel rifiuto, all’interno dell’ordinamento comunitario, del principio della divisione dei poteri, idoneo ad allontanarlo dai tradizionali schemi del parlamentarismo nazionale.
A parziale spiegazione di ciò, è stato sostenuto [5] che la divisione dei poteri non si è imposta nelle organizzazioni internazionali per l’assenza delle ragioni storiche, più che strutturali, che ne hanno determinato la nascita: la tutela di taluni fondamentali diritti della persona nei confronti del potere dello Stato. Per questi motivi, di fronte all’originalità di un’Assemblea priva di poteri deliberanti di un certo rilievo e di fronte ad un esecutivo bicefalo, emanazione dei governi nazionali, sembra corretto accogliere con estrema cautela ogni caratterizzazione degli organi comunitari a partire dagli schemi statuali. In realtà, se si confronta la collocazione del Parlamento europeo nell’impianto comunitario con il ruolo centrale esercitato, per esempio, dal Parlamento italiano, si deve ammettere una notevolissima distanza tra i due organi. Il carattere centrale del Parlamento italiano raggiunge i più unanimi riconoscimenti nel corso della VII legislatura, con l’avvio del governo “delle astensioni” e della “non sfiducia”: in questa fase il centro di gravità del sistema politico si sposta verso tale direzione [6].
Se si paragona, invece, il Parlamento europeo con il parlamento britannico, dominato ed orientato in gran parte dal Gabinetto, vero centro del sistema costituzionale, la distanza tra gli organi, almeno sotto questo profilo, si riduce visibilmente. Né avrebbe senso tentare di paragonare il sistema costituzionale europeo a quello statunitense, del quale si accennerà brevemente in seguito, per la profonda diversità dei presupposti sui quali si fondano. In tutti i casi, si deve constatare che, eccezion fatta per l’originalissimo caso italiano [7] , comune a tutti i Parlamenti statali è il crescente fenomeno della perdita di prerogative a favore degli esecutivi, in conseguenza della crisi di legittimazione degli organi parlamentari [8] e per effetto delle maggiori garanzie offerte alla stabilità dei governi.
Uno squilibrio funzionale tra organi, a tutto vantaggio del Consiglio, si è sempre registrato anche nell’ordinamento comunitario; in questo caso, però, il fenomeno si deve soprattutto a consapevoli e calibrate scelte costituenti degli estensori dei Trattati, che hanno inteso privilegiare, accanto ad entità di carattere sovranazionale, innanzitutto gli organismi rappresentativi di interessi nazionali.
È, tuttavia interessante notare che, sia pur partendo da assetti estremamente differenziati e da presupposti assolutamente non confrontabili, le divergenti linee evolutive del sistema comunitario e dei sistemi nazionali, limitatamente a questo tema, rafforzano di fatto il medesimo disegno istituzionale in cui le funzioni decisionali si concentrano sugli esecutivi, mentre le funzioni di rappresentanza e di controllo sono svolte dai parlamenti [9].
Infine, è appena il caso di avanzare alcune considerazioni su un altro aspetto della possibile analisi comparata dei due sistemi, quale quello della cosiddetta “unitarietà” dell’ Assemblea europea dovuta, in linea di massima, all’inesistenza di precostituite maggioranze ed opposizioni parlamentari. Infatti, nelle forme di governo parlamentari, caratterizzate da uno stretto collegamento tra potere esecutivo e potere legislativo, il Parlamento non si mostra quale organo omogeneo e unitario, bensì si scompone in maggioranze che sostengono il governo e opposizioni che lavorano per la sua alternativa. Al contrario nella forma di governo degli Stati Uniti d’America, il Congresso è in un rapporto di netta separazione con il Presidente, tanto che, pur in presenza di maggioranze e minoranze parlamentare, si esprime spesso unitariamente, tendendo a contrapporsi in toto nella difesa delle proprie prerogative. Anche nel sistema comunitario il rapporto tra Consiglio e Parlamento è di totale separazione, anzi spesso di assoluto contrasto, per cui l’organo parlamentare tende ad esprimersi all’unanimità o a grandissima maggioranza, caratterizzandosi prevalentemente quale organo di opposizione, secondo le tradizionali teorie per le quali il contrappeso tra i poteri si realizza tramite l’esercizio del ruolo di opposizione da parte dell’intero parlamento.
Come si è visto, quindi, la possibilità di comparazione tra i due diversi sistemi risulta più o meno idonea a seconda degli aspetti dei quali si effettua il confronto. Anche per questi motivi, con le dovute cautele, alcune ulteriori considerazioni di carattere comparato sul Parlamento europeo e sui Parlamenti nazionali appaiono utili e possibili. Esse investono necessariamente alcuni aspetti di un fattore che più di altri ha la necessaria forza per influenzare il sistema costituzionale e politico di uno stato, sia esso nazionale che di carattere sopranazionale: il sistema elettorale, con particolare attenzione alla scelta, nell’ambito comunitario, del sistema proporzionale.

NOTE:
[1] Approvato nella seduta del 26 marzo.
[2] Sull’argomento si veda: Chiti-Battelli – I “Poteri” del Parlamento europeo, Milano, 1981.
[3] M.Prélot – Le droit des Assemblées internationales, Accadémie de Droit International, 1981.
[4] Beccaccini – Sistema politico e regolamenti parlamentari, Milano, 1980.
[5] Miglizza – Il fenomeno dell’organizzazione internazionale e la comunità internazionale, Milano, 1988.
[6] In tal senso: Rodotà – La Costituzione materiale ai tempi dell’unità nazionale, in Laboratorio politico, marzo-giugno 1982, p. 64. “La funzione nuova del Parlamento viene individuata nella creazione di una sede in cui si realizza una certa partecipazione al potere di partiti che restano peraltro esclusi dalla partecipazione diretta agli organi di governo”.
[7] In particolare Bognetti – Il modello economico della democrazia sociale e la costituzione della Repubblica italiana, in Verso una nuova costituzione, Tomo I, Milano, 1983 fa risalire le principali anomalie del caso italiano al legame esistente tra strutture economico-sociali e strutture politiche. Esse sarebbero ampiamente caratterizzate e influenzate, oltre che dall’intrinseca debolezza dell’ esecutivo, soprattutto dall’esistenza di un eccesso quantitativo di rendite politiche all’interno del sistema rispetto a quelle generalmente presenti negli altri ordinamenti occidentali contemporanei, incorporanti il medesimo modello di Stato.
[8] Sulla crisi del parlamentarismo si veda, del tutto indicativamente, H.Kelsen – Il problema del parlamentarismo, in Il primato del Parlamento, Milano, 1982.[9] In vero, nel sistema comunitario tale funzione non è mai stata svolta integralmente dal Parlamento a causa delle lacune sul piano dei poteri di decisione. Ad ogni modo, come si cerca di dimostrare in questo lavoro, in più di venti anni sono stati compiuti diversi passi in questo senso, nel tentativo di ampliare e rafforzare i poteri dell’ Assemblea comunitaria. La tesi che si sostiene è che solo lo sviluppo di europartiti capaci di assolvere a tali funzioni di rappresentanza può consentire al Parlamento di esprimere tutto il suo potenziale.

TORNA A SOMMARIO

domenica 22 marzo 2009

Una mano tesa al pragmatismo

Il messaggio di Obama al popolo iraniano è stato enfatizzato dai media come una vera e propria svolta. Se è indubbio che la politica Usa verso Teheran stia cambiando, ciò non è dovuto a spontanea generosità ma ad un calcolato pragmatismo. Come prevedibile, infatti, il regime degli Ayatollah ha risposto subito picche: prima vediamo i fatti.


Obama non ha teso la mano all'Iran, Obama ha semplicemente un disperato bisogno dell'Iran. L'America è impantanata in Iraq e Afghanistan e gli unici che possono fare qualcosa per agevolare la ritirata dei militari sono gli iraniani. La maggioranza della popolazione in Iraq (60%) e una grossa minoranza negli stati sunniti del golfo (20% solo in Arabia Saudita) è sciita e guarda a Teheran. Una grossa fetta dell'Afghanistan occidentale è impregnato di cultura persiana, tanto che nella provincia di Herat si parla il Farsi.
Bush credeva in una guerra lampo che gli avrebbe permesso di accerchiare e poi sferrare l'attacco all'Iran; ora Obama e l'America ne pagano le conseguenze.Risultato: gli Ayatollah per la prima volta dall'interruzione delle relazioni diplomatiche con il 'Grande Satana' hanno il coltello dalla parte del manico e non mancheranno di utilizzarlo come deterrente nel gioco della diplomazia internazionale. Gli iraniani del resto sono abili tessitori, non solo di tappeti. Il 'Piccolo Satana' è avvisato: nei prossimi anni il suo migliore e incondizionato alleato potrebbe giocoforza sacrificarlo sull'altare del pragmatismo...
"La ragione fondamentale che ha spinto Obama alla svolta è che la posizione ereditata da Bush in Medio Oriente è insostenibile. Strategicamente ed economicamente, l’America deve voltare pagina, favorire la stabilizzazione (molto relativa) di Iraq e Afghanistan, riportare a casa il grosso dei soldati ancora schierati su quei fronti. La sua missione iniziale, com’era stata concepita da Bush, è fallita. Ora l’America ha bisogno di tutte le potenze regionali, fra cui l’Iran, per salvare la faccia e ristabilire la sua influenza nella regione. Siamo per ora alle parole. Vedremo quali fatti seguiranno. Soprattutto, vedremo fino a che punto l’Iran sarà disposto a rispondere all’offerta americana. E come reagiranno gli israeliani e gli arabi sunniti, che avevano scommesso sull’accerchiamento e sul soffocamento della potenza iraniana sotto la leadership americana. In ogni caso, il mazzo delle carte mediorientali è completamente rimescolato. Stanno per iniziare nuove partite, di cui l’Iran sarà comunque protagonista" (limes on line da cui è ripresa anche a mappa geopolitica).

domenica 15 marzo 2009

Un grande welfare contro la grande crisi

Il nostro sistema di ammortizzatori sociali è del tutto inadeguato. Ed è oggi, in tempo di crisi, che va radicalmente e urgentemente rivisto, stanziando tutte le risorse necessarie. Senza subordinare l'intervento ai tagli alla previdenza pubblica.

Le posizioni emerse nel dibattito sulla proposta di aumentare gli assegni ai disoccupati sono sintomatiche dell’estemporaneità con la quale ancora si affronta il tema degli ammortizzatori sociali e, più in generale, dell’inadeguatezza delle politiche sociali correnti rispetto alle esigenze anche economiche accentuate drammaticamente dalla crisi in atto. Quella che oramai senza enfasi può essere chiamata “la grande crisi del 2008” rende incontestabilmente più urgente il potenziamento degli ammortizzatori sociali, cosicché oggi appaiono particolarmente ingiustificate le contrarietà ad attuarlo o a subordinarlo alla riduzione delle prestazioni pensionistiche. Va tuttavia sottolineato che le carenze delle misure di sostegno al reddito del nostro sistema di welfare sono da anni sotto gli occhi di chi vuol vedere (vedere per esempio l'ultima edizione del “Rapporto sullo stato sociale” elaborato annualmente presso il Dipartimento di Economia Pubblica della “Sapienza”).
Fatta pari a 100 la spesa sociale procapite della media dell’Unione Europea a 15, il dato italiano, dopo una riduzione di 7 punti negli ultimi dieci anni, è arrivato a 75. Se si fanno confronti omogenei, il divario è sensibilmente superiore a quello che emerge dai dati ufficiali. Infatti nelle statistiche Eurostat le prestazioni previdenziali includono quelle di fine rapporto (pari all’1,5% del Pil, che non sono affatto prestazioni pubbliche) e le ritenute fiscali (pari al 2,5% del Pil, che negli altri paesi sono assenti o comunque inferiori). Dall’uso di dati omogenei emerge anche che la nostra spesa pensionistica non è affatto anomala; non solo, ma le prestazioni previdenziali al netto delle ritenute fiscali sono inferiori alle entrate contributive per un ammontare pari allo 0,8% del Pil, cosicché il bilancio pubblico è alimentato (non appesantito) dal sistema pensionistico. Oltre all’inferiorità della spesa, la vera anomalia strutturale del nostro stato sociale è (da tempo) la grande insufficienza degli ammortizzatori sociali; per essi la spesa è pari a circa un terzo della media europea e, per di più, lascia scoperti proprio le categorie di lavoratori più precarie. Inoltre, mentre nell’ultimo secolo quasi tutti i sistemi di welfare si sono dotati di misure di sostegno al reddito minimo, in Europa solo Italia e Grecia non garantiscono questo livello di protezione sociale.
Dunque la netta inadeguatezza dei nostri ammortizzatori sociali non è affatto una novità. In più, dovremmo tutti esserci resi conto che non siamo in tempi normali, ma che stiamo attraversando la crisi economica più grave dai passati anni ’30 (per ora, poiché non sappiamo quanto ancora si aggraverà e come e quando ne usciremo). La coscienza della natura della crisi dovrebbe dunque spingere ad affrettare, non a frenare, l’adeguamento dei nostri ammortizzatori sociali. Certo, abbiamo un elevato debito pubblico e un suo aggravamento potrebbe penalizzarci nell’opinione dei mercati; ma una politica di bilancio che - come sta accadendo - facesse poco o nulla per frenare il calo particolarmente accentuato del nostro reddito nazionale (-1% nel 2008 - mentre negli altri paesi europei il dato è stato positivo - e per il 2009 è previsto il -2,6%) produrrebbe comunque effetti negativi già nell’immediato sul bilancio (ad esempio per la riduzione delle entrate fiscali). L’aspetto “nuovo” da considerare è che le preoccupazioni dei mercati - come dimostrano le loro reazioni al mancato salvataggio pubblico della Lehman Brothers e agli interventi a sostegno dei settori reali e finanziari dell’economia ritenuti tardivi e insufficienti - sono legate più all’aggravamento degli indicatori connessi alla crescita (i bilanci aziendali, i livelli dei consumi e degli ordinativi, le aspettative per il futuro) che non al peggioramento dei bilanci pubblici. Negli Usa, patria del neoliberismo, il deficit di bilancio ha raggiunto il 12% del Pil, cioè quattro volte il limite imposto dai criteri di Maastricht, ma i mercati reputano ancora insufficiente l’intervento pubblico. Gli effetti della crisi non riguardano solo gli equilibri del sistema economico, ma anche la teoria economica e la percezione che di essa hanno gli operatori e l’opinione pubblica.
Questa crisi e le modalità con le quali si sta manifestando offrono un insegnamento significativo: ripropongono all’attenzione generale l’incertezza che è cosa diversa e più inafferrabile rispetto al rischio probabilisticamente prevedibile; essa è una caratteristica qualificante dell’economia di mercato capitalistica, anzi è una delle sue contraddizioni principali: più il mercato si intensifica (mercati derivati, finanziarizzazione dell’economia, ecc) e si estende territorialmente (globalizzazione), più genera risultati fragili ed equilibri instabili. L’incertezza è accresciuta dal mercato ma ne mina sempre più il funzionamento, e gli strumenti per compensarne gli effetti vanno necessariamente cercati al suo esterno, cioè in un ambito decisionale che non sia regolato dal profitto e dagli interessi individuali, ma dalle istituzioni collettive. Lo stato sociale - che da sempre ha tra le sue funzioni quella di sopperire ai fallimenti del mercato, e di fatto ne costituisce un superamento, – è l’istituzione che, debitamente usata, si presta particolarmente ad affrontare e compensare l’incertezza. La crisi dunque, sia per i suoi effetti destabilizzanti che creano problemi economici e sociali da fronteggiare immediatamente sia perché ripropone nei suoi termini strutturali la questione dell’incertezza congenita del mercato che le analisi economiche e le politiche neoliberiste si erano illuse di aver sostanzialmente rimosso derubricandola a rischio probabilisticamente prevedibile, accresce l’esigenza anche economica della sicurezza sociale la quale può essere favorita, tra l’altro, dalle misure di sostegno ai redditi presenti (in particolare dei disoccupati) e futuri (come le prestazioni pensionistiche attese). Sia sul piano sociale sia su quello economico, si manifesta dunque come del tutto controproducente la posizione di non adeguare gli ammortizzatori sociali per salvaguardare il bilancio pubblico che, invece, mai come in questa fase critica deve svolgere una funzione anticiclica richiesta a gran voce dagli stessi mercati. Proporre poi una nuova riduzione delle prestazioni pensionistiche equivale a gettare acqua bollente su un corpo (il sistema economico e sociale) già drammaticamente ustionato da una crisi al cui fondo c’è sfiducia e incertezza per il futuro.
Ci si può chiedere, infine, come mai, in un contesto internazionale nel quale anche la “rigorosa” Germania ha dovuto superare le proprie idiosincrasie storiche per le politiche di bilancio espansive, proprio il nostro governo sia diventato “più realista del re” in materia di attenzione ai vincoli del bilancio pubblico. A questo riguardo vengono in mente due considerazioni. La prima è che Tremonti, pur dichiarandosi molto critico verso il ”mercatismo” (ma non verso il mercato), considera questa crisi essenzialmente di natura finanziaria e imputabile al comportamento dei banchieri; cosicché sarebbe sufficiente sperare che il nostro settore finanziario non manifesti le stesse criticità di quelli “dove si parla inglese”. Il nostro ministro dell’economia non considera invece che quelle in crisi sono le modalità assunte dal processo di accumulazione negli ultimi tre decenni; la stessa finanziarizzazione dell’economia e la conseguenza fragilità del sistema esplosa con la crisi attuale sono stati stimolati anche dall’esigenza di compensare le difficoltà di realizzare profitti nel settore reale dell’economia. E’ qui, dunque, che sta il nodo principale del problema e per affrontarlo occorrerà migliorare sia le condizioni della domanda (mediante un aumento dei salari e delle prestazioni sociali) sia quelle dell’offerta (favorite anche dalla capacità dello stato sociale di stimolare l’innovazione aumentando il capitale umano e offrendo reti di sicurezza) sia la distribuzione del reddito (uno dei compiti primari del welfare state).
La seconda considerazione riguarda un problema di reputazione che i rappresentanti di questo governo sono intimamente consapevoli di avere a livello internazionale e che potrebbe pregiudicare l’efficacia di una pur corretta impostazione anticiclica della politica di bilancio. La gravità di questa crisi e l’analisi delle sue cause indicano che per uscirne bene e in fretta occorrerà liberarsi al più presto delle visioni economiche e politiche dominanti negli ultimi decenni e che si dovranno costituire nuovi e più efficaci equilibri tra i mercati e le istituzioni pubbliche, nazionali e sovranazionali; ma in entrambi gli ambiti si avverte anche la forte esigenza di nuove classi dirigenti.

FONTE: Felice Roberto Pizzuti, www.sbilanciamoci.info

mercoledì 4 marzo 2009

Speciale Parlamento europeo - PARTE I

Il sistema partitico del Parlamento Europeo

Nel porre il tema dei partiti politici europei e delle prospettive che si aprirebbero per l’ evoluzione istituzionale dell’ Unione, si avanza solitamente l’opportunità di giungere ad una riduzione del deficit democratico, quale condizione per l’effettiva creazione di un’entità sovranazionale indipendente dai governi dei singoli Stati membri, mediante un più stretto collegamento con la società civile. Dalle prime elezioni dirette del Parlamento europeo fino al progetto Costituzionale, sono state molte le opinioni secondo le quali per alzare il tasso di democraticità dell’ Unione fosse necessario, in via preliminare, revisionare i Trattati istitutivi, quale condizione essenziale per il ridimensionamento dei poteri del Consiglio e per il potenziamento del ruolo del Parlamento. Esso, infatti, si caratterizza per la composizione e l’ organizzazione in forme marcatamente sovranazionali, ma non è stato in grado, almeno fino all’ introduzione della procedura di cui all’ articolo 251, di porsi quale organo di radicale opposizione nei confronti del Consiglio e della Commissione.
Purtroppo, però, neanche il Trattato Costituzionale (in attesa di ratifica) è riuscito a rafforzare in modo significativo il suo ruolo: sul piano delle riforme istituzionali, infatti, l’attenzione maggiore della Convenzione si è incentrata sugli aggiustamenti che si sono resi necessari per effetto dell’ allargamento, senza, però, che esse riguardassero anche il Parlamento. In particolare, sia la razionalizzazione della Commissione sia la riforma della Presidenza del Consiglio e del meccanismo di voto al suo interno hanno preso spunto dalla necessità di limitare un già elevato numero di commissari, dall’ inefficienza di una rotazione che avrebbe portato ciascun Stato membro a presiedere l’Unione una sola volta ogni dodici anni e mezzo e dai mutati equilibri demografici. È indubbio, infatti, che sia il Consiglio, attraverso una presidenza durevole e presumibilmente più autorevole, sia la Commissione, per mezzo di un ridimensionamento generale capace di migliorarne il funzionamento e la potenziale acquisizione di influenza in politica estera [1], escono notevolmente rafforzati. Lo stesso non si può dire del Parlamento, dal momento che non acquisisce nessun potere rilevante, fatta eccezione per l’estensione ad ulteriori materie della procedura di codecisione: le necessità dettate dall’allargamento hanno prevalso sul processo di democratizzazione dell’Unione. Non può, infatti, essere considerato rilevante neanche il potere di eleggere il presidente della Commissione, in quanto la procedura di elezione non differisce sostanzialmente da quella che nei precedenti Trattati veniva definita approvazione; al massimo la nuova dizione può indicare l’intenzione della Convenzione di sottolineare, in senso simbolico, l’importanza del Parlamento nel quadro democratico dell’Unione.
Alla luce di ciò, molte delle speranze sul futuro della “casa comune europea” sono riposte sulla nascita di partiti, operanti esclusivamente a livello europeo, capaci di coinvolgere ampi strati della popolazione nel dibattito politico e di sopperire alle lacune del Parlamento. Non a caso, infatti, parte della dottrina ha insistito, fin dai primi anni di nascita della Comunità economica europea, sul fatto che lo sviluppo degli europartiti costituisse un punto analitico rilevante per la valutazione del sistema politico dell’Unione [2]. I partiti politici sono presenti nell’architettura istituzionale europea attraverso tre tipi di strutture: i gruppi parlamentari, le federazioni transnazionali, anche se poco sviluppate e di tipo embrionale e i partiti nazionali. I gruppi parlamentari, che comprendono gli eletti di vari paesi appartenenti alle stesse famiglie partitiche o, comunque, a partiti nazionali ideologicamente compatibili, hanno svolto fino ad ora un ruolo assolutamente primario; funzione tra le più significative di quelle ad essi assegnate è stata di agevolare, tramite gli opportuni collegamenti con il Parlamento europeo e i Parlamenti nazionali, la caratterizzazione del primo come il “Parlamento d’ Europa”, alle cui deliberazioni si raccorda l’azione di quelli statali. È stato, inoltre, sostenuto dalla dottrina che la presenza dei gruppi nel Parlamento europeo riveste un’importanza, allo stesso tempo, formale e sostanziale [3].
Dal punto di vista formale essi sono le formazioni collettive con le quali si organizzano i lavori parlamentari: si distribuiscono i tempi di dibattito e di interrogazione, i posti nelle commissioni, le precedenze negli interventi e nelle dichiarazioni di voto, nonché le cariche dell’organizzazione parlamentare; dal punto di vista sostanziale, contemporaneamente, i gruppi svolgono la funzione di negoziare la formazione delle maggioranze parlamentari, compito che diviene fondamentale quando si tratti di deliberare su questioni controverse sulle quali è necessario che il Parlamento esprima tempestivamente la propria, al fine di completare l’iter decisionale comune: è questo il caso, ad esempio, delle procedure di bilancio, di codecisione e, per lo più nel passato, di quelle di cooperazione e di parere conforme.
Le organizzazioni extraparlamentari hanno, invece, la forma di federazioni transnazionali, nel caso delle famiglie politiche più importanti e consolidate come il Partito popolare europeo (Ppe), il Partito dei socialisti europei (Pse) e la Federazione dei Partiti liberali, democratici e riformisti europei (Ldre). Un caso particolare è rappresentato dalla Federazione dei Partiti Verdi (Fepv), che ha compiuto progressi notevoli nel cammino verso la sua transnazionalizzazione, iniziata nei primi anni novanta. Oltre a questi due tipi di strutture, a livello europeo sono rilevanti anche i partiti nazionali, in quanto sono attivi direttamente e in maniera più efficace nella politica dell’ Unione, ma soprattutto perché forniscono ancora l’unico canale di collegamento tra essa e la società civile.
Il compito di educazione politica dei cittadini dovrebbe, invece, essere prerogativa fondante degli europartiti, i quali hanno, purtroppo, visto il loro sviluppo fortemente rallentato a causa del monopolio che i partiti nazionali sono riusciti nel tempo a mantenere relativamente a tali funzioni. Questi ultimi, infatti, operano in entrambi i circuiti istituzionali dell’ Unione: il circuito intergovernativo, basato sul Consiglio dei ministri e sul Consiglio europeo, e quello sovranazionale, fondato sul Parlamento europeo e sulla Commissione. Le dinamiche esistenti tra i due circuiti costituiscono certamente uno degli aspetti principali dello sviluppo dell’ Unione, anche se, fino ad ora, l’intergovernativismo ha nettamente prevalso sul sovranazionalismo. A questo non si sottraggono i partiti politici, le cui azioni in qualità di attori nazionali in aree decisionali intergovernative sono state molto più efficaci di quelle intraprese a livello sovranazionale dai gruppi parlamentari o dalle federazioni transnazionali nella preparazione delle piattaforme comuni e delle campagne elettorali.
Non si è, quindi, sentita la necessità di potenziare quelle strutture (le federazioni transnazionali, appunto) che dovrebbero costituire un collegamento tra il Parlamento europeo e la società civile; esse rimangono indubbiamente delle istituzioni molto deboli dal punto di vista della visibilità, della forza degli iscritti, della professionalizzazione e della capacità finanziaria. Al tempo stesso, i gruppi parlamentari si sono dimostrati capaci di grandi progressi, grazie agli importanti incentivi (risorse materiali, nonché migliori posizioni nelle commissioni parlamentari e nelle cariche dirigenziali del Parlamento europeo) che vengono puntualmente stanziati per la loro formazione e il loro funzionamento [4].
Anche se le federazioni transnazionali che si sono effettivamente costituite, seppur a diversi livelli di complessità, sono solo quattro, esse hanno sofferto, ancor più dei gruppi parlamentari, della necessità di rispettare le particolarità e gli obiettivi delle loro componenti nazionali, le quali, soprattutto all’interno delle due federazioni maggiori (Ppe e Pse), appaiono spesso preoccupate di dover giustificare a livello nazionale le proprie azioni, limitandone, così, l’incisività a livello europeo. Ma c’è un altro dato che merita particolare attenzione: il ruolo di primo piano assunto da entrambe le federazioni, soprattutto nella preparazione delle posizioni comuni in occasione delle conferenze intergovernative, ha fatto passare in secondo piano la loro crescente disomogeneità interna. Questa minore compattezza, dovuta sia all’aumento del numero delle delegazioni nazionali che le compongono, provocato dai successivi ampliamenti dell’ Unione, sia all’estensione della propria membership a partiti provenienti da tradizioni diverse, vale in particolar modo per il Ppe, all’interno del quale all’originario nucleo democristiano si è prepotentemente affiancata la componente conservatrice. La Federazione dei liberali, democratici e riformatori, a sua volta, ha avuto sempre problemi di coesione come conseguenza di orientamenti ideologici assai variegati e di una generalizzata debolezza delle sue componenti nazionali. Per i Verdi, invece, il diffuso atteggiamento anti-burocratico e la chiara preferenza delle sue componenti nazionali verso sistemi decisionali decentrati e vicini alla base si sono finora tradotti in una evidente riluttanza nel creare un’organizzazione partitica compiutamente transnazionale.
Come già detto, più positivo è stato lo sviluppo di gruppi parlamentari; oltre ai motivi già esposti, ciò è dimostrato anche dalla loro inclusività e dalla loro coesione [5]: l’inclusività è osservabile attraverso le modifiche nelle appartenenze ai gruppi e, più precisamente, a seconda della loro consistenza numerica e della presenza di più delegazioni nazionali, mentre la coesione è data dal grado di accordo espresso nelle votazioni da parte dei parlamentari che li compongono. Nel corso degli oltre venti anni dalle prime elezioni dirette del Parlamento europeo, il sistema europartitico ha subito molti cambiamenti importanti e solo tre dei suoi componenti originari (Ppe, Pse e Ldre) sopravvivono. Ciò si spiega per il fatto che in parte l’evoluzione del sistema partitico parlamentare europeo è stata condizionata dai criteri numerici per la formazione dei gruppi, criteri che sono divenuti nel tempo progressivamente più restrittivi, favorendone il grado di inclusività. In passato, infatti, è stato possibile formare gruppi parlamentari composti da rappresentanti provenienti anche da un unico Stato membro, cosa che aveva consentito la formazione dell’effimero gruppo di Forza Europa, incarnazione europea di Forza Italia. Attualmente, invece, per formare un gruppo politico è necessario riunire almeno sedici deputati eletti in almeno un quinto degli Stati membri. Per quanto riguarda la loro coesione, invece, il trend si è mantenuto costante, mostrando un’invidiabile compattezza dei due gruppi maggiori (Ppe e Pse), anche se, sorprendentemente, sono i Verdi ad essere i più disciplinati [6]. Questo particolare offre una precisa e preziosa indicazione circa la difficoltà dei Popolari a mantenere serrate le proprie fila: la loro strategia di inclusività è stata pagata con una minore affidabilità dei comportamenti di voto da parte dei loro parlamentari.
Ad ogni modo, tutto il potenziale dei gruppi parlamentari, qui sinteticamente esposto, è rimasto, come già si è avuto modo di accennare, in larga misura inespresso a causa della debolezza del loro rapporto con la società civile, filtrato dai partiti nazionali e non stabilito saldamente da organizzazioni autonome come potrebbero essere le federazioni transnazionali. Tutto ciò ha avuto effetti negativi sullo sviluppo di veri e propri europartiti, sull’efficacia del Parlamento e sulla democraticità del sistema dell’Unione.

NOTE:
[1] Questa possibilità dipenderà molto dall’interpretazione che il Ministro degli Affari esteri farà del proprio mandato e da come vorrà conciliarlo con quello di vice-presidente della Commissione. Se è vero, infatti, che nella prima veste sarà cntrollato dal mandato attribuitogli dal Consiglio è vero anche che nella seconda sarà condizionato dal metodo collegiale della Commissione.
[2] Ernst B. Haas, The Uniting of Europe: Political, Social and Economical Forces 1950-1957, London, Stevens & Sons, 1958.
[3] Luciano Bardi – Partiti e sistema partitico nell’Unione europea, in K.R.Luther e F.Mueller-Rommel (a cura di) Political Parties in a changing Europe : political and analytical challenger, Oxford University Press.
[4] Per analisi più approfondite si vedano: Luciano Bardi – I partiti e il sistema partitico dell’Unione, in Sergio Fabbrini (a cura di) L’Unione europea.Le istituzioni e gli attori di un sistema sopranazionale, Laterza Roma-Bari,2002.
[5] F.Attinà – Il comportamento di voto dei membri del Parlamento europeo e il problema degli europartiti, in European journal of political research, 1994.
[6] F. Jacobs, R.Corbett e M.Shackleton – The European Parliament, fifth edition, London: Cartermill, 2003.


TORNA A SOMMARIO

venerdì 27 febbraio 2009

Speciale Parlamento europeo - INTRODUZIONE

Nonostante gli sforzi per l’approvazione di un Trattato costituzionale come atto di autentica rifondazione dell’Unione, sono molte le opinioni secondo le quali la “casa comune europea” non sarà, almeno nel prossimo futuro, destinata ad assumere la forma del tradizionale Stato unitario, neppure a struttura federale. E anche se il futuro dovesse portare all’Unione una vera e propria Costituzione, essa viene ritenuta da molti una Costituzione “senza Stato”. C’è da chiedersi, però, se la nuova Costituzione sarà anche una Costituzione senza popolo, argomento sul quale non vi è convergenza di vedute nella letteratura.
Da un lato, infatti, le tesi scettiche, che vedono quale principale esponente Grimm, sottolineano come le barriere linguistiche, il diverso modo di pensare dell’opinione pubblica e la differente offerta politica nei paesi membri rendano di fatto impossibile la formazione, almeno a breve-medio termine, di un effettivo popolo europeo. Sul versante opposto si collocano, invece, le tesi costruttiviste che, secondo il pensiero di Habermas, pongono l’accento sulla forte potenzialità dei processi democratici già attivi in una zona largamente integrata come quella europea e sull’ effetto propulsivo e trainante delle istituzioni comunitarie.
Uno dei punti cruciali del dibattito sull’ esistenza di un effettivo demos europeo è incentrato sulla presenza di un’arena politica europea, che non dovrebbe essere dominata dalla dialettica tra gli esecutivi, ma strutturata dal confronto tra diversi orientamenti ideologici, dei quali si facciano portatori movimenti e partiti a livello realmente europeo. Proprio su questo terreno stanno emergendo segnali interessanti, che introducono elementi nuovi e concreti in un ambito, quale quello del confronto politico europeo, che è rimasto fino ad oggi su un piano del tutto teorico.
Da un lato, i partiti nazionali stanno scoprendo, nel nostro paese come altrove, i vantaggi derivanti anche ai fini della politica “interna” da sinergie sempre più strette con una delle grandi famiglie politiche europee; dall’altro, l’istituzionalizzazione dei partiti politici europei ha subito negli ultimi anni una brusca accelerazione culminata con l’approvazione nel novembre 2003 del regolamento sullo statuto e il finanziamento dei partiti politici europei, entrato in vigore nel luglio 2004 successivamente alle elezioni del Parlamento europeo.
Le ragioni per le quali il ruolo di veri partiti di livello europeo potrà essere di grande importanza sono molteplici, legate sia alle sfide alle quali dovrà rispondere l’ Unione nel suo complesso, sia, in particolare, alle conseguenze che le risposte che saranno date a tali sfide avranno per l’ evoluzione istituzionale del Parlamento europeo. In questo quadro, il Parlamento dovrà avere l’ opportunità di affermare in maniera più incisiva il proprio ruolo all’ interno dell’ architettura istituzionale comunitaria, in special modo nei confronti degli altri organi decisionali.
Tali aspetti potrebbero far pensare ad un aumento dell’ importanza delle elezioni agli occhi dell’ opinione pubblica dei diversi paesi; ciò contrasta, però, con l’ esperienza delle precedenti tornate elettorali che non hanno mai registrato un apprezzabile aumento della rilevanza attribuita all’ evento da parte dei cittadini. Questo tiepido atteggiamento dell’ elettorato è confermato dal declino della partecipazione elettorale, anche se è una tendenza che investe tutti i tipi di elezione in quasi tutti i paesi europei, e il suo manifestarsi al livello dell’ Unione è in contrasto con il peso sempre più rilevante che l’ Europa sta assumendo su ogni piano. L’ atteggiamento distratto e poco partecipato dei cittadini europei può essere attribuito, almeno in parte, al cosiddetto “deficit democratico”.
Questa celebre espressione, riferita per la prima volta al Parlamento europeo nel 1979 dallo studioso inglese David Marquand, sottolinea la posizione di debolezza del Parlamento rispetto alle altre istituzioni europee, nonostante la legittimazione che ad esso deriva dal fatto di essere direttamente eletto dai cittadini. Infatti, il Parlamento è solo uno dei due organi legislativi dell’ Unione e, a tutt’oggi, neanche il più importante. Il fatto che il ruolo principale nell’emanazione degli atti normativi comunitari sia svolto dal Consiglio è considerato un limite rilevante dell’ ordinamento dell’ Unione; tale caratteristica costituisce uno degli aspetti più originali, ma determina anche una continua tensione tra spinte evolutive e conservazione della situazione esistente.
Il deficit democratico è dovuto anche alla problematicità dei rapporti tra istituzioni sovranazionali – il Parlamento e la Commissione – e intergovernative – il Consiglio dei ministri e il Consiglio europeo. Le prime hanno una ragion d’essere e un’identità che trascende le singole nazioni, mentre le seconde sono la sommatoria di singole identità nazionali. I due tipi di istituzioni, soprattutto dopo l’introduzione delle elezioni a suffragio universale del Parlamento, costituiscono due diversi circuiti istituzionali all’interno dell’ Unione: il deficit democratico risulta, quindi, dai limiti e dall’ incompletezza del circuito sovranazionale, ma anche dai difetti di quello intergovernativo. Insime, limiti e difetti delle istituzioni comunitarie impediscono che la dimensione sovranazionale dell’ Europa abbia una propria legittimità: le decisioni e gli indirizzi presi dall’ Unione sono legittimi in quanto lo sono i governi nazionali che, attraverso i loro ministri, esercitano un ruolo preponderante nell’approvazione della legislazione comunitaria.
Nella quasi completa assenza di strumenti sovranazionali di controllo e di coercizione, il compito di assicurare l’attuazione delle direttive comunitarie viene lasciato ai singoli organismi nazionali che spesso consentono, a propria discrezione, notevoli ritardi nella effettiva messa in atto di quelle disposizioni considerate meno gradite. Se l’ Unione fosse governata da istituzioni compiutamente sovranazionali e non dagli attuali processi intergovernativi, basati su negoziati tra i rappresentanti dei governi nazionali, gran parte degli inconvenienti alla base del deficit democratico verrebbero meno.
Il passaggio a un autentico governo sovranazionale è necessariamente legato a un rapporto di responsabilità che deve essere stabilito nei confronti del Parlamento, che, in virtù della sua elezione diretta, gode di una legittimità europea propria e possiede un carattere che esula dalle specifiche identità nazionali. Finora il Parlamento europeo non è stato in grado di sfruttare pienamente le sue potenzialità a causa dell’ inadeguatezza dei suoi poteri: sul piano legislativo tali poteri sono ancora deficitari per quanto riguarda la fase decisionale e quasi inesistenti in quella dell’ iniziativa legislativa stessa; sul piano del controllo dell’ esecutivo esso difetta degli strumenti costituzionali per esercitare efficacemente tali prerogative. Questa situazione ambigua non è dovuta solo all’ indeterminatezza, che pure si sta dissipando, del rapporto con l’altro organo sovranazionale, la Commissione, ma soprattutto al fatto che questa condivide le proprie funzioni di governo con il Consiglio dei ministri: questa istituzione è, infatti, emanazione del governo nazionale, legittimata e, per forza di cose, non dipendente dal Parlamento europeo.
In questo quadro, dominato più dalla contraddittorietà e dall’ incertezza che non dalla presenza di elementi definiti, un ruolo importante, se non fondamentale, dovrà necessariamente essere giocato dai partiti politici, i quali sono gli unici attori capaci di coinvolgere i singoli cittadini nella vita politica dell’ Unione. Il Trattato istitutivo delle Comunità europee prevede, all’art. 191, che la creazione di partiti politici europei costituisca un importante fattore di integrazione al fine di rafforzare la nascita di una coscienza sovranazionale, in modo che i popoli esprimano una posizione realmente e compiutamente europea non più mediata dai singoli interessi nazionali. Grazie soprattutto all’azione dei partiti politici europei – e al lavoro dei deputati ad essi appartenenti – nel corso degli ultimi anni i poteri del Parlamento sono stati a più riprese ampliati, anche se non in maniera sufficiente da permettere all’ Unione di competere con i governi nazionali e, anzi, di poter agire indipendentemente da essi. Si pensi, ad esempio, al progetto di “statuto comune” dei deputati europei, al quale si è cercati di giungere con ogni sforzo, accantonato ad un passo dall’ approvazione nel gennaio 2004 per le resistenze dei governi nazionali; sarà ora compito del nuovo Parlamento rilanciare tale progetto facendo in modo che tale attività acquisisca un carattere squisitamente “europeo” e non sia condizionato da elementi di natura meramente “nazionale”.C’è, dunque, una contraddizione di fondo tra le potenzialità e le effettive capacità del Parlamento europeo che risale alle sue stesse origini; tale situazione potrà trovare una sua efficace soluzione solo attraverso una più marcata democratizzazione del sistema istituzionale che caratterizza l’ Unione: in questo senso i partiti politici europei sono destinati, grazie anche alla recente approvazione del regolamento (CE) n. 2003/2004, che garantisce loro il riconoscimento a livello comunitario, ad essere gli attori principali di un processo senza il quale l’ Europa sarà sempre e solo un’unione economica e non anche un’ unione politica.

TORNA A SOMMARIO

mercoledì 25 febbraio 2009

Speciale Parlamento europeo - SOMMARIO







_ APPROFONDIMENTI

domenica 22 febbraio 2009

L'abbandono di un popolo

Il 14 gennaio scorso, dopo la strage di oltre mille palestinesi rinchiusi in un'esigua striscia di terra e bombardati a tappeto da terra, dal mare e dal cielo da uno dei più potenti eserciti del mondo; dopo il bombardamento di una scuola palestinese adibita a rifugio delle Nazioni unite [«Beh, c'è stata qualche irregolarità» ha ammesso Avi Pazner, portavoce del governo israeliano - France Inter, 8 gennaio 2009]; dopo l'inascoltata risoluzione dell'Onu, con la quale l'unica istituzione che rappresenta realmente la tanto citata «comunità internazionale» chiedeva invano la cessazione delle operazioni militari a Gaza; dopo tutto questo - il 14 gennaio, per l'appunto - l'Unione europea ha mostrato con quanta determinazione sapeva reagire a un tale scatenamento di violenza e di arroganza. Ha deciso... di introdurre una battuta d'arresto nel suo processo di avvicinamento a Israele! Anche se, per attenuare l'impatto di quello che avrebbe potuto apparire come un borbottio di riprovazione nei confronti di Tel Aviv, ha tenuto a precisare che si trattava di una misura «tecnica» e non «politica». E che la decisione era stata presa «da entrambe le parti».
Israele ha carta bianca. Già in precedenza il suo esercito aveva distrutto la maggior parte delle infrastrutture palestinesi finanziate dall'Unione. La quale ultima praticamente non ha reagito, o quasi. Neppure l'ombra di un'azione giuridica, di una richiesta di riparazione [Pierre Avril, «L'Europe paie, Israël détruit », Le Figaro, Parigi, 16 gennaio 2009]. Dopo di che Israele impone il blocco a una popolazione povera, sprovvista d'acqua, di cibo, di medicinali. E ancora non si muove foglia - se non per le sempiterne rimostranze con cui si mettono i protagonisti spalla contro spalla, col pretesto che non sempre la violenza del più forte porta alla sottomissione del più debole. Perché mai Israele avrebbe dovuto paventare la fine della sua impunità?
Peraltro, già vent'anni fa lo stato ebraico aveva preso le sue precauzioni incoraggiando, contro l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), il rafforzamento di un avversario ideale: Hamas, un'organizzazione medievale nei suoi programmi, di efficacia militare incerta, per nulla interessata a «comunicare» con l'opinione pubblica occidentale. Per chi desidera poter bombardare e colonizzare senza ostacoli, quale miglior pretesto dell'assenza di un «partner per la pace»? Anche negli Stati Uniti, nulla ormai si contrappone ai disegni del governo di Tel Aviv. Il 9 gennaio, una risoluzione della Camera dei Rappresentanti riconosce a Israele «il diritto di difendersi contro gli attacchi provenienti da Gaza». Qualche ora prima il Senato aveva «riaffermato il deciso appoggio degli Stati uniti a Israele nella sua battaglia contro Hamas». È senz'altro per una preoccupazione di «equilibrio» che nella prima risoluzione - adottata con trecentonovanta voti contro cinque - si presentano nel contempo «le condoglianze alle vittime palestinesi innocenti e alle loro famiglie». Quanto alla seconda risoluzione, è stata approvata all'unanimità. Dunque, anche il fronte dell'esecutivo americano regge bene. Alcune ore dopo l'annuncio del cessate il fuoco unilaterale, Ehud Olmert ha peraltro telefonato al presidente degli Stati uniti per ringraziarlo del suo sostegno. Che si manifesta tra l'altro attraverso aiuti finanziari, non rimborsabili, dell'ordine di tre miliardi di dollari l'anno.
Da tempo più nessuno, neppure un presidente di nome Barack Obama, ha mai pensato di rimetterli in discussione. Il progetto dei grandi partiti israeliani, coperto da appoggi di questa portata, appare chiaro: distruggere la prospettiva di un vero stato palestinese, la cui creazione rappresenta un obiettivo internazionalmente riconosciuto. La Cisgiordania, sfregiata da muri e sbarramenti e infarcita di colonie, sopravviverebbe come un conglomerato di bantustan grazie alle trasfusioni dell'Unione europea. E Gaza potrebbe essere bombardata a piacimento dal suo vicino, ogni qualvolta quest'ultimo decida di reagire - in maniera sproporzionata - ad attentati o lanci di razzi. In fondo è quasi un miracolo che i palestinesi, dopo 61 anni di sconfitte, umiliazioni, esili, violazioni di accordi firmati, colonizzazioni, guerre fratricide, abbandonati alla loro sorte dai governi del mondo intero che autorizzano ogni violazione del diritto internazionale e degli stessi diritti umanitari, siano tuttora determinati a tradurre un giorno la loro identità nazionale in una realtà concreta.
Se ci riusciranno, non lo dovranno né agli europei, né agli americani, né alla maggior parte dei governi arabi. Nei confronti di Gaza tutti, ancora una volta, si sono comportati da complici dell'interminabile spoliazione di un popolo.

SERGE HALIMI - Le monde diplomatique, febbraio 2009

sabato 7 febbraio 2009

Rottura istituzionale

E così anche il caso Englaro è stato strumentalizzato dal governo Berlusconi per procedere con la sua linea politica non curante delle regole e dei ruoli chiaramente affidati alle diverse istituzioni che compongono il nostro ordinamento. Eh si, perché il nostro presidente del consiglio, il suo parrucchino e la sua faccia al botulino, sono estremamente insofferenti alle regole, ai limiti e ai paletti che la nostra Costituzione per fortuna pone a chi ha il compito di governare. Propongo, così, l'ineccepibile lettera del Capo dello Stato con la quale si motiva l'irricevibilità di un decreto (che dovrebbe avere requisiti ben precisi di necessità e urgenza) fatto apposta per distrarre il popolo dalle macchinazioni del premier, in primis la sua voglia di mettere definitivamente il bavaglio ai magistrati.

"Signor Presidente,
lei certamente comprenderà come io condivida le ansietà sue e del Governo rispetto ad una vicenda dolorosissima sul piano umano e quanto mai delicata sul piano istituzionale. Io non posso peraltro, nell’esercizio delle mie funzioni, farmi guidare da altro che un esame obiettivo della rispondenza o meno di un provvedimento legislativo di urgenza alle condizioni specifiche prescritte dalla Costituzione e ai principi da essa sanciti. I temi della disciplina della fine della vita, del testamento biologico e dei trattamenti di alimentazione e di idratazione meccanica sono da tempo all’attenzione dell’opinione pubblica, delle forze politiche e del Parlamento, specialmente da quando sono stati resi particolarmente acuti dal progresso delle tecniche mediche. Non è un caso se in ragione della loro complessità, dell’incidenza su diritti fondamentali della persona costituzionalmente garantiti e della diversità di posizioni che si sono manifestate, trasversalmente rispetto agli schieramenti politici, non si sia finora pervenuti a decisioni legislative integrative dell’ordinamento giuridico vigente.
Già sotto questo profilo il ricorso al decreto legge – piuttosto che un rinnovato impegno del Parlamento ad adottare con legge ordinaria una disciplina organica - appare soluzione inappropriata. Devo inoltre rilevare che rispetto allo sviluppo della discussione parlamentare non è intervenuto nessun fatto nuovo che possa configurarsi come caso straordinario di necessità ed urgenza ai sensi dell’art. 77 della Costituzione se non l’impulso pur comprensibilmente suscitato dalla pubblicità e drammaticità di un singolo caso. Ma il fondamentale principio della distinzione e del reciproco rispetto tra poteri e organi dello Stato non consente di disattendere la soluzione che per esso è stata individuata da una decisione giudiziaria definitiva sulla base dei principi, anche costituzionali, desumibili dall’ordinamento giuridico vigente.
Decisione definitiva, sotto il profilo dei presupposti di diritto, deve infatti considerarsi, anche un decreto emesso nel corso di un procedimento di volontaria giurisdizione, non ulteriormente impugnabile, che ha avuto ad oggetto contrapposte posizioni di diritto soggettivo e in relazione al quale la Corte di cassazione ha ritenuto ammissibile pronunciarsi a norma dell’articolo 111 della Costituzione: decreto che ha dato applicazione al principio di diritto fissato da una sentenza della Corte di cassazione e che, al pari di questa, non è stato ritenuto invasivo da parte della Corte costituzionale della sfera di competenza del potere legislativo. Desta inoltre gravi perplessità l’adozione di una disciplina dichiaratamente provvisoria e a tempo indeterminato, delle modalità di tutela di diritti della persona costituzionalmente garantiti dal combinato disposto degli articoli 3, 13 e 32 della Costituzione: disciplina altresì circoscritta alle persone che non siano più in grado di manifestare la propria volontà in ordine ad atti costrittivi di disposizione del loro corpo.
Ricordo infine che il potere del Presidente della Repubblica di rifiutare la sottoscrizione di provvedimenti di urgenza manifestamente privi dei requisiti di straordinaria necessità e urgenza previsti dall’art. 77 della Costituzione o per altro verso manifestamente lesivi di norme e principi costituzionali discende dalla natura della funzione di garanzia istituzionale che la Costituzione assegna al Capo dello Stato ed è confermata da più precedenti consistenti sia in formali dinieghi di emanazione di decreti legge sia in espresse dichiarazioni di principio di miei predecessori (si indicano nel poscritto i più significativi esempi in tal senso).
Confido che una pacata considerazione delle ragioni da me indicate in questa lettera valga ad evitare un contrasto formale in materia di decretazione di urgenza che finora ci siamo congiuntamente adoperati per evitare".

NOTE - I PRECEDENTI:

- Con una lettera del 24 giugno 1980, il Presidente Pertini rifiutò l’emanazione di un decreto-legge a lui sottoposto per la firma in materia di verifica delle sottoscrizioni delle richieste di referendum abrogativo;

- il 3 giugno 1981, sempre il Presidente Pertini, chiamato a sottoscrivere un provvedimento di urgenza, richiese al Presidente del Consiglio di riconsiderare la congruità dell’emanazione per decreto-legge di norme per la disciplina delle prestazioni di cura erogate dal Servizio Sanitario Nazionale. Nel caso specifico, uno degli argomenti addotti dal Capo dello Stato consisteva nel rilievo della contraddizione tra la disciplina del decreto-legge emanando e “un indirizzo giurisprudenziale in via di definizione”;

- con lettera 10 luglio 1989 al Presidente del Consiglio De Mita, il Presidente Cossiga manifestò la sua riserva in ordine alla presenza dei presupposti costituzionali di necessità e urgenza ai fini dell’emanazione di un decreto-legge in materia di profili professionali del personale dell’ANAS e affermò: “Ritengo, pertanto, che, allo stato, sia opportuno soprassedere all’emanazione del provvedimento, in attesa della conclusione del dibattito parlamentare sull’analogo decreto relativo al personale del Ministero dell’interno”;

- in quella stessa lettera e successivamente nella lettera al Presidente del Consiglio Andreotti del 6 febbraio 1990, il Presidente Cossiga richiamò all’osservanza delle specifiche condizioni di urgenza e necessità che giustificano il ricorso alla decretazione di urgenza, ritenendo legittimo da parte sua – in caso di non soddisfacente e convincente motivazione del provvedimento – il puro e semplice rifiuto di emanazione del decreto – legge;

- con un comunicato del 7 marzo 1993, il Presidente Scalfaro, in rapporto all’emanazione di un decreto-legge in materia di finanziamento dei partiti politici invitò il Governo a riconsiderare l’intera questione, ritenendo più appropriata la presentazione alle Camere di un provvedimento in forma diversa da quella del decreto-legge.

domenica 25 gennaio 2009

Pac, una dieta per obesi: quando le istituzioni europee fanno orecchie da mercante

I ventisette paesi membri dell'Unione europea hanno adottato il 20 novembre 2008 la «valutazione sullo stato di salute» della politica agricola comune (Pac). L'accordo, concepito per «modernizzare» la Pac in prospettiva di una nuova riforma nel 2013, in realtà prosegue il suo smantellamento. Rispondendo alle esigenze dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), trascura le questioni dell'occupazione, della sicurezza alimentare e della protezione dell'ambiente, sia nel Nord che nel Sud.

Con quasi cinquecento milioni di consumatori potenziali, l'Unione europea rappresenta il primo mercato agricolo e alimentare solvibile del pianeta. È la prima regione importatrice ed esportatrice di prodotti agricoli (al pari degli Stati uniti) (1). Perciò, nell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) non si possono prendere decisioni senza l'approvazione dell'Unione, attore principale della deregolamentazione degli scambi mondiali. È quanto evidenziano le decisioni del consiglio dei ministri dell'agricoltura in occasione della «valutazione dello stato di salute» (v. il glossario a pagina 5) della politica agricola comune (Pac), preludio ad una profonda riforma prevista per il 2013 (2).
La Pac è stata a lungo l'unica politica comune decisa a Bruxelles e finanziata collettivamente dal bilancio dell'Unione, con un peso determinante (attualmente pari al 45%) nelle spese comuni. Ciò spiega anche perché essa sia stata considerata a lungo un pilastro della costruzione europea, prima che i liberisti la ritenessero uno spreco di bilancio e un ostacolo alla competitività economica. Istituita alla conferenza di Stresa (Italia) nel 1958, la Pac aveva l'esplicito scopo di garantire la sicurezza alimentare della Comunità economica europea (Cee). Occorreva fissare i prezzi agricoli ad un livello sufficiente da incoraggiare gli agricoltori a produrre a prezzi accessibili ai consumatori. Questo sostegno ai prezzi si fondava su un sistema di acquisti pubblici a tariffa minima garantita e sulla costituzione di stock regolatori. La scelta significava l'esplicito riconoscimento che il riferimento al valore sul mercato mondiale non fosse sufficiente ad orientare la produzione in funzione dei bisogni da soddisfare e che l'instabilità dei mercati agricoli giustificasse l'intervento regolatore dei poteri pubblici (3).
Sono state così instaurate, prodotto per prodotto, organizzazioni comuni di mercato (Ocm) che mirassero a garantire la preferenza comunitaria. Si trattava di assegnare la priorità alla produzione interna, grazie ad un sistema di diritti doganali prelevati sulle importazioni. Questi ultimi venivano adeguati continuamente secondo il livello dei prezzi mondiali, all'epoca strutturalmente inferiori ai prezzi europei. Esistevano comunque già delle falle in questo sistema, per esempio l'ingresso senza dazi delle colture oleoproteaginose (colza, soja, girasole, utilizzati essenzialmente per gli animali) - un'eccezione concessa nel quadro dell'Accordo generale sulle tariffe doganali ed il commercio (Gatt) sin dagli anni '60. In pochi anni, la Pac rivelò la sua efficacia. Grazie alla sicurezza dei prezzi, gli investimenti si svilupparono massicciamente e i rendimenti e la produttività del lavoro crebbero fortemente, permettendo di produrre di più con meno manodopera. I lavoratori in esubero riempirono dunque le fila dell'industria. Ma negli anni '70 il dispositivo si inceppa. L'autosufficienza è superata nelle principali produzioni che beneficiano degli Ocm, come i cereali e il latte. Le eccedenze si accumulano e devono essere smaltite sul mercato mondiale per mezzo di costose sovvenzioni all'esportazione (4).
Allo stesso tempo, l'esodo agricolo prosegue a ritmo sostenuto, mentre diminuisce l'occupazione industriale. Infine, l'intensificazione e la specializzazione dei sistemi di produzione si accompagna ad una crescente pressione sull'ambiente. La crisi si inasprisce negli anni '80, in seguito ad una contrazione della domanda internazionale e allo sviluppo della produzione dei paesi emergenti. I prezzi mondiali crollano, e le spese comunitarie di sovvenzione alle esportazioni esplodono. Il Regno unito, che ha raggiunto la Cee nel 1973, ha buon gioco nel denunciare gli eccessi della Pac: il primo ministro Margaret Thatcher raccoglie sempre più alleati all'interno e all'esterno della Comunità nella richiesta di una riforma profonda in occasione del negoziato commerciale che si apre con il Gatt, alla fine del 1986, a Punta del Este. È l'ora della deregolamentazione, per restaurare un libero mercato che dovrebbe favorire tutti: i consumatori e i contribuenti dei paesi sviluppati vedranno scendere i prezzi alimentari e le tasse; per quanto riguarda i paesi poveri del Sud, potranno arricchirsi esportando i prodotti per i quali dispongono di vantaggi comparativi, salvo poi importare le derrate alimentari di base che i paesi sviluppati propongono di fornire loro a basso costo.
A partire dal 1992 si avvia un processo ininterrotto di decostruzione degli Ocm. Solo il latte, sottoposto sin dal 1984 ad un regime specifico di quote, viene risparmiato fino al 2003. Le quote latte, strumenti di controllo dei volumi di produzione, permetteranno in effetti di ridurre in modo notevole le spese di sostegno e di garantire prezzi remunerativi alla produzione (5). Per le altre produzioni, le riforme successive del 1992, 1999 e 2003 puntano a riavvicinare i prezzi interni ai prezzi mondiali e a rendere la Pac conforme al Wto. I dazi doganali variabili lasciano il posto a prelevamenti fissi, che vengono progressivamente ridotti nel quadro di apertura degli scambi. In compenso, gli agricoltori ricevono aiuti diretti per ogni ettaro coltivato. Dopo il disaccoppiamento del 2003, non sono più obbligati a produrre per percepire i sussidi. Ma gli aiuti rimangono legati agli ettari coltivati, per cui si prosegue come in passato a sovvenzionare con fondi pubblici la sostituzione del lavoro con il capitale e la corsa all'espansione delle coltivazioni a scapito dell'occupazione.
È uno dei paradossi del neo-liberismo: si continua a versare aiuti diretti all'agricoltura. Al di là dell'incoerenza del discorso ideologico, si può tuttavia dare una spiegazione a queste evoluzioni. Il sostegno dei prezzi e la protezione del mercato europeo corrispondono all'obiettivo finale di consolidare la competitività dell'agricoltura, dell'agroalimentare e della distribuzione basata sullo sviluppo di un mercato interno che si allargava con inclusione di nuovi paesi membri. Ma quando le grandi società di trasformazione e distribuzione hanno rafforzato a sufficienza la loro competitività sul mercato europeo, rivolgono le loro attività verso l'esterno dell'Unione. A partire dagli anni '90 la diminuzione dei prezzi agricoli e l'accesso a produzioni importate a costo minore hanno aiutato la loro competitività internazionale.
La logica conseguenza di tale processo è la delocalizzazione delle attività di trasformazione nei luoghi di origine dei prodotti, cioè fuori dall'Unione. Lo dimostra l'esempio della società Doux, che ha trasferito una parte del suo approvvigionamento di polli e delle attività di macellazione in Brasile (6). I produttori agricoli europei che hanno scommesso sull'internazionalizzazione scoprono dunque di essere diventati inutili. Questa politica provoca danni sociali e ambientali rilevanti, mentre la liberalizzazione degli scambi si accompagna ad un'aumentata instabilità dei prezzi mondiali, con fluttuazioni sproporzionate rispetto ai costi di produzione. Quando i prezzi sono ai minimi, le colture agricole più produttive dei paesi ricchi non possono sopravvivere senza abbondanti aiuti diretti: all'inizio degli anni 2000 essi rappresentano oltre il 50% del reddito agricolo medio europeo (7).
Al contrario, dato che i sussidi sono attualmente svincolati dai prezzi e dal tipo di produzione, essi rappresentano una rendita ingiustificata versata ad alcune categorie di produttori quando i prezzi si infiammano. In tal modo, i coltivatori di cereali europei continuano a percepire massicce sovvenzioni nonostante il prezzo dei cereali e i loro profitti siano raddoppiati nel corso del 2007 e nel primo semestre del 2008 (8). E poiché tali aiuti rimangono legati alla superficie, senza alcun tetto sull'estensione o sull'occupazione, la concentrazione delle coltivazioni prosegue inesorabile. In alcuni nuovi paesi membri, come la Polonia e la Romania, essi minacciano un settore che dà lavoro ad oltre un terzo della popolazione attiva e indeboliscono particolarmente la piccola agricoltura familiare di sussistenza che funge da ammortizzatore sociale contro la crisi occupazionale.
Il bilancio ambientale della Pac non è migliore. Per fare bella figura, la Commissione Europea ha arricchito tutte le sue riforme di una vernice ecologista come l'ecocondizionalità e lo sviluppo rurale assurto, dal 1999, a «secondo pilastro della Pac». Questo rivestimento non riesce tuttavia a nascondere la tendenza fondamentale alla liberalizzazione dei mercati agricoli, con i suoi corollari, la selezione e la specializzazione delle colture più competitive. Tale evoluzione va a discapito dei sistemi più autonomi e più parsimoniosi (soprattutto le colture per il pascolo), generatori di effetti positivi per il paesaggio, la biodiversità, la qualità dell'acqua e dei suoli (9). Essa si accompagna ad una concentrazione delle produzioni nelle regioni più competitive e ad una desertificazione di quelle più sfavorite. Per quanto riguarda la gestione del territorio, si tratta di un vero trasferimento di produzioni. Le conseguenze per i paesi poveri sono altrettanto preoccupanti.
Le pratiche di dumping dei paesi ricchi sono state normalizzate nel quadro del Wto: la diminuzione dei prezzi è stata compensata da aiuti diretti massicci, come le sovvenzioni svincolate della Pac, considerate non distorsive dei mercati da parte del Wto. Insieme allo smantellamento delle protezioni doganali (l'unica politica di protezione accessibile per i paesi poveri), il dumping conduce ad una distruzione inesorabile delle capacità di approvvigionamento dei paesi più poveri e ad un aumento sensibile della dipendenza alimentare. Infine, lo smantellamento dei meccanismi di sostegno ai prezzi e di stoccaggio dei prodotti nella maggior parte dei Paesi impedisce ogni reazione possibile in caso di tensioni sui mercati. Così, le scorte di cereali sono diminuite regolarmente dal 1995, fino a raggiungere il livello minimo degli ultimi 25 anni nel 2008.
La crisi alimentare mondiale non deve dunque sorprendere. Gli squilibri strutturali si rivelano sempre a partire da eventi congiunturali: il brusco aumento dei prezzi alimentari nel 2007 e nel primo semestre del 2008 ha aggravato una situazione endemica (925 milioni di persone malnutrite, di cui 75 milioni in più solo nel 2007, secondo l'Organizzazione delle Nazioni unite per l'alimentazione e l'agricoltura [Fao]). L'aumento deriva da disuguaglianze mondiali provocate da una serie di scelte economiche. Tuttavia, l'Unione europea le ha sostenute in seno al Fondo monetario internazionale (Fmi), alla Banca mondiale, nei negoziati bilaterali con i paesi del Sud e nei negoziati multilaterali. Per accelerare il raggiungimento di un compromesso al Wto, essa ha riformato in anticipo la sua Pac nel 2003. Non si tratta certo di rivalutare la politica agricola «storica», di cui abbiamo ricordato i danni sociali ed ambientali. Ma ciò non può portare, al contrario, a giustificare lo smantellamento di ogni meccanismo di regolazione dei mercati. Senza dubbio, la maggior parte dei prezzi agricoli sono in forte diminuzione da qualche mese. Ma questa evoluzione dei prezzi indica soprattutto un'instabilità cronica dei mercati, a cui le istituzioni comunitarie e internazionali propongono di lasciare libero sfogo. Tutto procede come se la recente inversione di marcia dei prezzi avesse cancellato la crisi acuta e le «sommosse della fame» della primavera 2008 in decine di paesi del Sud (10). Dopo aver spiegato nell'aprile del 2008 che questa dura prova si sarebbe rivelata salutare a lungo termine, il direttore generale del Wto Pascal Lamy pose le sue condizioni: «Se vogliamo che sia così, occorre che il commercio funzioni» anche se «a breve termine, non ci sono buone notizie per molti paesi in via di sviluppo (11)!».
Occorre parafrasare John Maynard Keynes? Saranno tutti morti prima che la medicina di Pascal Lamy dia i suoi frutti. Ma ciò non mette affatto in imbarazzo il direttore generale del Wto, che insiste a voler concludere il ciclo di negoziati di Doha (12) e a chiedere una liberalizzazione senza precedenti degli scambi agricoli. Dopo un tentativo in luglio, in cui l'India ha rifiutato le condizioni dell'accordo per tutelare i suoi agricoltori, Lamy ha tentato inutilmente di rilanciare i negoziati ministeriali a metà dicembre. Con il sostegno di Catherine Ashton, che è appena succeduta a Peter Mandelson alla carica di commissario europeo per il commercio, sperava nell'approvazione forzata di un accordo al Wto, possibilmente prima della fine della presidenza di George W. Bush. Dal canto loro, le istituzioni comunitarie ignorano i molti allarmi lanciati dal mondo associativo, dai ricercatori e da un crescente numero di politici e addetti ai lavori. Come se nulla fosse, esse continuano lo smantellamento degli strumenti di regolazione dei mercati agricoli. Poco importa che il mito liberista stia crollando, e che i poteri pubblici stiano intervenendo massicciamente per salvare i mercati finanziari. Poco importa che gli Stati uniti abbiano abbandonato il disaccoppiamento dei finanziamenti dalla produzione nel 2002 in favore di «aiuti agricoli anti-ciclici», modulati in funzione della situazione dei mercati (13). A Bruxelles, il dogma della deregolamentazione e del laissez-faire è ancora valido. Nulla, infatti, nelle decisioni adottate il 21 novembre 2008 in occasione della «valutazione dello stato di salute» della Pac lascia intendere una qualsiasi correzione della politica in atto dal 1992: sempre meno regolazione pubblica (soppressione graduale delle quote latte, riduzione del sostegno ai prezzi), sempre meno vincoli ai sussidi (nonostante gli sprechi e delle clamorose iniquità rilevate), sempre meno solidarietà tra gli stati e le regioni, con un rafforzamento del cofinanziamento da parte delle comunità nazionali e territoriali, che non è nient'altro che una ri-nazionalizzazione delle politiche agricole (14).
Mentre accelera lo «smantellamento del territorio» in nome della competitività, ci si propone, in nome dello sviluppo rurale, di correggerne marginalmente i danni più evidenti. Malgrado le dichiarazioni di principio sulle nuove domande sociali, non si può non constatare che l'obiettivo essenziale della Commissione europea rimane la prosecuzione, in forma rinnovata, della ristrutturazione «produttivista» dell'agricoltura. Tuttavia, l'Unione europea potrebbe svolgere un ruolo determinante per reindirizzare i negoziati in corso e promuovere un nuovo ordine alimentare mondiale. Le soluzioni esistono. Esse si basano sul principio della sovranità alimentare, che implica una regolazione concertata degli scambi internazionali sotto l'autorità delle Nazioni unite. In questo nuovo quadro, la stabilizzazione dei prezzi mondiali e la garanzia di prezzi interni stabili che riflettano i reali costi di produzione dovrebbero corrispondere, in cambio, ad un rafforzamento delle condizioni sociali ed ambientali della produzione, un controllo dei volumi ed una redistribuzione degli aiuti tra agricoltori. La solidarietà con i paesi poveri richiede anche l'abbandono degli accordi di libero scambio a vantaggio di accordi preferenziali più rigidi, l'aumento dell'aiuto pubblico allo sviluppo agricolo e l'abbandono della produzione di bio-carburanti che contrasti con la produzione alimentare.
Infine, la crisi alimentare non può essere risolta a danno degli imperativi ecologici, poiché gli squilibri climatici e l'esaurimento dei suoli rappresentano altrettanti fattori aggravanti. Il rapporto della Valutazione internazionale delle scienze e delle tecnologie agricole al servizio dello sviluppo (Eistad) mette per esempio l'accento sullo sviluppo dell'agro-ecologia - che intende associare agricoltura e protezione dell'ambiente in un processo qualitativo e non quantitativo - filiere corte tra produttori e consumatori, e sulla valorizzazione delle conoscenze contadine e locali (15).

FONTE: di Jean-Christophe Kroll e Aurélie Trouvé, docenti ricercatori in economia agricola e alimentare all'Etablissement national d'enseignement supérieur agronomique di Digione (Enesad) - articolo in Le Monde diplomatique, gennaio 2009

NOTE:
(1) Cfr. il «Manuale di statistica» della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad), Ginevra, 2008. Il primato dell'Unione europea è inteso in termine di valore e per l'insieme dei prodotti agroalimentari, salvo i prodotti forestali e della pesca.
(2) L'ultima riforma della Pac, introdotta nel 2003 per il periodo 2005-2013, comportava una «clausola di rendez-vous» nel 2008 al fine di procedere ad una valutazione a metà percorso e ad eventuali correzioni. Tale clausola è stata denominata «Valutazione dello stato di salute» della Pac.
(3) Cfr. l'analisi di Jean Marc Boussard, «Faut-il encore des politiques agricoles?», Déméter 2001. Economie et stratégies agricoles, Armand Colin, Parigi, 2000, pp. 139-204.
(4) Tali aiuti, denominati anche restituzioni, vengono versati agli esportatori per rimborsare lo scarto tra un prezzo minimo garantito ai produttori europei e un prezzo di mercato, molto più basso all'epoca.
(5) Tali spese rappresentano il 40% del bilancio agricolo della Cee all'inizio degli anni '80 e il 6% nell'Unione europea nel 2005, secondo la Commissione europea. Nel 1990, esse rappresentavano oltre il 65% delle spese europee.
(6) Leggere Tristan Coloma «Il colosso multinazionale che tratta tutti i polli del mondo», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2008
(7) Bollettino statistico dell'Istituto nazionale di statistica e degli studi economici, Parigi, 7 luglio 2008.
(8) Statistiche agricole annuali, ministero dell'agricoltura e della pesca, Parigi 2008.
(9) Cfr. Commissione europea, «Environmental integration and the Cap», Bruxelles, 2002
(10) Leggere Anne-Cécile Robert, «Sono rari gli agricoltori che coltivano il grano», Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 2008
(11) Intervista con l'Agenzia di stampa africana, 20 aprile 2008.
(12) Questo ciclo di negoziati al Wto, che segue quello dell'Uruguay del 2001, è tuttora in corso nonostante fosse previsto che esso si concludesse entro il 1° gennaio 2005.
(13) Nel 2008, una larga maggioranza del Congresso americano ha votato una riforma della politica agricola che rafforzasse gli strumenti di regolazione dei mercati e dei redditi.
(14) Commissione europea 20 novembre 2008
(15) Questo studio, realizzato su scala internazionale, è stato pubblicato il 15 aprile 2008: www.agassessment.org (Traduzione di A. D'A.)

lunedì 12 gennaio 2009

Planned carnage