mercoledì 26 dicembre 2007

In rainbows - Radiohead


Dopo 4 anni e mezzo di attesa è uscito il nuovo album dei Radiohead, "In rainbows". Scaricabile ad offerta libera fin dal 10 ottobre (10 tracce), è ora acquistabile il discbox (in un cofanetto composto da 2 cds, 2 vinili da 12 pollici e un book con i testi e le artwork di Stanley Danwood) a 40£ (55 euro). In attesa di ricevere l'agognato pacco e provvedere ad una accurata recensione, è possibile godersi Thom &co. in questo video promozionale. Per chi non dovesse accontentarsi (come il sottoscritto) è possibile acquistare i biglietti per il concerto del 17 giugno 2008 all'Arena Civica di Milano. Quelli del 18 (inizialmente prima e unica data italiana) erano andati esauriti in pochissime ore. Chi vi scrive seguirà l'evento entrambe le serate. Il reportage sarà decisamente ricco...

martedì 18 dicembre 2007

Caucaso: vicende storiche e problemi presenti

1. Nel corso del vasto sommovimento politico derivato dal dissolvimento (o ‘implosione’) dell’ impero sovietico – dovuto al crollo dei fattori interni di coesione – esplosero nell’area del Caucaso conflitti di carattere nazionale ed etnico che s’intrecciarono ad un movimento separatista con caratteri peculiari e particolarmente complessi, nonché a problemi di grave portata legati alle condizioni economiche di alcune deboli realtà messe di fronte alle difficili prove del post-comunismo.
La transizione venne condotta all’insegna di una democrazia poco più che di facciata – sotto la quale permaneva, anzi, la vecchia nomenclatura politica – e di una privatizzazione dell’economia che ha de facto sostituito all’oligarchia comunista potenti e incontrollati gruppi di potere, spesso derivati direttamente dai ranghi della prima.
In questa fascia di collegamento geografico tra Mediterraneo e Asia, posta tra il Caspio e il Mar Nero, culturalmente più vicina alle propaggini occidentali dell’Europa ma altrettanto prossima alle zone ad altissima conflittualità del Medio Oriente, il cambiamento ha assunto un ritmo decisamente sostenuto a partire dagli anni Novanta del secolo scorso.
Sul versante politico, si è assistito al netto declino d’influenza politica e di presenza territoriale della potenza russa, parallelamente – e in maniera inversamente proporzionale – alla crescita militare degli Usa nella zona. Ciò non toglie che negli anni recenti, e dopo aver risolto una serie di problemi prevalentemente di natura economica, si sia manifestato sotto la presidenza Putin il tentativo di tornare a recuperare quello status di ‘madrepatria’ perduto nel 1991 dopo la fine dell’Urss. Nel momento in cui venne meno la struttura sovietica, infatti, lo spazio transcontinentale che l’Urss aveva ereditato dall’impero zarista dovette fare i conti con la propria storia, così da ricollocare le tante tessere di un mosaico fitto di nazionalità diverse - anche di piccola e piccolissima dimensione geografica e demografica – entro una nuova cornice politica il cui futuro poteva, forse, essere progettato a partire dal passato.

2. Regione per lo più montuosa, l’area del Caucaso si presenta come un complicato reticolo di popoli, lingue, religioni e alfabeti. Accanto alle 4 lingue maggiori (il russo nella bassa Ciscaucasia; il georgiano, lingua a sé stante, scritta con un proprio alfabeto; l’armeno, lingua indoeuropea anch’essa scritta con un proprio alfabeto; l’azero, molto affine al turco) è possibile rintracciare - quasi in ogni valle e in particolare sul versante settentrionale del Caucaso, in quelle piccole aree ancora appartenenti alla Russia che hanno tentato invano la strada dell’indipendenza (Karachaevo-Cherkessia, Cabardino-Balcaria, Ossezia, Inguscezia, Cecenia) – popoli con idiomi propri anche molto diversi fra loro. Marca di confine degli antichi imperi persiano, romano e bizantino, la Caucasia si trovò in seguito nel punto di attrito tra due movimenti espansionistici, quello arabo-islamico (poi turco) e quello russo – quest’ultimo riuscì a partire dal XVIII secolo a erodere una grossa parte del dominio del rivale (qui una breve panoramica). Nell’800 la conquista russa fu totale e si concluse con l’occupazione nel 1878 del porto georgiano di Batumi, nell’odiernia Agiaria. Dopo di allora, salvo la breve parentesi delle 3 repubbliche ‘bianche’ (Armenia, Georgia e Azerbaigian) subito dopo la Prima Guerra Mondiale, l’intera regione rimase sotto il governo di Mosca fino al 1991.
In seguito, venute meno le strutture economiche socialiste che assicuravano comunque una limitata stabilità sociale, la Caucasia fu investita da una serie impressionante di conflitti a sfondo separatista, religioso o etnico, che esplosero inizialmente nel Caucaso meridionale. Nell’ultimo decennio del 900, infatti, a causa della contesa tra Armenia e Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabakh e di quella nei territori autonomi georgiani dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud, si accesero violenti scontri armati che provocarono migliaia di vittime e costrinsero un numero enorme di persone all’esodo forzato.
In verità, già negli anni '40 Stalin, in una disastrosa ottica di precaria stabilizzazione delle nazionalità, aveva ordinato in tutta l'area massicce deportazioni che colpirono in particolare le popolazioni cecene, tatare, calmucche e meskete. Milioni di persone, con l'accusa di aver collaborato con gli occupanti tedeschi, furono trasferite nelle cosiddette 'zone speciali di popolamento' in Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan. Intere nazionalità, difficilmente assimilabili nelle strutture dello stato centralizzatore, scomparvero dalla carta politica, disseminate in luoghi distanti da quelli d'origine, nell'illusione di annullare popoli che avevano mantenuto consuetudini di resistenza (per esempio contro l'obbligo di uso del cirilico) e di insubordinazione contro il potere del regime di Mosca, sulla scia di una tradizione di ribellismo presente fin dai tempi degli Zar [1].
In alcune aree vicine, furono le stesse autorità politiche ad espellere con la forza popolazioni giudicate pericolose o comunque non omogenee alla nazionalità dominante: è il caso degli Ingusci, cacciati nel 1992 dall’Ossezia del nord e deportati in massa verso la confinante Inguscezia o dei Ceceni tra il 1994-95 e, una seconda volta, a partire dal 1999 (questione ancora aperta e sanguinosamente affrontata da Putin anche grazie alla scusa della lotta al terrorismo internazionale). Ma, un destino analogo toccò anche agli abitanti di nazionalità russa che, a seguito dei caotici rivolgimenti politici, vennero a trovarsi fuori dalla Federazione nella condizione di stranieri non graditi in quanto incarnazione di un dominio politico da cui, appunto, le nuove repubbliche caucasiche intendevano liberarsi.

3. Nei ultimi anni si è assistito alla penetrazione politica americana che ha ulteriormente peggiorato le cose. Un po' come in tutti i territori periferici ex-Urss o del Patto di Varsavia (Ucraina, Polonia, Balcani, Repubbliche centroasiatiche) anche nel Caucaso sono state sponsorizzate da Washington quelle rivoluzioni 'colorate' che avrebbero dovuto portare ad un nuovo corso. Tutto ciò non è avvenuto e, interessi delle compagnie petrolifere a parte - chi ne ha fatto le spese è stata la popolazione sottoposta alle rappresaglie russe, giustificate dopo il 2001 dalla lotta al terrorismo. La verità è che così come le altre aree citate, il Caucaso riveste un'importanza fondamentale nello smistamento delle risorse energetiche, in particolare quelle provenienti dall'Asia centrale e dal Caspio (grosso punto a sfavore per gli Usa) e diretti verso l'Europa. Gli Stati uniti sponsorizzano la cosiddetta “Baku-Ceyhan pipeline” (un gasdotto che partendo dalla capitale dell’Azerbaigian arriverebbe al porto turco di Ceyhan nel Mediterraneo passando per Tiblisi in Georgia ed evitando l’Armenia – ancora restia ad assoggettersi al volere di Washington) in antitesi al progetto russo del “Caspian consortium pipeline” (che invece partirebbe da Atyrau – porto kazako sul Caspio – per finire a Novorossisk sul Mar Nero – vicino la Crimea) che costringerebbe l’Ue a dipendere ancora di più dalla tenaglia energetica russa ed escluderebbe definitivamente gli Usa e le loro companies da ingenti guadagni. Senza contare la possibilità di far passare tutti i rifornimenti energetici dell’Iraq (ed eventualmente dell’Iran) tramite pipelines da costruire sul territorio turco – una volta portata all’interno del mercato comune europeo. Quegli stessi che, ad oggi, arrivano in Europa via mare, dallo stretto di Hormuz e poi dal canale di Suez – con costi decisamente più alti. A giudicare dal costante comportamento nei due mandati presidenziali, c'è da scommettere che Vladimir Putin non starà certo a guardare gli americani che fanno il bello e il cattivo tempo proprio sotto il suo naso.

lunedì 17 dicembre 2007

martedì 11 dicembre 2007

Turbogas, carbone 'pulito' e le favolette sull'energia non inquinante

Negli ultimi tempi abbiamo sentito parlare sempre di più di energie pulite e rinnovabili. Anche per effetto delle denunce di Beppe Grillo, i nostri politici sembrano essersi convertiti a queste necessità. Ma è vero quello che ci dicono? O per loro rappresenta solo l'ennesima occasione di guadagno personale? Non essendo un esperto in materia ho affidato il compito all'esimio ing. Mairic Ivanov. Il post va a contribuire (anche se decisamente in ritardo - era per il 15 ottobre 2007) alla campagna Blog Action Day il cui tema era quest'anno l'ambiente.

1. Se non ricordo male, la centrale detta Turbogas si differenzia dalla classica centrale termica (o termoelettrica) per il motivo seguente: la termoelettrica brucia un combustibile che può essere di varia natura, in origine era il carbone (uno dei motivi dell'avanguardia inglese nello sviluppo capitalistico).
Attualmente si bruciano prodotti di raffinazione del petrolio, ma si possono usare anche gas naturale e metano (eh sì, il preziosissimo gas del figlio di Putin serve anche a questo), per motivi di costo e per il fatto che il metano in combustione diventa vapore acqueo e anidride carbonica, che farà (forse) male per l'effetto serra, ma non è in alcun modo tossica, mentre i derivati del petrolio rilasciano in genere monossido di carbonio - che è quello che vi uccide se vi suicidate col tubo di scappamento in auto e che ogni tanto stecchisce nel sonno incauti utilizzatori di stufette.

2. Comunque, qualunque sia la natura del combustibile (che può essere al limite anche uranio o plutonio, si chiamano infatti centrali termonucleari), esso alimenta una vera e propria CALDAIA dove viene fatta bollire l'acqua e portata a pressioni molto elevate. Ottenuta questa "pentola a pressione", la si fa sfiatare dentro una turbina: le pale girano con questo 'sfiato' e azionano degli alternatori i quali [...] producono corrente elettrica e vi potete appicciare il computer per leggere queste pallosissime cazzate! Quello che sfiata dalla turbina è vapore (inquinamento solo di tipo termico), mentre quello che esce dalla caldaia dipende da cosa si è bruciato. Perciò, quando vi parlano di centrali a "carbone pulito" potete farvi una grassa risata.
Sostanzialmente e concettualmente, non c'è niente di diverso dalla prima macchina a vapore di Watt, solo che mentre in quel caso il vapore azionava direttamente congegni meccanici (le macchine tessili a cui quei bastardi inglesi avevano incatenato il proletariato espropriato dalle common lands e contro le quali si scagliò l'indimenticato John Ludd) nel caso delle centrali elettriche ad essere azionato è un congegno che trasforma l'energia meccanica in elettrica, l'alternatore appunto. Il problema di questi impianti è il rendimento e si riallaccia sulla giusta osservazione sul "presioso" gas. Infatti nel passaggio dell'energia da chimica ("contenuta" nel combustibile) a termica (combustione) a meccanica (pale rotanti) a elettrica, o meglio, in ognuno di questi passaggi, una parte dell'energia iniziale - manco tanto piccola - se ne va a puttane come calore disperso nell'atmosfera. A spanne e mediamente, circa la metà diventa energia elettrica (e manco sempre). Si capisce che il problema di ricavare la massima energia elettrica da una data quantità di combustibile (scarsa! e qui entra in gioco l'economia...) non è da poco conto, co' sti chiari di luna: Putin per l'appunto, Ahmadinejad, Chàvez etc. che guarda un po' se sti stronzi di sottosviluppati TERZO MONDO ci debbano negare così i loro carburanti! (e qui entra in gioco la politica).

3. Premesso che c'è un modo per alzare un po' i rendimenti (impianti di cogenerazione per esempio, recuperi un po' di calore che andrebbe disperso per riscaldare gli ambienti o l'acqua per uso civile), restano comunque non alti.
Molto di più lo sono invece quelli delle centrali dette Turbogas. In questo caso infatti, il combustibile non serve a scaldare e far evaporare l'acqua, ma, bruciando, crea una nube con i prodotti della combustione stessa (a temperatura più alta e pressioni maggiori del vapore) che viene poi fatta sfiatare direttamente per azionare le pale della turbina. L'energia meccanica trasmessa è maggiore, inoltre c'è un trasferimento di energia in meno (dal combustibile al gas), va da sé che i rendimenti sono più alti, cioè a parità di roba bruciata, produco più energia elettrica (che è quella che ci interessa, perché è la più facilmente distribuibile).
In questo caso il ciclo assomiglia molto a quello dei motori a scoppio - nelle versioni Otto e Von Diesel, quello che poi inventò i famosi jeans (hehehe!) - in cui l'espansione dovuta al liquido che brucia è trasformata direttamente in energia meccanica muovendo i pistoni del motore.
Dunque, se la prima potevamo assimilarla ad una megapentola a pressione, questa potremmo assimilarla ad una mega-automobile (ferma però). Quello che sfiata dalla turbina però in questo caso non è vapore, ma i prodotti di combustione, compresi un po' di monossido, idrocarburi incombusti, qualche polvere sottile, e tutte quelle belle cosucce che possono uscire dallo scappamento della macchina. Poi si catalizza anche lì quanto ti pare, ma vattela a respirare tu la marmitta della macchina!!! Questo spiega anche perché nessuno le voglia vicino casa. Anche perché - ma dovrei verificare - mi pare che non si usi il gas naturale e/o il metano, perché l'espansione in combustione di gas è minore di quella dei liquidi e da questa dipende la pressione con cui 'sfiata' (anche intuitivamente). Tra l'altro il metano ha rischi di detonazione a certe pressioni - vedi incauti manutentori di caldaie/tubature che poi salta per aria un palazzo all'improvviso...

4. Detto questo non credo nemmeno che l'Enel ci abbasserà la bolletta per metterci un mega-tir in casa, e se anche fosse non credo che il risparmio basterebbe a pagarsi le cure e le medicine anticancro... effettivamente servirebbe il parere di un medico/epidemiologo, ma l'elettrocarbonium (qui ad Ascoli Piceno) ce la ricordiamo con i suoi tumori alla vescica e alle ossa; non voglio dire che sia la stessa cosa, ma sarebbe spiacevole scoprire DOPO che la cosa era cancerogena - intendo quando già ce l'hai, no?
Poi se uno dicesse che queste iniziative andrebbero sabotate, gli si dà del terrorista... che brutte munne! Vi ho annoiato, lo so, immagino il giramento di pale, ma non c'era un modo migliore di spiegarsi... poi lo capite perché tanti anni di ingegneria ingenerano turbe psichiche???

ing. Mairic Ivanov
* Firma anche tu la petizione contro la realizzazione di una centrale turbogas ad Ascoli Piceno: http://www.petitiononline.com/ap301207/petition.html
APPROFONDIMENTI (video):
- Si produce poca energia (intervista del Presidente della Provincia di Ascoli Piceno Massimo Rossi)

giovedì 6 dicembre 2007

Il quinto Zar

1. Anche se in tono minore rispetto a quanto ci si attendeva, le elezioni parlamentari russe hanno definitivamente incoronato Vladimir Vladimirovic Putin quinto Zar di tutte le Russie. Ereditando le rovine dell’impero sovietico, in otto anni ha posto le basi per il nuovo impero russo, il quinto appunto – se si accetta la classificazione dello storico Philip Longworth – dopo quelli di Kiev (850 ca.-1240), di Mosca (1400 ca.-1605), dei Romanov (1613-1917) e dei bolscevichi (1918-1991)[1]. Quando nel 2000 Putin salì al potere la Russia era molto simile ad un immenso buco nero assoggettato all’egemonia americana, divorato da una lunga lista di oligarchi – a cominciare dalla combriccola di Eltsin – e sottoposto a derive indipendentiste di stampo etnico.
Sebbene gli oligarchi siano rimasti, è anche vero che la Russia macina cifre in termini economici impensabili in Europa: negli ultimi 8 anni il Pil è cresciuto ad una media del 6,5%, si è quasi dimezzato il numero di coloro che vive al di sotto della soglia di povertà e il tasso di disoccupazione è passato dal 10% al 7%. Pur non essendo la realtà esattamente così, sono dati che, da soli, basterebbero a spiegare l’enorme consenso di cui Putin gode. In politica estera ha restituito ad una Russia monca per le defezioni della sua periferia il ruolo di primo attore, brandendo sapientemente la più potente delle sue armi atomiche, quella energetica. Lo ha fatto cancellando de facto lo stato di diritto, seppellendo la democrazia. Ma i russi, spinti dal loro grande nazionalismo, amano i personaggi forti e si accontentano di quel po’ di miglioramento nelle condizioni economiche e di vita che effettivamente c’è stato, anche se per lo più concentrato nelle grandi città e per poche fasce sociali. Putin incarna il recupero della sovranità russa, a cominciare da quella parte del corpo imperiale provvisoriamente amputato ma destinato a riallacciarsi alla madrepatria, dove altri pretenderebbero di coltivare il loro orticello (in primis per motivi energetici Ucraina, Bielorussia, Kazakhistan, Armenia e Georgia). Ed arroga a sé, in un modo o nell'altro, una sorta di diritto morale di governare.

2. Con il voto per la Duma, la camera bassa del Parlamento, si è svolto in Russia il primo atto di una lunga marcia elettorale che si concluderà a marzo 2008 con le presidenziali. Costituita da 450 rappresentanti, ha il potere di proporre e approvare le leggi; esprime il consenso in merito alla nomina del Primo ministro da parte del Presidente; può votare la sfiducia al Governo e dare inizio alle procedure d’impeachment (messa in stato d’accusa del Presidente), ma la destituzione definitiva è prerogativa della Camera alta, il Consiglio della Federazione.
Questa è la quinta elezione dell’organo statale dal 1993, quando a guidare il paese c’era Boris Eltsin, l’artefice delle riforme shock nel campo dell’economia (breve rassegna delle precedenti elezioni). Ma con una nuova legge elettorale che - abolito il vecchio sistema metà proporzionale e metà maggioritario per un proporzionale secco - proibisce la formazione di blocchi, elimina dalla scheda l’opzione per votare ‘contro tutti i candidati’ (che aveva registrato un buon consenso 4 anni fa) e alza dal 5 al 7 per cento la soglia di sbarramento utile ad accedere alla Duma. Una vera catastrofe per i partiti di opposizione liberale, destinati a rimanere fuori della porta. I risultati sono stati impietosi.
L’affluenza alle urne è stata del 63%, dato molto importante e positivo per il Cremlino, che temeva una forte astensione la quale avrebbe potuto moralmente inficiare il voto. Ma così non è stato e – scontata vittoria di Putin a parte - sono solo 4 i Partiti che entrano nella Duma: Russia Unita con il 64,1%, Partito Comunista 11,6%, Partito liberal-democratico 8,2% e Russia Giusta 7,8%. Rimangono invece fuori le formazioni cosiddette liberali (filo-occidentali): oltre allo storico Yabloko, l’Unione delle forze di destra (Sps) e il Partito agrario (15 i partiti ammessi a partecipare – panoramica sistema partitico).
Scontati e – peraltro – evidenti, i brogli denunciati da più parti sono stati perentoriamente spediti da Vladimir al rispettivo mittente. Se lo può permettere. E’ lui che muove i fili nella nuova Russia. Alle prossime presidenziali dovrà lasciare l’incarico – come impone il dettato costituzionale – e, come lui stesso ha più volte ampiamente rassicurato, al Cremlino siederà un nuovo capo di stato. Ma ha sempre lasciato intendere di non pensare minimamente ad un futuro da pensionato, anzi di voler mantenere un ruolo di primo piano nella vita politica russa. In attesa, ovviamente, di tornare alle presidenziali successive dopo la pausa necessaria per non violare la Costituzione o, magari, un rientro ad interim in seguito a dimissioni anticipate: Putin ha studiato tutte le alternative e mosso tutte le pedine in quella che è sembrata essere una sua personalissima partita di scacchi. Il vero problema di questa ipotesi è il rischio di vedersi soffiare il posto da un presunto fantoccio che pensava di poter controllare. Le cose – la storia lo insegna - potrebbero andare in maniera diversa.
Altre ipotesi vorrebbero Putin avventurarsi – pur avendo attualmente i numeri - in un rischioso cambio di forma di governo (al fine di succedere a sé stesso diventando, per esempio, primo ministro di una repubblica parlamentare) o creare una figura ad hoc, ritagliata su misura, superiore agli altri organi già esistenti. Ma c’è chi dice che Putin potrebbe rimanere dietro le quinte per un po’ di tempo e piazzare semplicemente alcuni fedelissimi in quei posti chiave che ancora mancano alla sua fitta ragnatela di clientele – la cosiddetta ‘verticale del potere’.
Troppo giovane per andare in pensione, troppo esperto politicamente per ridursi a una carica (per esempio quella di primo ministro) dalla quale potrebbe essere facilmente rimosso dal nuovo Presidente - soprattutto dopo essere stato Presidente per due mandati e godendo tuttora di una popolarità enorme. Cosa succederà? Indicazioni forse decisive a metà dicembre quando vi sarà l’indicazione di Russia Unita per il suo candidato alle presidenziali di marzo.

3. Basta guardare la cartina geografica per capire che la Russia è un protagonista assoluto della geopolitica mondiale. Confina con tutti i principali attori - effettivi (Usa, Cina e Giappone a est) e aspiranti tali (Ue) – e il suo spazio consente di avere una posizione privilegiata nelle prossime partite geopolitiche, l’Artico ed il Caspio. A sud deve fronteggiare il separatismo islamista e nell’Asia centrale è impegnata nel controllo e nello smistamento delle immense risorse energetiche che possiede. Ma è a ridosso dei suoi confini che si addensano le nubi più grigie: dall’Artico al Baltico, dai Balcani al Mar Nero, fino al Caucaso e all’Afghanistan, a tutte le frontiere sensibili del territorio russo campeggia la Nato - ossia l’America con un vestito diverso, quello di chi fomenta e finanzia le rivoluzioni ‘colorate’ per annettere paesi ex-patto di Varsavia all’alleanza atlantica – e la prospettiva di uno scudo spaziale con missili intercettori piazzati davanti alla porta di casa accresce le fobie del Cremino e ne stimola la classica sindrome da accerchiamento. Paradossalmente, la fine della guerra fredda ha rimilitarizzato le relazioni russo-americane.
Bush ha occupato la Casa Bianca quando Putin aveva appena finito di arredare i suoi uffici al Cremlino, in un momento in cui l’élite americana considerava l’ex avversario sconfitto una specie di bacino dal quale attingere, un paese con un regime di affaristi preoccupati solo dei loro conti svizzeri, abitato da un popolo in fervida - quanto vana - attesa dei paradisi evocati dai neoliberisti di mezzo mondo. Otto anni dopo la Russia registra una decisa impennata nel termometro del potere mondiale, proprio mentre gli Usa si scoprono più deboli, non in grado di dettare l’agenda altrui e, anzi, sempre più bisognosi di tutti per rimanere almeno primi inter pares.
Le priorità geopolitiche di Putin partono dal recupero dei tre blocchi persi dopo la dissoluzione dell’Urss (Balcani, Ucraina e Bielorussia ad ovest, Caucaso a sud e Kazakhistan a sud-est), in particolare il Caucaso - il cosiddetto ‘estero interno’ vero e proprio buco nero dell’impero russo. Il secondo passo è quello di tenere agganciata l’Europa grazie alla tenaglia energetica, le cui ganasce si estendono dai rifornimenti che passano per i Balcani (e partono dalle riserve di gas dell’Asia centrale) al nuovo gasdotto del Baltico, il Nord Stream (il cui gas è quello siberiano che, in parte, va anche ad abbeverare il sistema industriale cinese). Infine, di fondamentale importanza sono le relazioni con i cinesi e – cosa che preoccupa non poco Washington – lo sviluppo della rete delle intese energetiche basate su contratti bilaterali a lunga scadenza con Pechino, l’India e le altre economie emergenti, che spazzerebbero via le companies americane e buona parte delle majors occidentali.L’atteggiamento e la strategia americana verso la Russia saranno, ad ogni modo, determinati dalla prossima presidenza Usa e influenzati dalle relazioni con la Cina, soprattutto per il ruolo che ha lo Yuan (o Renminbi cinese) nella copertura del debito a stelle e strisce. Se Washington vedrà in Pechino un rivale, avrà bisogno di Mosca per contenerlo, se, invece, individuerà nell’Impero di Mezzo un valido partner, la Russia scadrà nell’ottica della Casa Bianca a pedina secondaria. Ma in ogni caso, come hanno insegnato Nixon e Kissinger nei primi anni ’70 con la cosiddetta ‘diplomazia triangolare’, per Washington è vitale tenere la Cina ben separata dalle Russia. Solo una cosa è sicura: chiunque tratterà con Mosca avrà a che fare con lo Zar Putin.


NOTE:

[1] Fonte: Eurussia?, editoriale di Limes 6/2006, La Russia in casa.

[*] Per la vignetta - disegnata qualche mese fa in occasione del vertice Putin-Prodi nel quale si sarebbe dovuto trattare il tema dei diritti umani - si ringrazia il solito Marco Viviani.

sabato 1 dicembre 2007

Annapolis, l'ennesima farsa

1. Sorrisi, strette di mano, banchetti, brindisi con tanto di cin-cin, vuota retorica e tanti applausi: le scene viste ad Annapolis sono purtroppo molto simili a quelle che si è abituati a vedere dal 1993, quando ad Oslo partì quel fantomatico oggetto misterioso che viene definito ‘Processo di pace’. E' solo l'ultimo capitolo in ordine di tempo di una farsa. C'era da aspettarselo.
Perché come ogni volta, dietro la parvenza di quello che la comunità internazionale vuole spacciare per accordo, si celano altri interessi e altre strategie. Per continuare il progetto imperiale - oltre al tentativo di condizionare la politica interna statunitense del prossimo mandato - George 'dabliù' e la brigata neocon stanno costruendo un asse sunnita-moderato per isolare Teheran e limitarne l'influenza nella regione, visto che un attacco diretto sembra alquanto improbabile nelle condizioni attuali. Ma ha anche bisogno di lasciare l'immagine - aiutato dai sempre più pietosi think tank occidentali - di colui che ha strenuamente tentato di riportare la situazione alla normalità e cancellare così gli errori della sua disastrosa presidenza. Normalità per lui e i suoi compiacenti - of course. Come si fa infatti a chiamare conferenza di pace un incontro in cui sono assenti proprio i soggetti (Iran, Hamas) che dovevano, ragionevolmente, essere i primi invitati?

2. Sul piano regionale, è chiaro che Annapolis rappresenta l’atto finale dell’accerchiamento alla repubblica islamica, con l’evidente – quanto impossibile – obiettivo di un ‘cambio di regime’ a Teheran, da perseguire – tanto per inziare - tramite una serie asfissiante di sanzioni economiche. Ma c’è chi a Washington vorrebbe l’ennesima guerra, magari preparando ancora un po’ il campo gettando benzina sul fuoco dei separatismi etnici, soprattutto quello curdo e baluci.
Con l’esercito americano in Iraq e Afghanistan e le alleanze con Turchia e Pakistan, il confezionamento di un asse anti-iraniano (‘sunnita-moderato’) stringe ulteriormente il cerchio: dai già allineati Egitto, Giordania e Arabia Saudita, si amplia agli altri stati della penisola arabica. Di più: Annapolis è il chiaro tentativo di incrinare la tradizionale alleanza siro-iraniana, facendo concessioni ad Assad sul Golan e sul tribolato fronte libanese.
La presenza siriana (manca però l’Iraq) è così servita all’amministrazione Bush per pubblicizzare il carattere ‘panarabo’ dell’iniziativa e per sondare il terreno con Damasco su un eventuale futura intesa per indebolire Tehran e i suoi alleati, in primis il movimento palestinese Hamas e quello libanese Hizbullah. Nell’ottica statunitense, inoltre, se la Repubblica islamica va isolata dal contesto arabo, l’attuale governo iracheno di Nuri al-Maliki non va ulteriormente indebolito o esposto a nuove minacce da parte dei clienti iraniani in Iraq. La sua assenza si spiega, quindi, solo mettendo da parte la questione palestinese e considerando l’enorme influenza di cui alcuni ambienti politici iracheni vicini all’Iran godono nei palazzi del potere di Baghdad.
Annapolis è, dunque, la rampa di lancio dell’imminente attacco all’Iran? Molti giurano di si, altri, più realisticamente, collocano l’evento nella seconda metà del 2008.
Per come sono messi gli Stati uniti credo che sia decisamente improbabile. Da anatra zoppa diventerebbero un'anatra stecchita, con le fiere cinesi e russe a dividersi la carcassa. A prescindere da quale tipo di attacco si prospetti: dando per scontato che un’operazione terrestre sia fisicamente impossibile (per la natura del territorio iraniano, per la potenza delle sue truppe e per il fatto che gli americani sono già fortemente impegnati in altri 2 fronti) rimarrebbe l'opzione ‘Osirak’ sul tavolo. Ma anche quella costituirebbe una sorta di suicidio, soprattutto in un momento in cui mutui sub-prime, indebolimento del dollaro e debito pesano come macigni. Senza contare tutti gli altri motivi: dalle certe ritorsioni iraniane in Iraq e in Israele (tramite Hizbullah e Hamas) fino alle ‘proteste’ sino-russe che costringerebbero gli Usa ad impegnarsi in una guerra commerciale che finirebbero per straperdere. Per non parlare poi del fattore ‘prezzo del petrolio’ che con la chiusura dello stretto di Hormuz raggiungerebbe livelli impensabili e insostenibili. Dal canto suo l'Ue non ha il potere per fare nulla e i singoli stati membri possono esclusivamente decidere se stare al fianco dell'impero o distaccarsene per ragioni commerciali e/o ideologiche.

3. Vista dallo scenario interno israeliano e palestinese, la conferenza è finita prima ancora di cominciare a causa della debolezza interna dei rispettivi leaders: se Abbas – con Gaza in mano ad Hamas e la Cisgiordania ridotta a brandelli – rappresenta poco più che sé stesso, dall’altra parte Olmert non dorme sonni tranquilli, incalzato dall’opposizione di destra. In particolare, dal parlamentare Avigdor Lieberman che pretendeva di imporre ai palestinesi un’ulteriore condizione: il riconoscimento di Israele in quanto ‘stato ebraico’. Per Zvi Bar’el [1] l’unico risultato di Annapolis sta nel fatto che “adesso Olmert può elogiare Abu Mazen, dicendo che finalmente c’è un interlocutore palestinese con cui dialogare. Il problema, purtroppo per lui, è che manca l’interlocutore israeliano”.
Per cui tutto è già stato deciso dalla Knesset, il parlamento israeliano, che ha approvato una proposta di legge che sposta a 2/3 (80 parlamentari) la maggioranza necessaria al governo per modificare i confini di Gerusalemme – fino ad ora bastava la maggioranza assoluta. Secondo la Costituzione, inoltre, dopo l’approvazione nell’iter parlamentare, la modificazione deve essere sottoposta a referendum.
Rimangono, così, irrisolte tutte le questioni che ben si conoscono e che nel 2002 erano state riformulate in base al piano di pace arabo lanciato dall’iniziativa saudita. Ma Israele non ha mai accettato quel piano e non ne ha presentato uno suo che proponesse una soluzione decente ai nodi più spinosi. Anzi. “I tentativi di Israele di far fallire la conferenza di Annapolis – si chiede Raghida Dergham [2]prima ancora del suo inizio sollevano un interrogativo fondamentale: se Israele vuole veramente la pace, perché si comporta così? (…) Le posizioni di Israele, che punta a sabotare la conferenza, rientrano nel suo tentativo di mettere in difficoltà i moderati palestinesi (…) sta cercando di fomentare la divisione tra palestinesi perché è convinto che sia nel suo interesse. E si sta già preparando militarmente per la fase successiva ad Annapolis, che prevede un’ondata di ribellione contro l’Anp se la conferenza non farà avanzare in modo significativo il processo di pace”.

4. Gli ostacoli alla pace erano già ampiamente stati ricordati in un'ottima analisi di un gruppo di ricerca dello US/Middle East Project, Inc.: il problema dei confini del ’67, continuamente eluso da Israele con gli insediamenti e il muro in Cisgiordania, lo status di Gerusalemme, che la politica abitativa israeliana ha sottratto agli arabi (64 kmq in meno rispetto alla guerra dei ‘sei giorni’), il ritorno e il risarcimento dei profughi dal ’48 a oggi, e, non meno importante, il controllo delle risorse idriche, già abbondantemente a favore di Tel Aviv (cliccare sulla scheda a sinistra per ingrandirla). Tutte queste cose non preoccupano minimamente Abu Mazen, ma hanno suscitato le proteste di Hamas e di tutta l’opposizione integralista. Già, proprio Hamas – l’unico attore definibile legittimo, ma trascurato dai potenti che vorrebbero imporre la loro visione di ‘pace’.Come ebbe a scrivere Henry Siegman, autorevole studioso del Council on Foreign Relations, in un'ottima analisi ("Hamas: the last chance for peace", The New York Review of Books, vol.53, n.7 del 27 aprile 2006) Hamas si è dimostrato un attore pragmatico e, soprattutto, l'unico del dopo Arafat - che personalmente non giudico nel complesso buono - forte di una grossa legittimità popolare tanto da poter affermare che proprio senza di esso la pace sembrerebbe impossibile. E invece...strangolamento. Aggiungerei un elemento: perché IsraelUsa insiste col cavallo morto Abu Mazin invece di sciogliere le briglia a Barghuti? Risposta semplice: quest'ultimo - che pure è di Fatah - cercherebbe un proficuo dialogo con la parte moderata di Hamas; al contempo Hamas non presterebbe il fianco cercando aiuto a Teheran (sappiamo tutti che lo farebbe, anche solo per motivi religiosi come la contrapposizione sunniti-sciiti) e probabilmente non avrebbe neanche sconfinato nel controproducente golpe di Gaza. Il popolo palestinese conquisterebbe forse definitivamente una vera coscienza di sé. Troppo poetico e degno di un sognatore?

NOTE:

[1] Dar al-Hayat, Libano - Vincere l'indifferenza, Internazionale n.720.
[2] Ha'aretz, Israele - Alla prossima volta, Internazionale n.720.
* PER APPROFONDIRE:
- Dietro le quinte di Annapolis, DOMINIQUE VIDAL - Le Monde diplomatique, novembre 2007.

venerdì 30 novembre 2007

giovedì 29 novembre 2007

260 milioni di che?

Trovo decisamente inopportuno tutto il parlare e lo scrivere che si è fatto sulla richiesta dei Savoia di essere risarciti per le sofferenze che l'esilio avrebbe loro causato e spenderò, dunque, solo poche parole. Questi buffi signori - che tra l'altro si esprimono in un italiano molto particolare - dovrebbero ritenersi fortunati per il solo fatto che è stato loro permesso di rientrare nei confini nazionali.
Ora, dopo tutti i guai e le sofferenze - queste si - che hanno provocato al nostro popolo e alla nostra nazione, vorrebbero essere risarciti. A mio avviso dovrebbero essere loro a risarcire il popolo italiano. E non mi venga a dire il damerino Filiberto che le colpe furono del nonno e che lui e gli altri non possono pagare per eventi che appartengono alla storia. Senza entrare nel merito e nei particolari - cose buone per Vespa e i suoi ridicoli ospiti - mi sembra decisamente scontato affermare che dovrebbero baciarci i piedi - non a me che non li avrei mai riaccettati, ma a quel Parlamento che ha abrogato la XIII disposizione transitoria della Costituzione della Repubblica (se lo mettano bene in testa!) Italiana - per questa concessione.
Si accontentino, quindi, di essere considerati dei semplici cittadini (non ho approfondito il fatto se siano stati loro dati i diritti di elettorato attivo e passivo) e non vengano ad avanzare pretese che non stanno né in cielo né in terra. Altro che 260 milioni di euro! Se la cosa non sta loro bene possono sempre tornare a vivere a Ginevra e lasciare noi in pace.

martedì 27 novembre 2007

Chiamiamo le cose con il loro nome

L'uccisione a Kabul del maresciallo capo Daniele Paladini ha riaperto l'indecente dibattito sulla guerra in Afghanistan e tutta la sequela degli interventi delle pubbliche autorità che, come al solito, sfruttano queste occasioni per prestare il loro volto alle tv al fine di sembrare umani. Con la loro sfrontata ipocrisia possono, però, ingannare pochi.
La morte di una persona è sempre una cosa triste e ingiusta. Premesso che chi decide di andare in missione all'estero può farlo per soldi, per ideali o semplicemente perché ama il suo lavoro, è chiaro che sa di andare incontro a grossi pericoli. Ma del resto, anche facendo un lavoro meno pericoloso si può morire: se dall'inizio della missione italiana in Afghanistan sono deceduti 11 soldati, le morti bianche - quelle sul lavoro - sono decisamente più numerose (e non destano tutte queste finte commozioni).
Detto questo, non trovo giusto - anzi reputo molto fazioso - il tentativo di tutti i media di far passare i nostri militari in missione come degli eroi "perché sono lì a difendere la nostra patria". Non è assolutamente vero! Come non è vero che è una missione di pace. Non lo era con il governo Berlusconi e non lo è adesso che c'è Prodi. Da chi ci difenderebbero? Gli afghani ci hanno forse mai attaccati? La vogliamo ancora menare con i fantomatici terroristi (che pure esistono, per carità)? I nostri militari sono lì solo perché così ci è stato richiesto - anzi ORDINATO - da Washington. Punto e basta. E sono lì a fare una guerra che ha prodotto migliaia di morti civili (quelli si che sono eroi) e ha sortito l'unico effetto di schiacciare i poveri abitanti del luogo tra taliban, signori della droga e contingenti stranieri. Da che mondo è mondo i militari non costruiscono un bel niente, semmai lo distruggono. O vogliamo forse credere che impugnino fucili e mitragliatori come fossero vanghe o cucchiaie da cemento? Masuvvia! Certo i nostri sono molto più umani dei marines, ma smettiamola di fare insulsa demagogia.
Nel frattempo, le nostre spese militari sono aumentate del 30% (e parliamo di miliardi di euro) mentre quelle sociali vengono continuamente tagliate. Vuoi vedere che ‘x fare del bene (???) agli altri’ ci diamo la zappa sui piedi da soli? Ma poi, siamo sicuri che essere complici di bombardamenti e devastazioni possa essere spacciato come tentativo di aiutare “quei poveracci”? E se poveracci fossimo solo noi? Abbiamo veramente bisogno di acquistare nuovi armamenti dagli americani facendoli passare come normali equipaggiamenti NATO?
A mio modo di vedere – e posso ragionevolmente pensare di non essere l’unico – è ora di smetterla con tutta questa dilagante faziosità dell’informazione e iniziare a fornire alla gente visioni giuste ed imparziali. Ricordiamo tutti insieme i nostri connazionali morti in missione, stringiamoci intorno ai loro cari che non li avranno più indietro, ma facciamo in modo, una volta per tutte, di chiamare le cose con il loro vero nome.

martedì 20 novembre 2007

E voi la chiamate democrazia

Nell'immaginario comune - degli stolti, direi io - quella degli Stati uniti d'America è la più grande democrazia del mondo. Ma come converranno coloro che stolti non sono, democrazia è oggigiorno un vocabolo ampiamente inflazionato, nel senso che, essendo ormai usato in modo decisamente inappropriato, ha assunto un significato che spazia dal tutto al niente. Cosa vuol dire quindi democrazia? Libere elezioni? La possibilità - o meglio la parvenza - di poter fare determinate cose? Senza voler scendere nell'etimo del vocabolo - e senza voler chiamare in causa la filologia - mi limiterò a sottolineare che l'elemento principale di quella forma di gestione della cosa pubblica che comunemente definiamo come democrazia assume il nome di garanzia. Garanzia che lo stato, anch'esso assoggettato al diritto, non abbia a prevalicare quei diritti fondamentali che spettano a tutti per il solo fatto di essere nati (concetto dello 'stato di diritto'). Così come definito, però, questo non avviene. Nemmeno nella 'più grande democrazia del mondo'. Quella stessa che ha la presunzione di volersi diffondere (a suon di bombe) in tutto il globo.
Capita, allora, che un ragazzo di 18 anni, magari in una situazione sospetta, venga freddato da agenti di polizia con 20 colpi di pistola e poi, una volta morto, (e ci mancherebbe altro, mica è Duncan McLoud - l'ultimo immortale) il suo cadavere venga ammanettato perché così prevede la procedura standard (questa la giustificazione di Paul J. Browne, capo del dipartimento di polizia di New York) avallata, tra l'altro, dal cosiddetto Patron Guide. E non è neanche l'unica volta che accade, visto che tre anni fa tre uomini vennero colpiti nel Queens da almeno 50 proiettili della polizia.
Si chiamava Khiel Coppin e l'unico reato che aveva commesso era quello di impugnare una spazzola in una situazione che il dipartimento di polizia di New York City ha definito 'sospetta'. L'accaduto ha sollevato una grandissima indignazione sul New York Times, ma la stampa italiana non ha evidentemente ravvisato la necessità di informarci su quest'episodio di barbarie umana. Per fortuna (espressione probabilmente non appropriata) sono sempre più numerose le critiche di coloro che considerano quest'episodio un’offesa alla dignità dell’individuo. "Ammanettare qualcuno che è stato ferito, o che è già deceduto o che sta morendo è una delle cose più barbare, inutili e orribili che la Polizia possa commettere", ha detto l’avvocato Ronald Kuby.
Cosa ci lascia in eredità questa triste vicenda? L'immagine di una 'democrazia' (che poi viene a dare lezioni di garantismo a noi italiani) bisognosa della coercizione, della violenza e dell'imposizione completamente al di fuori di ogni pratica umana per perpetuare la propria sopravvivenza e la propria capacità di attrattiva. Ma solo per gli stolti.

venerdì 16 novembre 2007

I risvolti delle ultime elezioni in Europa

Tra la fine di settembre e la seconda metà di ottobre si sono tenute - in ordine cronologico - elezioni in Ucraina, Polonia e Svizzera. Al di là delle singole differenze, i risultati sono stati sorprendenti e hanno aperto lo spazio ad una serie di interrogativi che rimbalzano da una parte all'altra dell' Europa. Ma cosa c'è dietro ai singoli eventi?


L'UCRAINA TRA MOSCA E LA NATO - La storia recente dell'Ucraina prende le mosse dalla cosiddetta 'Rivoluzione arancione', quel movimento di protesta nato all'indomani delle elezioni presidenziali del 21 novembre 2004 che videro, in un primo momento, la vittoria del filo-russo Yanukovic - delfino dell'ex-presidente Leonid Kucma. Elezioni contestate dal filo-occidentale Yuscenko che denunciò brogli. A seguito delle proteste, la Corte Suprema ucraina invalidò il risultato elettorale e fissò nuove elezioni per il 26 dicembre. Questa volta ad uscirne vincitore fu proprio Yuscenko, con il 52% dei voti contro il 44% del suo sfidante.
La situazione di stallo si è trascinata fino alle elezioni per la Rada, il parlamento ucraino, tenutesi il 26 marzo 2006, in cui la "coalizione arancione" presieduta da Yuscenko‎ è uscita notevolmente ridimensionata a causa del tradimento di una parte della coalizione - il partito socialista. E così, Yanukovic si è ritrovato a vestire la carica di primo ministro. Il culmine della crisi politica si è raggiunta nel momento in cui il partito di opposizione, il Blocco di Yulia Tymoshenko, ha sostenuto il governo proponendo una legge che annullasse il potere di veto del Presidente.
Yuscenko, preoccupato per il fatto che la coalizione di governo si sarebbe assicurata una maggioranza dei due terzi necessaria per annullare il proprio potere di veto, chiese, con il sostegno dell'opposizione, che il diritto dei singoli membri di una fazione parlamentare a sostenere la coalizione al governo fosse ritenuta contraria alla
Costituzione. La seguente decisione di Yuscenko‎ (2 aprile 2007) di firmare un decreto per sciogliere il parlamento e indire nuove elezioni legislative - poi bocciato dall'assemblea - ha scatenato le proteste del premier Yanukovic e dei suoi sostenitori.
Il 30 settembre 2007 la crisi è sfociata in elezioni parlamentari anticipate, frutto di un accordo tra i due Viktor e il presidente del Parlamento, Moroz. Secondo l'attuale sistema elettorale ucraino, i 450 seggi sono divisi tra i partiti che raggiungono un minimo del 3% dei voti totali e numero dei seggi assegnati ad ogni partito che abbia superato tale soglia, è calcolato utilizzando il metodo del maggior resto. L'esito è stato quantomai controverso: se il Partito delle Regioni di Yanukovic è risultato essere il primo partito, la coalizione tra il Blocco di Julija Tymoscenko e il partito Nostra Ucraina di Yuscenko ha, de facto, la maggioranza dei seggi (cliccare sulla cartina per vedere la loro distribuzione).
L'Ucraina è, però, ben lungi dalla stabilità politica. Dopo la 'rivoluzione arancione' sponsorizzata da Washington (come in Georgia - ricordate la 'rivoluzione delle rose'?) l'ex-repubblica sovietica si ritrova divisa a metà tra spinte all'occidentalizzazione e vecchi legami con l'establishment di Mosca. A cosa poteva portare tutto ciò se non al caos nella politica interna del paese? Si sa benissimo che gli americani hanno, giocoforza, portato l'Ucraina (così come hanno fatto e stanno facendo a vario titolo con Repubblica Ceca, Polonia, Serbia e tutti i Balcani, Caucaso, Repubbliche centroasiatiche) all'interno della Nato. Le loro intenzioni le possiamo agevolmente capire tutti quanti. D'altro canto, Putin non è certo stato a guardare: il conseguente spostamento politico dell'Ucraina verso occidente sancì da parte di Gazprom l'aumento delle tariffe del gas fino al prezzo di 230 dollari, rispetto a quello precedentemente praticato di 50. Gli sviluppi di questa contrapposizione, insieme a quella tra russofoni e ucrainofoni, non lasciano presagire niente di buono.

POLONIA: SPERANZA CONTRO RISENTIMENTO -
In uno dei più popolosi paesi europei - di recente entrato nell'Unione - alle elezioni legislative si è imposta la formazione liberale PO (41,51%), guidata da Tusk, contro il PIS dei gemelli Kaczynski (32,11%), uno dei quali, Lech, resterà presidente fino al 2010. La formazione vincitrice ha iniziato il giro delle consultazioni per formare un governo di coalizione insieme ad altre forze di centrosinistra. Il risultato è stato senza dubbio salutato come una grande svolta per il paese. Insomma, la Polonia della speranza si è schierata contro quella del risentimento.
I polacchi hanno respinto il populismo del PIS, le insinuazioni, la paura e la volontà di mettere i gruppi sociali l'uno contro l'altro. Come ha scritto la Gazeta Wyborcza (fonte: Internazionale n.716), i cittadini hanno votato contro "la politica fondata sulla teoria del complotto, sulla megalomania nazionale e sulle fobie antitedesche", contro "il ricatto, le intercettazioni, i pedinamenti e le provocazioni, respingendo la propaganda dei mezzi di informazione schierati con il PIS e le sue manovre elettorali".
Ha vinto, quindi, la Polonia dei cittadini, la Polonia senza complessi, un partner nella famiglia dei popoli europei, un paese che vuole modernizzarsi, che rifiuta l'integralismo di Radio Maryja, la xenofobia, il populismo e certe leggi che i gemelli Kaczynski avevano promosso. La società polacca ha detto basta e ha inferto una lezione umiliante all'ormai ex-primo ministro, lo stesso che aveva fortemente voluto queste elezioni anticipate.

SVIZZERA, POPULISMO E PAURA DELLO STRANIERO -
La xenofobia, il populismo e il rifiuto dell'Europa sono, invece, gli ingredienti della vittoria elettorale di Blocher nel paese dei cantoni. All'interno del particolare sistema costituzionale svizzero, della sua forma di governo direttoriale (unico esempio rimasto al mondo in cui un collegio composto da più persone funge da Capo dello Stato e del Governo) e del meccanismo politico (in cui la stabilità è data da ampie coalizioni, a volte comprendenti anche diversi movimenti - la cosiddetta 'formula magica') l'Unione democratica di centro ha ottenuto quasi il 30% dei voti. In realtà di centro non ha proprio niente, connotandosi invece come partito di estrema destra con un programma pieno di elementi tipici dei nazionalisti e tendenze apertamente xenofobe: riduzione delle tasse, lotta contro burocrazia, immigrazione e diritto d'asilo, oltre ad una istintiva diffidenza verso l'Ue.
La sua vittoria è frutto di un lungo e capillare lavoro, di una strategia spregiudicata e mirata ad instillare nella popolazione un pericoloso sentimento di diffidenza e, più esattamente, di paura verso lo straniero. Il suo primo significativo successo risale al 1992 quando riesce ad imporre la sua visione e convincere gli svizzeri a rifiutare l'adesione allo Spazio economico europeo, l'anticamera della futura Unione.
Per tutti gli anni '90 costruisce la propria immagine tuonando pesantemente contro Bruxelles, appellando come approfittatori gli immigrati che abuserebbero del sistema svizzero di previdenza sociale e indicandoli come coloro che minacciano la proverbiale tranquillità civile elvetica. Con un clima sociale che inizia piano piano a deteriorarsi la ricetta funziona e nel gennaio 2004 Blocher diventa uno dei 7 ministri del governo di coalizione, pur giocando a fare l'oppositore. Il suo tono populistico raggiunge l'apice con le affermazioni che lo vedono prendere la difesa dei più poveri, quando in realtà è parte integrante del grande capitale in quanto miliardario e possessore di un'impresa internazionale, la Ems-Chemie.
Una cosa è certa: in un clima di grande instabilità generalizzata il rigurgito xenofobo funziona più che mai. Alcune avvisaglie iniziano a manifestarsi anche in Italia. Speriamo di non dover assistere anche noi ad affermazioni politiche di tal genere.

mercoledì 14 novembre 2007

Con il calcio non c'entra niente

1. Ci sono molte cose gravi in quello che è successo la mattina dell’11 novembre sull’autostrada A1 all’altezza di Arezzo, in quello che ne sta conseguendo e in quello che ne conseguirà.
E’ gravissimo che un agente di polizia estragga una pistola e cominci a sparare – foss’anche in aria – da distanza ragguardevole per un avvenimento del quale non conosceva nulla - senza quindi che vi fosse un’immediatezza del pericolo – che per di più si svolgeva dall’altra parte di un’autostrada a quell’ora trafficatissima.
Voglio sperare, per il bene di tutta la società, che l’esito di questa sconsiderata azione non fosse voluto. Ancor più grave è il modo con cui la situazione (sintetizzata nell'immagine sopra - fonte:corriere.it) è stata gestita dalle autorità, nonché l’ipocrisia con la quale è stata - e continua ad essere - commentata dai soliti interessi mediatici di parte.
Questa volta deve essere ben chiaro: il calcio, il tifo e i tifosi con quello che è successo sull’A1 non c’azzeccano niente. I tafferugli di Bergamo e la guerra di Roma sono un’altra cosa.

2. Tutta la gestione della vicenda da parte della pubblica autorità si presta a molti dubbi e solleva diverse critiche. La sensazione è che si sia voluto, almeno in un primo momento, cercare di manipolare e di coprire la verità.
Amato avrà i suoi buoni motivi per sostenere che è stato fatto tutto il necessario – e forse anche ragione – ma ciò non toglie che l’approccio del suo dicastero nel gestire i momenti di crisi di qualsiasi natura (immigrazione, delinquenza, problema stadio – spesso accomunati alla tematica della sicurezza) sia decisamente inappropriato. Le figure giuridiche dei vari reati sono già presenti nel nostro ordinamento, così come le relative pene. Il problema è applicarle nella giusta maniera e non produrne di nuove. Che tradotto vuol dire solo perdere tempo e soldi, oltre che offrire nuovi pretesti di radicamento a chi si vorrebbe combattere.
A chi come la Meandri vorrebbe chiudere gli stadi, vietare le trasferte o sospendere temporaneamente i campionati di calcio per dare “un segnale forte” mi sento di dire che è perfettamente inutile: i soli colpiti sarebbero i veri appassionati e tifosi, insieme all’immagine italiana di quel fenomeno sociale che si chiama sport. Gli autori degli episodi di violenza dentro e fuori gli stadi non sono tifosi, sono solo delinquenti ai quali è stato permesso di appropriarsi di quello che una volta era un gioco, spalleggiati da società calcistiche (le connivenze le conosciamo tutti), interessi economici (penso agli sponsor e alle televisioni payperview) e potere politico eversivo, sembrerebbe di estrema destra.

3. Un grosso disgusto me l'hanno provocato i soliti giornali italiani, sempre pronti a lucrare sui clamori di un grave avvenimento piuttosto che fare informazione e creare quella cultura sportiva che tutti ora - ma sono anni che se ne parla - tirano in ballo. Il fatto di aver immediatamente accostato - anche prima degli episodi di Bergamo e Roma - la morte di Gabriele Sandri al fenomeno violenza nel calcio è atto vilissimo e indice di come l'informazione italiana sia al servizio di poteri politico-economici occulti. Di come punti a darci una sua visione: il calcio è violenza, gli stadi vanno chiusi, corriamo tutti a comprare una tesserina magnetica ricaricabile (invece dell'abbonamento o del biglietto) e vediamo la partita in tv a casa.
E così - tanto per fare un esempio - in un articolo intitolato "Comunque è stato ucciso dal calcio" Vittorio Zucconi scrive su Repubblica che "giratela come vi pare, ma il fatto rimane. Gabriele Sandri è stato ucciso dal calcio, da questa 'cosa' deforme e mostruosa che in Italia ha perduto da anni ogni senso, ammazzato anche lui da questo cancro che anno dopo anno, scandalo dopo scandalo, cerotto dopo cerotto, chiacchiera dopo chiacchiera continua a metastatizzare e pretendere, come una divinità pagana, sacrifici umani per sentirsi importante".
Torno a ripeterlo: il fatto oggettivo di un poliziotto che spara forse per errore (a meno che non venga configurato la fattispecie del dolo), probabilmente per negligenza (ma desta più di un serio dubbio il particolare delle braccia tese al momento dello sparo) ad un individuo qualsiasi - per puro caso tifoso e diretto alla partita - non può essere accostato alla guerriglia che pur ne è seguita. Deve piuttosto portare a considerazioni utili a ricostruire un ordine che si è perduto.

4. I delinquenti vanno messi in galera (ci sono tutti i mezzi giuridici e tecnologici) e non più finanziati. Chiudere gli stadi o fermare le partite non ha nessuna importanza per loro. Loro le partite non le vedono neanche.
Il poliziotto dovrà essere punito in maniera giusta, ma spero servirà anche a fare un po' di luce in quella che è, invece, una realtà: anche nelle forze dell'ordine ci sono delle 'teste calde'. Non sono in grado di giudicare - né è mia intenzione - il caso specifico, ma da abituale frequentatore degli stadi - supertifoso e non facinoroso - posso giustificatamente sostenere che a volte gli atteggiamenti di gruppetti o di singoli all'interno delle forze dell'ordine sono decisamente fastidiosi e pesanti, a volte inopportuni perché danno un pretesto a chi altro non aspetta. Così avevo accolto favorevolmente la presenza dei soli steward perché in un certo modo allevia un clima di tensione. Ma, ovviamente, non rappresenta una soluzione.
Non vorrei, però, che le colpe maggiori siano da ricercare in coloro che fomentano paura a livello sociale, che seminano insicurezza e che, con legislazioni d'emergenza, fanno sì che alcuni si sentano come Walker Texas Ranger, da cui è lecito aspettarsi di tutto purché la legge 'trionfi', e altri si arroghino arbitrariamente il dovere di scardinare il viver civile.

mercoledì 7 novembre 2007

La nuova "sinistra" e la censura fascista

La legge Levi-Prodi e la fine della Rete

Ricardo Franco Levi, braccio destro di Prodi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha scritto un testo per tappare la bocca a Internet. Il disegno di legge è stato approvato in Consiglio dei ministri il 12 ottobre. Nessun ministro si è dissociato. Sul bavaglio all’informazione sotto sotto questi sono tutti d’accordo.La legge Levi-Prodi prevede che chiunque abbia un blog o un sito debba registrarlo al ROC, un registro dell’Autorità delle Comunicazioni, produrre dei certificati, pagare un bollo, anche se fa informazione senza fini di lucro.I blog nascono ogni secondo, chiunque può aprirne uno senza problemi e scrivere i suoi pensieri, pubblicare foto e video.L’iter proposto da Levi limita, di fatto, l’accesso alla Rete.Quale ragazzo si sottoporrebbe a questo iter per creare un blog?La legge Levi-Prodi obbliga chiunque abbia un sito o un blog a dotarsi di una società editrice e ad avere un giornalista iscritto all’albo come direttore responsabile.Il 99% chiuderebbe.Il fortunato 1% della Rete rimasto in vita, per la legge Levi-Prodi, risponderebbe in caso di reato di omesso controllo su contenuti diffamatori ai sensi degli articoli 57 e 57 bis del codice penale. In pratica galera quasi sicura.Il disegno di legge Levi-Prodi deve essere approvato dal Parlamento. Levi interrogato su che fine farà il blog di Beppe Grillo risponde da perfetto paraculo prodiano: “Non spetta al governo stabilirlo. Sarà l’Autorità per le Comunicazioni a indicare, con un suo regolamento, quali soggetti e quali imprese siano tenute alla registrazione. E il regolamento arriverà solo dopo che la legge sarà discussa e approvata dalle Camere”.Prodi e Levi si riparano dietro a Parlamento e Autorità per le Comunicazioni, ma sono loro, e i ministri presenti al Consiglio dei ministri, i responsabili.Se passa la legge sarà la fine della Rete in Italia.Il mio blog non chiuderà, se sarò costretto mi trasferirò armi, bagagli e server in uno Stato democratico.Ps: Chi volesse esprimere la sua opinione a Ricardo Franco Levi può inviargli una mail a : levi_r@camera.it.

domenica 28 ottobre 2007

The pot calls the kettle black

Da che pulpito viene la predica. Un giudice di Los Angeles ha negato all’Italia l’estradizione di un membro della famiglia mafiosa dei Gambino, sostenendo che il regime di detenzione 41bis a cui sarebbe con ogni probabilità destinato equivale a una forma di tortura e viola la convenzione dell’Onu in materia. Rosario Gambino, inseguito da un mandato di cattura italiano e ritenuto un esponente di spicco dell’omonimo clan di Cosa Nostra newyorchese, si trova attualmente in un centro di detenzione per immigrati a San Pedro, in California, dove è stato trasferito in seguito alla richiesta di estradizione. Il giudice federale D.D.Sitgraves però ha bloccato l’estradizione, accogliendo il ricorso del difensore di Gambino, Joseph Sandoval. L'agenzia federale statunitense per l'immigrazione ha presentato appello contro la decisione del giudice Sitgraves e Rosario Gambino resterà detenuto in attesa della revisione del caso.
L'articolo 41-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354 (legge sull'ordinamento penitenziario) prevede la possibilità per il Ministro della Giustizia di sospendere l'applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti previste dalla stessa legge in casi eccezionali di rivolta o di altre gravi situazioni di emergenza ovvero, quando ricorrano gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica, nei confronti dei detenuti (anche in attesa di giudizio) per reati di criminalità organizzata, terrorismo o eversione. In questo secondo caso la legge specifica le misure applicabili tra cui le principali sono il rafforzamento delle misure di sicurezza con riguardo principalmente alla necessità di prevenire contatti con l'organizzazione criminale di appartenenza, restrizioni nel numero e nella modalità di svolgimento dei colloqui, la limitazione della permanenza all'aperto (cosiddetta "ora d'aria"), la censura della corrispondenza.
Un paese che applica ancora - e con una certa frequenza - la pena di morte, tollera e, anzi, autorizza la tortura di detenuti e ha, con una legislazione pesante, eroso progressivamente la sfera di libertà dei suoi stessi cittadini, viene a dare lezioni di garantismo a noi. E tutto passa nel più sconcertante silenzio della nostra stampa.


sabato 27 ottobre 2007

Abbiano almeno la decenza di pesare le parole che usano

Da diverso tempo si parla dei privilegi di cui gode quella parte del popolo italiano che gestisce la cosa pubblica, tanto che si è coniato un nuovo termine - "antipolitica" - con il quale è designata l'altra parte del popolo - quella che, appunto, si lamenta. I privilegi per la classe politica sono sempre esistiti e sempre esisteranno, anche perché altrimenti farebbero politica solo quei pochi che hanno risorse da investire e non devono, quindi, necessariamente lavorare per vivere. Almeno nei sistemi cosiddetti "democratici", a partire dai greci, è sempre stato così.
Si può, quindi, anche concedere a costoro certi privilegi. Del resto ognuno di noi stipula alla nascita una sorta di patto (contratto, direbbe qualcuno) non scritto con il quale cede l'autorità su sé stesso ad una fantomatica (di questi tempi è proprio il caso di dirlo) e distantissima entità chiamata Stato. Ci si aspetta, in cambio, che sia in grado di fare gli interessi di tutti, ciò che è meglio per l'intero paese. Purtroppo questo in Italia non accade a causa di una classe politica incapace e ormai troppo vecchia, frutto del suo auto-perpetuarsi.
Ora, anche quando la classe politica sia incapace, si suppone che non abbia almeno l'arroganza di usare parole che potrebbero fomentare grosse spaccature tra coloro ai quali devono la propria legittimazione a governare.
Anche questo in Italia non accade. E, allora, il ministro Padoa Schiappa si permette di definire "bamboccioni" coloro che rappresentano il futuro del paese, un futuro che lui e gli altri non vedranno mai. E non subiranno le conseguenze delle loro azioni. Come quella di Mastella che, di fatto, elimina un magistrato a lui scomodo e minaccia la caduta del fragile governo se tutto il calderone scoperchiato non viene al più presto messo a tacere. Ancora una volta.

domenica 7 ottobre 2007

Se la voglia di verità uccide: un ricordo di Anna Politkovskaja

Il 7 ottobre di un anno fa Anna Politkovskaja, giornalista investigativa russa, veniva trovata morta nell'ascensore di un palazzo di Mosca. Era appena rincasata. La pista immediatamente seguita - e anche l'unica plausibile - è stata quella dell'omicidio su commissione, anche se ancora oggi il mandante è sconosciuto.
Ma a dispetto di quanto sosteneva Orwell, 2+2 fa sempre 4: la Politkovskaja, infatti, era una giornalista vera, una che amava il suo lavoro, lo svolgeva con grande dedizione e aveva una particolare passione per la verità. Per anni si era dedicata a scrivere quello che vedeva e quello che sapeva sugli orrori commessi in Cecenia dall'esercito russo. E aveva indicato a più riprese quali colpevoli di quelle ingiustizie Vladimir Putin e Ramsan Kadyrov.
Era, insomma, un'impicciona, una che chiacchierava troppo, una che poneva interrogativi scomodi (come dimostrano i tentativi di fare da mediatore per i fatti di Beslan - occasione nella quale non potè neanche iniziare a causa di un probabile tentativo di avvelenamento - e del teatro Dubrovka a Mosca) e andava quindi messa a tacere. Perché faceva paura al Cremlino.
Ha lasciato a tutti noi un'eredità enorme, anche se non la riceveremo mai nella sua interezza: un’inchiesta sulle torture in Cecenia non potrà mai essere pubblicata dal suo giornale, la Novaja Gazeta, perché la polizia russa come prima misura dopo la sua morte sequestrò tutti i suoi documenti, archivi, foto, etc. contenuti nel suo pc trovato nel suo modesto appartamento, anche se alcuni appunti sfuggiti al sequestro vennero pubblicati il 9 ottobre 2006.
Anna sapeva benissimo di essere nel mirino di coloro che aveva avuto il coraggio di denunciare all'opinione pubblica russa e mondiale. E lo aveva espressamente dichiarato anche nella sua ultima intervista.
Mi piace allora ricordarla con le sue stesse parole, quelle impresse nell'ultima pagina di un suo libro (Diario russo - 2003/2005) in un capitolo non a caso intitolato "Ho o non ho paura?". Sperando che un giorno anche gli altri 'giornalisti', soprattutto quelli di casa nostra, possano prendere esempio da lei e iniziare a scrivere quello che è realmente importante, a fare domande vere e a far sorgere nei lettori i legittimi dubbi che, invece, vengono oggi celati, nascosti, insabbiati, fatti passare sotto silenzio.
"Mi dicono spesso che sono pessimista, che non credo nella forza della gente, che ce l'ho con Putin e non vedo altro. Vedo tutto, io. E' questo il mio problema. Vedo le cose belle e vedo le brutte. Vedo che le persone vogliono cambiare la loro vita per il meglio, ma che non sono in grado di farlo e che per darsi un contegno continuano a mentire a sé stesse per prime, concentrandosi sulle cose positive e facendo finta che le negative non esistano. Per il mio sistema di valori, è la posizione del fungo che si nasconde sotto la foglia. Lo troveranno comunque, è praticamente certo, lo raccoglieranno e se lo mangeranno. Per questo, se si è nati uomini non bisogna fare i funghi. [...] Per il momento non si vedono cambiamenti. Il potere rimane sordo a ogni 'segnale d'allarme' che viene dall'esterno, dalla gente. Vive solo per sé stesso. Con stampato in faccia il marchio dell'avidità e del fastidio che qualcuno possa ostacolare la sua voglia di arricchirsi. Lo scopo è far sì che nessuno glielo impedisca: la società civile va calpestata e la gente convinta giorno dopo giorno che opposizione e opinione pubblica si nutrono al piatto della Cia, dello spionaggio inglese, israeliano e finanche marziano, oltre che alla ragnatela globale di al-Qaeda. Oggi come oggi il potere è solo un modo per fare soldi. E basta. Del resto non ci si cura. Se qualcuno ha la forza di godersi la previsione 'ottimistica', faccia pure. E' certamente la via più semplice. Ma è anche una condanna a morte per i nostri nipoti".
La sua di condanna a morte, purtroppo per lei e per noi, era già stata scritta.

Bibliografia (edizioni italiane):
- Cecenia, il disonore russo, Fandango, Roma, 2003 (un estratto: "Russia's secret Heroes")
- La Russia di Putin, Adelphi, Milano, 2005
- Proibito parlare, Mondadori, Milano, 2007
- Diario russo 2003-2005, Adelphi, Milano, 2007

Altre letture:
- "Ti chiamano terrorista" (l'ultimo articolo di Anna Politkovskaja)
- "Il mio lavoro a ogni costo" (saggio rimasto a lungo inedito)

giovedì 4 ottobre 2007

Sputnik, il giorno che le potenze iniziarono a mettere le mani sullo spazio

Il 4 ottobre 1957 l'allora Unione Sovietica, per la prima volta nella storia, lanciava nello spazio un satellite artificiale - lo Sputnik, in russo 'compagno di viaggio' - ponendo il problema delle norme applicabili alla navigazione cosmica. Capostipite di un più vasto programma di missioni spaziali, lo Sputnik 1 prese in contropiede gli Stati uniti, che solo il 31 gennaio 1958 sarebbero stati in grado di mandare in orbita il loro primo satellite: l'Explorer 1. In piena guerra fredda ciò significò la fine del cosiddetto mito dell'invulnerabilità Usa. Lo Sputnik, partito dalle steppe del Kazakistan, rimase in orbita per 57 giorni (di cui 21 con gli strumenti perfettamente funzionanti) fino a bruciare durante il rientro in atmosfera il 3 gennaio 1958 dopo circa 1.400 orbite e 70.000.000 km.
Se nei primi anni '50 si erano regolamentate le "zone di identificazione aerea" in deroga al principio consuetudinario della libera utilizzazione dello spazio aereo internazionale, con la corsa allo spazio - e dal momento che nessuno Stato sollevò proteste al lancio dei russi - si venne a formare in pochi anni una consuetudine istantanea (instant custom), ossia una norma internazionale consuetudinaria che prevede la libertà di utilizzazione dello spazio cosmico sovrastante i territori sottoposti alla giurisdizione degli Stati. Resta ancora poco chiaro in merito al dibattito all'interno delle Nazioni Unite (COPUOS - Comitato delle Nazioni Unite per le utilizzazioni pacifiche dello spazio cosmico) il problema della delimitazione dello spazio cosmico dallo spazio aereo. Tra i vari criteri proposti figurano il limite dell'atmosfera, il limite della massima altitudine raggiungibile da un aereo, il limite dell'attrazione gravitazionale, il limite del più basso perigeo di un satellite artificiale e il limite di una distanza prestabilita dalla superficie terrestre.
Sta di fatto che il Trattato sui principi che regolano le attività degli Stati nell'esplorazione e utilizzazione dello spazio extra-atmosferico, inclusa la luna e gli altri corpi celesti, è stato concluso il 27 gennaio 1967 ed è entrato in vigore il 10 ottobre dello stesso anno. In esso si stabilisce che lo spazio cosmico non possa " formare oggetto di appropriazione nazionale attraverso proclamazioni di sovranità o atti di utilizzazione o occupazione" (art. 2), né essere utilizzato per fini militari e in particolare con armi nucleari (art. 4); definisce gli astronauti "inviati dell'umanità" nei cui confronti gli Stati contraenti si impegnano a fornire "tutta l'assistenza possibile in caso di incidente, avaria o atterraggio forzato sul territorio di un altro Stato contraente o di ammaraggio in alto mare" (art. 5), sancisce la responsabilità dello Stato di lancio per i danni causati da attività cosmiche svolte sia da Stati che da organizzazioni internazionali (con corresponsabilità dei loro Stati membri) e da enti privati sotto la "continua sorveglianza" dello Stato "appropriato" (artt. 6 e 7) e sottopone gli oggetti spaziali e il relativo equipaggio alla giurisdizione e al controllo dello Stato presso cui l'oggetto è registrato (art. 8).
In seguito sono stati conclusi numerosi altri accordi internazionali che completano e specificano il trattato del 27 gennaio 1967, ma la linea di continuità mostra una tendenza a rimanere sul vago e ad addossare agli Stati il minimo dei doveri possibili. Per esempio, l'Accordo regolante le attività degli Stati sulla luna e gli altri corpi celesti - firmato a New York il 5 dicembre 1979 - che definisce (art. 11, par. 1) il nostro satellite come "patrimonio comune dell'umanità", è stato ratificato da pochissimi Stati, fra i quali non figurano le maggiori Potenze spaziali: il timore era quello che il principio richiamato - che all'epoca stava per essere accolto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare con riguardo alle risorse dei fondali oceanici - obbligasse gli Stati dotati della necessaria tecnologia per raggiungere la luna e sfruttarne le eventuali risorse naturali a ripartire i proventi dello sfruttamento con gli altri Stati.

martedì 2 ottobre 2007

Birmania, la scoperta dell'acqua calda

Nell'ultima settimana la cosiddetta "comunità internazionale" si è improvvisamente accorta che qua e là per il mondo esistono dittature che opprimono il popolo dello Stato sotto il loro controllo. Hanno, insomma, scoperto l'acqua calda.

UN PO' DI STORIA - Indipendente dalla Gran Bretagna dal 1948, la Birmania è stata governata per oltre un quarto di secolo (1962-1988) dalla dittatura militare di stampo socialista del generale Ne Win. La "Via Birmana al Socialismo" di Ne Win passa attraverso l'accentramento del potere in un partito unico, la nazionalizzazione delle imprese e la soppressione della stampa indipendente. Il Paese sprofonda in una drammatica crisi economica e sociale e iniziano le rivolte delle guerriglie indipendentiste ai confini orientali.
Nel 1988 scoppiano le prime proteste popolari delle opposizioni e delle minoranze vittime della politica razzista del regime (dominato dalla popolazione maggioritaria birmana). La nuova giunta militare al potere, Consiglio per il Ripristino della Legge e dell'Ordine dello Stato (Slorc), reagisce uccidendo e arrestando migliaia di persone e ricorrendo sistematicamente alla tortura. Aung San Suu Kyi, leader del principale partito d'opposizione, la Lega Nazionale per la Democrazia (Nld) - e premio Nobel per la Pace nel 1991 - viene messa agli arresti domiciliari (vi resterà fino al 1995). Nell'89 i generali cambiano il nome della Birmania in Myanmar e della sua capitale Rangoon in Yangon. In seguito a una crescente pressione internazionale, i militari al potere consentono libere elezioni multipartitiche nel 1990. L'opposizione del Ndl ottiene una vittoria schiacciante, ma la giunta decide di annullare il voto e riprendere il potere.
Lo Slorc, capeggiato dal generale Saw Maung, impone la legge marziale, incarcera tutti gli oppositori politici e intensifica la persecuzione delle popolazioni karen e shan. Per combattere i loro movimenti indipendentisti che contendono a Yangon il controllo del Triangolo d'oro (le regioni di frontiera con Thailandia, Laos e Cina ricche di piantagioni d'oppio e crocevia del narcotraffico internazionale) la giunta scatena un vero e proprio genocidio, con massacri di civili e deportazioni di massa. Gli eserciti di Myanmar e Thailandia si scontrano sulle frontiere: Yangon accusa Bangkok di appoggiare le milizie secessioniste, e Bangkok rimprovera a Yangon di essere direttamente responsabile del massiccio traffico di droga verso il proprio territorio.
Nel 1997 la rinnovata pressione della comunità internazionale costringe la giunta militare ad alcune concessioni. Ma i cambiamenti promossi dal generale Than Shwe, succeduto nel '92 a Saw Maung, sono solo di facciata. Il Myanmar esce in parte dal suo isolamento internazionale entrando nell'Asean (Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico) e lo Slorc si rinomina Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo (Spdc). L'obiettivo è quello di ottenere la fine delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti con le accuse al governo birmano di violazione dei diritti umani (molto interessante è una scheda di Amnesty international). La giunta continua di fatto a impedire l'attività politica dell'opposizione e San Suu Kyi, liberata nel '95, torna agli arresti domiciliari nel 2000.
All'inizio del nuovo millennio Myanmar sfiora la guerra con Thailandia e Bangladesh e perde il sostegno incondizionato della Cina. Bangkok e Pechino non vedono più di buon occhio le attività del Triangolo d'oro controllato da potenti signori della guerra e della droga e in cui si incrociano gli interessi dei governi e delle milizie di confine. La diplomazia prova a risolvere le controversie con una serie di visite illustri: a Yangon arrivano il primo ministro thailandese Thaksin Shinawatra e il presidente cinese Jiang Zemin. Nel 2002 Myanmar ufficializza i rapporti con la Russia avviando un progetto comune di ricerca nucleare.
Nel giugno 2002 Suu Kyi, appena liberata, compie il suo primo viaggio in provincia. Ma dopo aver tentato invano d'instaurare un dialogo tra Nld e giunta, nel maggio 2003 viene nuovamente arrestata. Nel 2003 il presidente degli Stati Uniti George Bush rinnova le sanzioni economiche, i rapporti con la Thailandia restano tesi e l'Unione Europea non include il Myanmar tra i paesi a emergenza umanitaria.

GLI ULTIMI SVILUPPI - La cronaca di questi giorni è sotto gli occhi di tutti e, anche per questo motivo non è mia intenzione stare qui a ripercorrerla. Del resto ci sono siti come peacereporter che offrono informazioni in materia molto più dettagliate di quelle che posso fornire io.
Quello che, invece, mi interessa è cercare di convincere chi legge di queste cose che la giunta militare non ha certo fatto tutto da sola. Non dovrebbe, infatti, essere un mistero che la Birmania dopo la sua indipendenza si ritrova stretta in una morsa tra due giganti regionali come India e Cina. Se la protesta dell'88 soffocata in un immenso lago di sangue non fece e non ha fatto più notizia è perché ha fatto comodo così. Cina e India hanno, infatti, potuto fare il loro comodo acquistando oro, rubini, zaffiri, petrolio, sfruttando le immense foreste di tek (o teak) e circa 60 tipi di raccolti tra cui riso, grano e the: il Myanmar è uno scrigno di risorse con una popolazione rurale tra le più povere al mondo (cliccare sulla cartina - anche se un po' datata - per ingrandirla e vedere nel dettaglio le maggiori risorse presenti). Oggi, invece, i cinesi non sono affatto contenti e hanno fatto pressione sulla giunta affinché, per lo meno, non si vengano a sapere notizie certe sul bilancio e sulla fine dei morti. Motivo: alla vigilia delle olimpiadi Pechino non vuole di certo rovinare il clima dell'evento che porterà la Cina nell'ambito del palcoscenico globale.

IPOCRISIA - Anche dalla stampa occidentale non c'è poi da aspettarsi molto: ora che la notizia è 'calda' tutti ne parlano, ma fra qualche tempo è certo che non se ne saprà più niente, almeno per il grande pubblico e per chi non continuerà ad informarsi. Spuntano, così, sui giornali italiani articoli a dir poco ipocriti che, in un certo senso, sembrano semplicisticamente addossare un po' della colpa di quello che succede ai turisti che, viaggiando in Birmania, finanzierebbero di fatto la dittatura.
Personalmente, non credo che non andare in Birmania abbia molto senso. Certo gli introiti vanno alla giunta, ma sarebbe come far scendere quella povera gente nel dimenticatoio, dove tra l'altro si trovava anche prima dell' attuale e improvvisa scoperta del mondo di una situazione insostenibile. Credo, nonostante tutto, che il turismo (almeno un certo tipo di turismo) possa contribuire a fornire un minimo reddito anche a quella povera gente. Che, oltretutto, venendo a contatto con persone che vivono al di fuori della loro realtà, possono rendersi conto di come si vive in altre parti del mondo e, tramite questa via, acquisire maggiore consapevolezza sulla loro orribile condizione.
Io punterei piuttosto il dito contro i cinesi e gli indiani, contro multinazionali come Total e Unocal, su paesi come la Thailandia, Israele e la stessa Italia che rimpinguano la giunta di armi (alla faccia delle sanzioni), sugli affaristi della catena di gioielli Tiffany (che si sono subito preoccupati di far sapere al mondo che loro non comprano pietre preziose dalla Birmania - si certo...come in Angola, Namibia o Ruanda, ma chi ci crede?) o sui soliti stupidi presidenti Usa che comminano sanzioni economiche (Clinton '97 e Bush '03) credendo di mettere i militari in difficoltà. E, invece, contribuiscono soltanto ad uccidere quella povera gente. Certo, è apprezzabile sapere che ci sono visitatori scrupolosi che si informano su come evitare di dare i loro soldi ai dittatori, ma non siamo ipocriti: questi signori possono fare i loro interessi perché ci sono i furfanti su citati (qui una lista di ditte che fa affari con il regime) che traggono da loro immensi profitti. E permettono, di converso, anche al regime di farne. Molto più consistenti di quelli che la giunta riesce a realizzare con il turismo.