mercoledì 2 aprile 2008

Le sparate del Cavaliere e la campagna elettorale

Da un po' avevo in mente di scrivere qualcosa sul comportamento di Berlusconi in questa campagna elettorale, ma volevo farlo usando parole per le quali avrei avuto bisogno di molto tempo. Non sono solito scrivere solo per farlo. Ho bisogno di informarmi bene, di ragionarci, e poi di esprimerlo nel miglior modo possibile. Ma per fare ciò c'è bisogno di dedicare tempo e fatica ad una passione che purtroppo non mi porta da mangiare. Ergo, il tempo non c'è. Per fortuna ogni tanto sui nostri giornali mi capita di leggere qualcosa che avevo già pensato, ma che - per un motivo o per un altro - non ero stato in grado di esprimere. Quello che segue è un bellissimo editoriale di Eugenio Scalfari, apparso su La Repubblica del 30 marzo scorso. Come se mi avesse rubato il pensiero...

1. Tempo fa, in uno dei miei articoli domenicali, citai una battuta di Petrolini raccontata da un suo scrupoloso biografo. La cito di nuovo perché si attaglia bene al caso presente. Il grande comico romano stava cantando la sua canzone intitolata "Gastone". Arrivato alla fine, uno spettatore del loggione fischiò sonoramente. Petrolini avanzò fino al bordo del palcoscenico, puntò il dito verso il fischiatore e nel silenzio generale disse: "Io nun ce l'ho cò te ma cò quelli che stanno intorno e che ancora nun t'hanno buttato de sotto". Seguì un piccolo parapiglia sopraffatto dagli applausi di tutto il teatro. Così si dovrebbe dire oggi a Berlusconi per il suo comportamento sull'Alitalia, oltre che per tante altre cose.
Pare che finalmente la Consob abbia acceso un faro su quel comportamento e così pure la Procura di Roma. Starebbero esaminando se nelle quotidiane esternazioni berlusconiane vi siano gli estremi del reato di "insider trading" e di turbativa del mercato. Non voglio credere e non credo che il leader del centrodestra stia speculando in Borsa (altri certamente lo fanno e si saranno già arricchiti di parecchi milioni di euro) ma sulla turbativa di mercato non c'è da accender fari, basta affiancare ad ogni dichiarazione berlusconiana le oscillazioni del titolo Alitalia che sono dell'ordine di 30/40 punti all'insù o all'ingiù.
In qualunque mercato del mondo Berlusconi sarebbe già stato chiamato a render conto di quanto dice; l'Agenzia che tutela le contrattazioni di Borsa lo avrebbe ammonito e multato, la magistratura inquirente l'avrebbe già messo sotto processo. Ma soprattutto gli elettori ne avrebbero ricavato un giudizio di inaffidabilità e di non credibilità definitivo.

2. Voglio sperare che gli elettori ancora incerti su chi votare l'abbiano a questo punto escluso dal loro ventaglio di possibilità. Affidare il governo del paese per i prossimi cinque anni a un personaggio che non si fa scrupolo di turbare il mercato con false notizie riportate e diffuse da tutto il sistema mediatico è uno di quegli spettacoli che purtroppo squalificano un paese intero almeno quanto l'immondizia napoletana.
Eccellono in questa gara soprattutto le emittenti televisive, quelle private e quelle pubbliche; in particolare - dispiace dirlo - il Tg1 il quale riferisce in presa diretta le sortite del Cavaliere senza che vi sia una voce che ne sottolinei gli effetti sul listino borsistico. Il risultato è che Berlusconi resta in video per il doppio del tempo del suo principale avversario turbando non solo i mercati borsistici ma anche l'andamento del negoziato tra Air France e sindacati tra lo stupore di tutti gli operatori internazionali. Venerdì sera l'annunciatrice del Tg1 delle ore 20 si è addirittura lasciata andare ad una critica contro la legge della "par condicio", da lei ritenuta incivile, senza spiegare perché in Italia esista una legge del genere, dovuta ad un vergognoso conflitto di interessi che fa capo al proprietario delle reti Mediaset. Legge che peraltro nessuna delle emittenti televisive rispetta a cominciare dal Tg1, già ufficialmente ammonito dall'Agenzia delle comunicazioni.
Evidentemente direttori e conduttori danno per scontata la vittoria elettorale del centrodestra e sanno anche che se l'esito fosse diverso il vincitore di centrosinistra si guarderebbe bene dal praticare vendette. Perciò tanto vale scommettere in anticipo senza rischiare nulla se non la reputazione. Ma chi si preoccupa della reputazione nell'Italia dei cannoli alla siciliana.

3. Domenica scorsa, occupandomi dell'Alitalia e della fantomatica cordata patriottica berlusconiana, scrissi che a mio avviso quella cordata ci sarà davvero se Berlusconi vincerà. Per lui è un punto d'onore e i mezzi per realizzare l'obiettivo ci sono. Li ho anche enumerati ed è stato proprio il leader del centrodestra a confermarlo quando ha detto appena ieri che dopo la sua sicura vittoria chiamerà uno ad uno gli imprenditori italiani per chiedere l'obolo di san Silvio e "voglio vedere chi non ci starà". Ci staranno tutti, non c'è dubbio alcuno, "chinati erba che passa il vento". Ci staranno i capi delle società pubbliche a cominciare dall'Eni e da Finmeccanica, in attesa di riconferma o di nuova nomina; ci staranno i capi di imprese private concessionarie dello Stato, ci staranno le banche desiderose di benefici; ci staranno le imprese medie che hanno già o ambiscono di avere rapporti fluidi con l'uomo che dovrebbe governare l'Italia per altri cinque anni in attesa di volare per altri sette sul più alto Colle di Roma.
Il mercato? Chissenefrega del mercato, contano i rapporti tra affari e politica e il Berlusca è imbattibile su quel terreno: tu dai una cosa a me e io do una cosa a te. Il mercato di Berlusconi si configura così e non saranno certo un Tremonti o un Letta ad impedirglielo, anzi. Quanto a Fini non è neppure il caso di scomodarsi a chiedere: lui aspetta l'eredità ed è d'accordo su tutto, sebbene non sia ancora certo dell'esito d'una così lunga attesa.
Dunque la cordata patriottica ci sarà. Ma che tipo di cordata? L'obolo di san Silvio versato dagli imprenditori non è sufficiente, se supererà il miliardo sarà già molto, ma diciamo pure che arrivi a due o a tre. Per rilanciare Alitalia e insieme Malpensa e la Sea ce ne vogliono almeno altri otto. E in più ci vuole un "know-how" che non si improvvisa. Forse i tedeschi di Lufthansa? Forse gli americani del Tpg? Forse l'Aeroflot di Putin? Air One non è decentemente presentabile come vettore di due hub con pretese internazionali. Dunque la cordata patriottica non sarebbe patriottica se non nei fiocchi che impacchettano il torrone. Il torrone sarebbe straniero. L'organizzazione sarebbe straniera. Gli esuberi sarebbero trattati dal gestore straniero, esattamente come sta accadendo in queste ore con Air France, ma con una variante in più: la pratica richiede tempo e il tempo non c'è. Per allungarlo ci vuole un aiuto di Stato, vietato dall'Ue in mancanza di garanzie bancabili. Se questa norma fosse violata saremmo denunciati alla Corte di giustizia europea e multati pesantemente.
Oppure si va, volutamente, al fallimento come anche ora si rischia di fare. Allora tutto diventa più facile perché il fallimento significa congelamento dei debiti e interruzione dei contratti di lavoro. I nuovi padroni decideranno a tempo debito quali di quei contratti rinnovare e quali no, ripartendo comunque da zero. Dov'è la vittoria? Si sciolga la chioma e se la lasci tagliare. La prospettiva, diciamolo, non è esaltante.

4. Nella stessa giornata di ieri il Cavaliere si è manifestato anche a proposito del cosiddetto voto disgiunto e ha tirato in ballo sua eminenza il cardinal Ruini. Eminence, come dice la Littizzetto. È stata una pagina da manuale. Per chi se la fosse persa raccontiamola perché ne vale la pena. E cominciamo dal voto disgiunto. Che cosa significa? Perché è venuta fuori questa ipotesi? Normalmente un elettore vota per lo stesso partito nella scheda della Camera e in quella del Senato, specie ora con una legge come l'attuale che non prevede preferenze ai candidati. Nella sua assoluta certezza di vincere le elezioni alla Camera, nell'animo di Berlusconi si è però insinuato il dubbio di pareggiare o addirittura di perdere al Senato (aggiungo tra parentesi che questa ipotesi corrisponde esattamente alla realtà). Perciò suggerisce agli elettori centristi il cosiddetto voto disgiunto: votino pure per Casini Udc alla Camera, ma al Senato no, al Senato votino per il Pdl in modo da evitare il pareggio. Che c'entra Eminence in questo pasticcio? Il Cavaliere ce lo fa entrare, gli chiede pubblicamente di entrarci e gli fa pubblicamente presenti i vantaggi che avrà se eseguirà il mandato o invece i danni che può subire se rifiuterà di adoperarsi in favore. Convinca Casini a incoraggiare o almeno a subire senza strilli il voto disgiunto. In cambio (è il Cavaliere che parla) avrà l'impegno del nuovo governo ad adottare tutti i provvedimenti chiesti dalla Chiesa in tema di coppie di fatto (mai), di procreazione assistita (abolirla), di eutanasia (quod deus avertat), di testamento biologico (come sopra), di aborto (moratoria e radicale riforma), di Corano nelle scuole (divieto), di insegnamento religioso (anche all'Università). Se c'è altro chiedetelo e "aperietur". Ma se rifiuterà, tutto diventerà problematico. In fondo (molto in fondo) lo Stato è laico e bisogna pur tenerne conto. Se lo ricordi, sua Eminenza, e non creda che la partita si giochi sul velluto. Del resto il Papa ha pur battezzato Magdi Allam. E dunque il Cavaliere ne adotterà il programma e magari farà in modo di fargli affidare la direzione del "Corriere della Sera", purché gli elettori dell'Udc votino per Berlusconi al Senato. Ha sentito, Eminenza?

5. Una cosa risulta chiara: hanno ridotto la religione ad una partita di giro. Forse per la gerarchia ecclesiastica lo è sempre stata, per i cardinali e per molti vescovi. Ma non fino a questo punto. I credenti per primi dovrebbero esserne schifati e ribellarsi di fronte a questa vera e propria simonia. Gli opinionisti (esistono ancora?) dovrebbero spiegarla e indignarsene.
Ho un presentimento: il centrosinistra vincerà sia alla Camera sia al Senato. Fino a pochi giorni fa pensavo il contrario, che non ce l'avrebbe fatta. Ebbene ho cambiato idea. Ce la fa. Con avversari di questo livello non si può perdere. Gli elettori cominciano a capirlo. Io sono pronto a scommetterci.

martedì 1 aprile 2008

La Turchia sull'orlo di una crisi istituzionale

Il Vaticano turco - In Turchia, oltre al patriarcato greco ortodosso di Costantinopoli (antica denominazione di Istanbul), ha sede anche il patriarcato turco ortodosso indipendente. È nato negli anni venti in contrapposizione al patriarcato ecumenico, che molti guardavano con sospetto, considerandolo la base per la nascita di un "Vaticano" greco-cristiano nel cuore di Istanbul. Frutto della rivalità greco-turca, il patriarcato turco ortodosso è stato fondato da un pope di origini greche, che ha turchizzato il suo nome in Pavli Eftim Erenerol al momento della nascita della Repubblica turca. Di recente questa istituzione religiosa, spesso manipolata dallo stato per fini politici, è stata coinvolta in un tentativo di colpo di stato per mano degli ultranazionalisti. La polizia ha infatti sventato un complotto per destituire nel 2009 il Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp). L'operazione ha svelato anche una serie di legami occulti tra istituzioni ufficiali, mafia, estrema destra e forze armate, rapporti già in piedi da anni. Tra gli arrestati ci sono anche l'avvocato che aveva attaccato la scrittrice Elif Shafak e la portavoce del patriarcato turco ortodosso, che aveva concesso i locali per gli incontri di questa cupola nazionalista. [Fonte: Aksyon, 5 febbraio 2008]

Velo e laicità - La liberalizzazione del velo nelle università, votata dal parlamento turco, ha suscitato molte reazioni nel mondo accademico. Innanzitutto perché le università sono le prime interessate, ma anche perché il regime instaurato dal colpo di stato del 1980 conferiva un ruolo politico al Consiglio dell'insegnamento superiore. Finora la sua funzione era stata soprattutto quella di tenere lontani dall'università prima gli elementi di sinistra e poi quelli islamici. Negli ultimi anni, il Consiglio dei rettori era così diventato il rappresentante della laicità kemalista. Non sorprende allora che il Consiglio si sia immediatamente pronunciato contro il voto del parlamento, ritenendolo la premessa di una controrivoluzione. Ma il mondo accademico non è monolitico: alcuni docenti hanno infatti reagito in senso contrario, firmando una petizione che chiede un clima di libertà nell'università ed esprimendo il loro sostegno all'uso del velo. Lanciata da due professori (uno dei quali è un editorialista del quotidiano Zaman, dello stesso gruppo editoriale di Aksiyon), questa petizione ha raccolto più di tre milioni di firme, dimostrando che l'università, come tutta la società turca, è attraversata da un profondo dibattito che riguarda l'identità laica della Turchia. [Fonte: Aksyon, 12 febbraio 2008]

Islamici fuori legge? - Il settimanale Aksiyon, vicino al Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp, al governo), si è occupato approfonditamente della richiesta del presidente della Corte di Cassazione turca, Abdurrahman Yalcinkaya, di mettere fuori legge l'Akp. È la prima volta che un partito – al potere da cinque anni e riconfermato nel luglio scorso con il 47 per cento dei voti – rischia di essere vietato per l'accusa di aver minato la laicità dello stato rivolta al governo del primo ministro Recep Tayyip Erdogan. Sembra che i giudici vogliano a tutti i costi far cadere l'Akp, di cui è difficile contestare la legittimità elettorale. Anche i magistrati, infatti, sono considerati parte di quell'establishment che non vuole l'Akp al potere. "I segni del malcontento si moltiplicano da tempo", spiega il settimanale. I rettori, per esempio, hanno invitato alla disobbedienza civile contro il velo islamico nelle università. E la polizia ha da poco sventato un colpo di stato. Si trattava di un piano per deporre l'Akp anche con azioni violente. Nel tentativo di golpe sono risultati coinvolti un generale in pensione, un giornalista e l'ex rettore dell'università di Istanbul. Insomma, tutte personalità che hanno legami molto stretti con l'establishment turco. [Fonte: Aksyon, 25 marzo 2008]

Partito di governo sotto processo - Il Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp), attualmente al governo, sarà processato per "attività antilaiche". Lo ha deciso lunedì la corte costituzionale di Ankara, che ha formalmente accettato la richiesta avanzata il 14 marzo scorso dal procuratore della cassazione, Abdurrahman Yalcinkaya, secondo cui l'Akp e i suoi dirigenti si sono resi responsabili di provvedimenti che minano il principio di secolarità, sancito dalla costituzione turca. Il rischio dunque, è che si apra un periodo di grave crisi istituzionale, che potrebbe coinvolgere anche l'esercito, da sempre guardiano del principio di laicità dello stato, e le forze di polizia, che negli ultimi anni sono state egemonizzate dal partito del premier Recep Tayyip Erdogan. [Fonte: Turkish Daily News, 1 aprile 2008]

mercoledì 26 marzo 2008

Conversione mediatica e fomentazione dell'odio religioso


Ci sono azioni e comportamenti che contraddistinguono gli uomini (nel senso di esseri umani dignitosi) dalle persone viscide, meschine e immeritevoli della seppur minima considerazione, che distinguono gli esseri raziocinanti e rispettosi dalle bestie che agiscono per senso di sopraffazione.
Tutti sono liberi di cambiare credo quando vogliono, ma è necessario fare delle distinzioni. Non si tratta di una persona qualsiasi...stiamo parlando di un giornalista in vista, conosciuto, seguito e famoso. Di una persona che da tempo scrive articoli infuocati contro i musulmani e il loro credo. Di una persona che afferma che l'Islam è il male assoluto e il cristianesimo il bene assoluto. Di una persona che scrive libri intitolandoli "Viva Israele". La sua conversione è un gettare benzina sul fuoco dello scontro interreligioso. Ed ora si firma anche come Magdi 'Cristiano' Allam.
Se Allam voleva convertirsi al cristianesimo era liberissimo di farlo, ma senza essere così plateale. Se desiderava essere battezzato dal papa in persona, poteva semplicemente richiedergli una funzione privata. Ratziger lo avrebbe sicuramente accontentato. Ma c'è modo e modo di fare le cose. La platealità della conversione (scelta libera e indiscutibile) ha fatto scadere l'intimità della fede a baraccone mediatico-circense. L'unico obiettivo era, è, rimane quello della provocazione.
Il suo scopo, appunto, nn era quello di convertirsi. Del resto aveva già tentato di abbracciare l'ebraismo, ricevendo un netto rifiuto dai vertici di quella religione. No! Il suo unico scopo era quello di rendersi protagonista dell'ennesimo gesto provocatorio. Si diceva all'inizio che ci sono scelte e comportamenti da UOMO, e ce ne sono altri da verme.

domenica 23 marzo 2008

giovedì 20 marzo 2008

I difficili equilibri del Pakistan

cartina di limes on line

Dalle elezioni in Pakistan emergono alcuni chiari dati che è il caso di sottolineare. La bassa affluenza alle urne, leggermente inferiore rispetto a quella del 2002, conferisce al voto una non piena legittimità, anche se le elezioni possono essere giudicate abbastanza libere e trasparenti. Gli episodi di violenza e di intimidazione sono stati limitati, e il fatto è dimostrato anche dai risultati, che danno al Partito Popolare Pachistano (PPP) e alla Lega Musulmana di Sharif (PML-N) una netta vittoria. Pochi, invece, i voti per il partito pro-Musharraf, la Lega Musulmana-Q, con lo stesso presidente della PML-Q, Chadhry Shujat Hussein, sconfitto addirittura da un candidato del PPP. Infine, sembrano significativi l'alto numero di candidati indipendenti eletti - una variabile di cui tenere conto nella formazione del nuovo governo - e l'avanzata dei partiti regionali su base etnica a scapito della coalizione di partiti religiosi (effetto in parte della decisione del jamaat-e- islami, membro influente della coalizione, di boicottare il voto). Si profila quindi una situazione in cui Musharraf, in qualità di presidente, dovrà lavorare con un parlamento ostile.
In generale, pur nel quadro di una tendenziale conferma delle previsioni della vigilia (ovvero l'affermazione dei partiti di opposizione e la sconfitta del PML-Q), nessuno dei partiti maggiori ha riportato una vittoria schiacciante. Ciò costituisce, almeno in parte, una sorpresa date le diffuse aspettative di vittoria del PPP, e la prevista ondata emotiva causata dall'assassinio di Benazir Bhutto. Infatti, i leader del PPP hanno subito accusato il governo di avere in qualche modo limitato il successo del partito, almeno in alcuni collegi, oltre a non aver permesso alcune candidature. Vero è che il panorama successivo al voto, pur nel quadro dell'affermazione del PPP e del PML-N, risulta molto frammentato, e questo costituisce una buona notizia per i militari: l'esercito pachistano – in qualche modo vero detentore del potere - almeno a partire dalla seconda metà degli anni sessanta, ha puntato esattamente su queste condizioni di frammentazione della politica, sperando di agire da ‘political broker’.
È interessante notare che il PPP è l'unico partito a base realmente nazionale. Si può dire che si sia de-localizzato, ridimensionando il suo carattere regionale sindhi-rurale; mentre, al contrario, il PML-N si è molto regionalizzato, trincerandosi nella sua roccaforte panjabi (ciò benché abbia avuto un buon successo in parte della Frontiera). Si può dire si sia invertita la tendenza delle elezioni del 1997, quando il PPP era diventato in pratica un partito sindhi, mentre la PML di Nawaz aveva vinto in diverse province; il che conferma il carattere fluido della politica pachistana. Interessante è anche la situazione dei partiti religiosi, benché forse maggiori informazioni siano necessarie. Certamente, traspare la perdita di influenza del Muttahida Majlis-i-Amal nelle province di frontiera, anche se le ragioni sono forse più complesse di quanto sembri. Un'ostilità dell'elettorato verso l'influenza degli islamisti nella regione può essere connessa non solo con la questione della lotta al terrorismo, ma anche più semplicemente con una insoddisfazione verso l'amministrazione quotidiana della provincia (spesso molto ideologizzata). In ogni caso, è prematuro concludere che i partiti religiosi siano scomparsi dalla regione, dato che conservano una loro influenza. Probabilmente i partiti religiosi pagano anche una proliferazione di organizzazioni di ispirazione islamista, che ha reso il quadro molto confuso.
In conclusione, si può affermare che le prospettive di ricostruzione del quadro politico siano incerte. Benché sia stato trovato un accordo per formare un governo di coalizione PPP-PML(N), questo si presenta come fragile sia per le distanze (e la reciproca diffidenza) tra le due leadership, sia perchè entrambi i partiti sanno bene che nessun futuro governo pachistano può seriamente pensare di fare a meno dell'appoggio dell'esercito. Ciò può aiutare a spiegare perchè, a dispetto delle forti dichiarazioni pre-elettorali, quasi tutti i leader siano oggi molto cauti nel definire le loro future scelte verso Musharraf e il suo circolo di sostenitori, non dimenticando che il PPP ha oggi una leadership non ancora ben definita. In ogni caso, è facile prevedere che i leader, nei giorni a venire, faranno mostra di notevole pragmatismo nel decidere i futuri scenari. Dunque, non dovrebbe destare sorpresa l'assistere ad alleanze tra ex-acerrimi avversari, come accaduto in passato e come, d'altra parte, avviene in generale nella politica del subcontinente.Del resto, durante il giuramento di oggi del neo Parlamento, i due leader, Asif Ali Zardari per il Ppp e Nawaz Sharif per la Pml-N, hanno dichiarato che si tratta di un evento storico per il Pakistan, e un'occasione unica per reinstaurare finalmente la democrazia nel paese. La prima decisione che il nuovo governo prenderà una volta insediato, infatti, sarà (o dovrebbe essere) quella di rimettere al loro posto i giudici che erano stati destituiti nel novembre scorso, quando Musharraf aveva dichiarato lo stato di emergenza, reprimendo le libertà civili. Ma siamo in presenza di una coalizione che, pur essendo talmente ampia e frastagliata da somigliare più all’armata Brancaleone che a una coalizione politica, non raggiunge tuttavia la famosa maggioranza dei due terzi necessaria a mettere Musharraf in seria difficoltà. Ancora lui…

AGGIORNAMENTO (30 marzo 2008):

Il nuovo parlamento pakistano si è riunito per la prima la scorsa settimana e nei prossimi giorni dovrebbe essere eletto il nuovo Primo Ministro. La scelta spetta al Pakistan People's Party (PPP), il partito della defunta Benazir Bhutto che è ha ottenuto la maggior parte dei consensi alle ultime elezioni. Generalmente in Pakistan è il leader del partito vincente a ricoprire l'incarico di Primo Ministro, ma in questo caso non sarà possibile poiché Asif Ali Zardari, il vedovo di Benazir Bhutto della quale ha raccolto l'eredità politica, non è eleggibile poiché non è un membro del parlamento. L'omicidio della Bhutto è infatti avvenuto a candidature ormai chiuse e prima Zardari non si occupava direttamente di politica. In ogni caso, sebbene la scelta spetti al PPP, il nuovo Primo Ministro dovrà essere una persona gradita anche al secondo partito pakistano, la Pakistan Muslim League – N (Nawaz), formazione con la quale dovrà realizzare la coalizione di governo. Sicuramente non sarà Nawaz Sharif, leader del PML-N, anch'esso non membro del parlamento. Fino a poco tempo fa il favorito era Makhdoom Amin Fahim, il vicepresidente del PPP, ma Zardari si sarebbe opposto alla sua elezione.Per quanto riguarda la formazione del nuovo governo, l'accordo tra Asif Ali Zardari e Nawaz Sharif sarebbe già stato raggiunto. La PML-N ha chiesto alcuni ministeri strategici, come Difesa e Finanza. La distribuzione dei ministeri tra i due principali partiti dovrebbe comunque avvenire in base a un criterio proporzionale concordato tra i due leader. Il PPP avrà il 54% dei seggi nel gabinetto federale, mentre il PML-N ne otterrà il 40%. Almeno in una prima fase il numero dei ministri dovrebbe essere di 15, per poi espandersi successivamente fino a 20. In ogni caso, chiunque sia a guidarlo, il nuovo governo pakistano non darà vita facile al Presidente Mushrraf. Basti pensare che i due partiti di maggioranza hanno già deciso il reinsediamento, entro 30 giorni da oggi, dei giudici della Corte Suprema che Musharraf aveva deposto prima delle elezioni.

APPROFONDIMENTI:
- Vulcano Pakistan, limes on line.
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martedì 18 marzo 2008

La Spagna di Zapatero

Il Partito socialista spagnolo (Psoe) del primo ministro José Luis Rodriguez Zapatero, ha vinto le elezioni politiche, superando per la seconda volta consecutiva il Partito popolare (Pp), il cui candidato alla presidenza del governo era Mariano Rajoy. Sia i socialisti sia i popolari hanno guadagnato voti e seggi in parlamento rispetto alle elezioni di quattro anni fa: il Psoe passa da 164 a 169 deputati, il Pp da 148 a 153. Questo dato testimonia il rafforzamento del bipolarismo in Spagna, confermato dal fatto che i partiti minori, come Izquierda unita (Iu), hanno perso molti consensi. L'altra chiave delle elezioni di domenica è stata la sconfitta dei partiti nazionalisti - soprattutto quelli dei Paesi Baschi (Pnv) e della Catalogna (Erc) - a vantaggio dei socialisti.
"Come gli altri paesi d'Europa", scrive Joëlle Kuntz su Le Temps, "anche la Spagna s'inserisce dopo queste elezioni nella cornice politica del bipartitismo. Accordando la vittoria al Psoe di José Luis Zapatero, gli elettori hanno riconosciuto ai socialisti quella legittimità politica che i popolari gli negavano ormai da quattro anni, come se il premier avesse rubato la vittoria del 2004 successiva agli attentati di Madrid". Ma la vittoria di Zapatero significa anche altro. "Sancisce la legittimazione del bipartitismo", continua la Kuntz, "la lotta a tutte le logiche indipendentiste, il rifiuto delle avventure nazionaliste, del revanscismo storico di centro e del radicalismo basco violento. E restituisce l'immagine di un popolo che sceglie il partito interessato a rendere la vita più vivibile, la televisione più guardabile, la paella più mangiabile, gli uomini e le donne più amabili in una Spagna desiderabile e rispettata".
A me sembra che il risultato maggiore ottenuto da Zapatero sia quello di aver estromesso il volere della chiesa spagnola, che aveva fatto di tutto per screditarlo e per indurre i cittadini a decretare la sua definitiva uscita di scena. Mi domando quando in Italia sarà possibile una cosa del genere…

mercoledì 12 marzo 2008

Democrazia alla russa

L’attesa vittoria del successore designato da Vladimir Putin alla presidenza della Russia, Dmitrij Medvedev, che ha raccolto il 70,2% delle preferenze, conferma l’andamento elettorale emerso nelle elezioni regionali svoltesi quasi un anno fa (11 marzo 2007), quando il partito di Putin, Russia Unita, conquistò 13 delle 14 regioni in cui si era votato, e di quelle parlamentari dello scorso dicembre. Con Putin capolista, infatti Russia Unita ha trionfato (64% delle preferenze), guadagnando rispetto alle elezioni del 2003 un 27% in più di voti e assicurandosi così una maggioranza parlamentare tale da poter modificare addirittura la Costituzione.
"Ora che abbiamo esaurito le speculazioni sul nuovo presidente russo Dmitrij Medvedev è tempo di porsi un’altra domanda: i russi sono davvero capaci di democrazia? Sono in molti, sia ad ovest che ad est, a sostenere che la Russia non abbia una vera e propria tradizione democratica, che i russi preferiscano il pugno duro e che la Russia sia un paese troppo grande ed eterogeneo per essere governato democraticamente", scrive sul Financial Times l'ex ambasciatore britannico a Mosca Rodric Braithwaite. Il quale riprende il pensiero di George Kennan, grande esperto di Unione Sovietica, che nel 1951 scrisse: "Date tempo ai russi di risolvere le loro faccende a modo loro. Le vie che troveranno forgeranno la loro storia nazionale". "È il consiglio più saggio", conclude l’ex diplomatico, "e quello più ignorato dai nostri politici che, come novelli missionari cristiani, vorrebbero imporre sempre, dappertutto e comunque il loro credo".
In seguito alle restrizioni imposte dal governo russo agli osservatori internazionali, l’Osce ha rinunciato a monitorare le elezioni mentre la missione del Consiglio d’Europa ha dichiarato che si è trattato di un “plebiscito” piuttosto che di una libera competizione elettorale soprattutto per le gravi lacune riscontrate nella registrazione dei candidati. E gli sconfitti - Zyuganov (Partito comunista) con il 17,8% e Zhirinovskij (Partito liberal-democratico) con il 9,4% - hanno annunciato l’intenzione di intraprendere un'azione legale, contro le violazioni che avrebbero caratterizzato queste elezioni.
Ma come spesso affermava la Politkovskaja – anticipando così il pensiero di Braithwaite – ai russi piace essere governati da un uomo forte. Putin, dopo gli anni di Eltsin, ha dato alla Russia una svolta, ha risvegliato nel paese quel senso di grandeur che sembra avere innato nello spirito dei suoi cittadini, ha fatto in modo che essi – o meglio solo una sua parte – traessero vantaggio da un’economia forte, basata sulla nazionalizzazione delle sue immense riserve energetiche. Al contrario degli oligarchi di Boris, pronti a svendere il paese alle esigenze di Washington. Medvedev sarà chiamato a continuare su questo tracciato. A scapito – purtroppo – dello stato di diritto. Appunto, una democrazia alla russa…

APPROFONDIMENTI:
- Speciale elezioni russe, limes on line;
- Dossier "continente" Russia, La storia siamo noi.

I soliti 'ignoti'




martedì 11 marzo 2008

La coscienza dell'odio

Conferenza di Parigi. Lavori in corso: "Progetto Crea la Palestina"
"Partners del progetto:________________________________________"

In Medio Oriente i pessimisti hanno quasi sempre ragione. L'ultimo orrendo attentato a Gerusalemme conferma lo scetticismo di quanti hanno sempre pensato che il "processo di Annapolis" fosse fumo. L' ennesimo esercizio diplomatico-mediatico totalmente estraneo alla realtà del terreno. E la realtà è che Israele si appresta a celebrare il sessantesimo anniversario della fondazione sotto il fuoco degli attentati nel cuore della sua capitale, dei razzi lanciati da Gaza verso Ashkelon e dintorni, delle incursioni terrestri contro la Striscia appena abbandonata e subito conquistata da Hamas. Se non è guerra aperta, poco ci manca.
Il Muro non basta a fermare il terrorismo palestinese. Non vi sono misure di sicurezza che possano garantire l' impenetrabilità di Israele. Né d' altra parte si può immaginare che Gerusalemme accetti di convivere con l' Hamastan alle sue porte. I leader israeliani sono alle prese con l' incompatibilità dei loro due obiettivi strategici: consolidare Israele come Stato degli ebrei e mantenere il controllo dei Territori palestinesi. Il primo precetto nasce dal vincolo demografico: nel giro di pochi anni la somma dei palestinesi abitanti a Gaza e in Cisgiordania, più gli arabi israeliani, sarà nettamente superiore al totale degli ebrei. Se manterrà la presa su Giudea e Samaria, Israele rischierà di scivolare verso lo Stato binazionale. Un' improbabile macedonia arabo-ebraica che annienterebbe l' opera di generazioni di sionisti. Il Grande Israele è la morte di Israele. Lo sanno bene anche gli ultranazionalisti, per i quali occorre costringere i palestinesi ad arrendersi all'idea che il loro Stato si farà, semmai, oltre il Giordano. Ipotesi piuttosto avventurosa, quanto meno perché prevede un biblico trasferimento di popolazioni, oltre al crollo del regime di Amman.
La seconda necessità deriva dalla coscienza dell' odio accumulato nei palestinesi, non importa di quale colore politico o religioso, dopo le umiliazioni e le vessazioni subìte dal 1948 a oggi. Una rabbiosa disperazione che induce i propositi più efferati, e sta radicando l'antiebraismo in modo indelebile nella popolazione araba della regione. Ma nessun esercito - tanto meno lo Tsahal attuale, assai meno motivato e ardimentoso di quello dei pionieri - può tenere in eterno sotto il proprio assoluto dominio una popolazione nemica. Più passano gli anni, più traspare la demoralizzazione di ufficiali e soldati costretti a fare i secondini di un popolo che non li tollera, anche se li teme. Sicché i leader israeliani inclinano periodicamente verso l' una o l' altra priorità, senza potersi o volersi decidere. In più, oggi tutti sentono odore di elezioni e si profilano di conseguenza. A cominciare da Barak, che tiene molto a conquistarsi sul terreno di Gaza la fama di neo-falco. Per finire con Olmert, il più impopolare premier della storia dello Stato ebraico, che non vorrebbe essere ricordato dai posteri per tale primato, dopo aver già perso l' ultima campagna di Libano.
Sul fronte palestinese il quadro è ancora più sconfortante. Un popolo senza capo. Allo sbando. Abu Mazen è figura patetica, incapace di affermare una parvenza di autorità oltre il perimetro del suo quartier generale (anzi nemmeno in quello). I leader di Hamas - un' organizzazione sempre meno coesa, attraversata da lotte di clan e segnata dalle influenze esterne - sono asserragliati nella gabbia di Gaza e non riescono a uscirne. L' unico leader carismatico che potrebbe forse riunificare il campo palestinese, Marwan Barghuti, è ristretto nelle carceri israeliane, dove peraltro riceve un trattamento di riguardo: gli israeliani si riservano di giocare la carta Barghuti all' ultimo momento, se mai decideranno di aprire un serio negoziato di pace con il nemico. Per ora, non pare. Comunque, senza un interlocutore non si può trattare. E la furbizia di Sharon, che voleva negoziare con se stesso, non funziona più.
In un altro momento, gli Stati Uniti avrebbero potuto esercitare una certa pressione su entrambi i contendenti, soprattutto sui loro amici israeliani. Ma oggi Bush non ha l' autorità per dirimere la disputa. E l' opinione pubblica americana è concentrata sulle elezioni di novembre. Bisognerà probabilmente attendere il verdetto di quel voto per sperare che da Washington un nuovo, autorevole e coraggioso presidente si decida a smentire i pessimisti, imponendo quella pace che i belligeranti, oggi, non riescono nemmeno a immaginare.

FONTE: LIMESONLINE, Vignettista: Khalil Abu 'Arafa; Fonte: al-Quds, Palestina

venerdì 7 marzo 2008

Buco nero Kosovo

L’indipendenza del Kosovo apre un periodo difficile nelle relazioni internazionali. Nove anni dopo la guerra targata Nato è chiaro il disastro provocato da politiche unilaterali. Nel mezzo, la spinosa questione del riconoscimento del nuovo stato e la ridefinizione dei rapporti di forza in quella che è già stata definita la ‘2nda guerra fredda’. Ma oltre allo scenario globale, preoccupa la situazione nella regione balcanica, ormai inevitabilmente divisa su basi etniche.


1. A distanza di 9 anni è ora estremamente chiara la ratio che spinse la 'comunità internazionale' ad intervenire nell'ex-Jugoslavia, in quell’operazione che Inacio Ramonet definì ‘Lo scempio’ [Le Monde dimplomatique, 5/99]. Ci dissero - fino a creare una nuova figura giuridica di casus belli - che quella guerra era giustificata da motivi umanitari. Adesso è chiaro che gli Usa spinsero per quella soluzione con l'evidente scopo di allargare la propria sfera d’influenza, fino ad insidiare i confini russi (episodio ripetutosi con la ‘rivoluzione arancione’ in Ucraina, quella ‘delle rose’ in Georgia, e con una serie di avvenimenti controversi in paesi come Polonia e Repubblica Ceca ed altri territori dell'ex-blocco sovietico). La dimostrazione prende il nome di Camp Bondsteel, gigantesca base di 9000 uomini costruita dopo, appunto, il 1999 in Kosovo. Quella guerra segnò, per la prima volta, la rottura della legalità internazionale così come concepita all’indomani della 2nda GM: la Nato assumeva il carattere di alleanza non più solo difensiva (art. 5 del trattato) e sostituiva di fatto l’Onu nel ruolo di decisore mondiale [Noam Chomsky, Le Monde diplomatique, 5/99]. Il tutto in una scandalosa campagna di disinformazione, una sorta di ‘guerra delle emozioni’ [Serge Salimi, Le Monde diplomatique, 5/99] che ha omesso molti particolari come, ad esempio, la possibilità di evitare quella guerra puntando tutto su una soluzione diplomatica sulla base degli ‘sconosciuti’ negoziati di Rambouillet [Paul-Marie de la Gorce, Le Monde diplomatique, 5/99].
Ultima delle
tappe di una vicenda già scritta, l’autoproclamazione dell’indipendenza del Kosovo del 17 febbraio scorso ha aperto una fase complessa e delicata nei rapporti internazionali. Molti degli elementi di questo intricato scenario sono ancora in movimento e le conseguenze imprevedibili. Oltre alle dinamiche interne in Serbia e in Kosovo, determinante è il grado di coinvolgimento dei diversi attori internazionali come Onu, Ue, Usa, Russia e Cina, senza dimenticare l’apertura di una complicata partita su scala regionale.

2. Secondo il diritto internazionale uno Stato, per essere considerato tale, deve possedere 3 caratteristiche sostanziali: un popolo (stanziato in un dato territorio e con una propria coscienza politica senza la necessità che risulti omogeneo in aspetti quali la cultura, la religione, etc, su cui esercitare il controllo), un territorio (il controllo va esercitato su di uno specifico territorio, pur non essendo importante che i suoi confini siano esattamente delineati) e una sovranità reale sul territorio e sul popolo (tanto interna - la capacità di uno stato di esercitare il proprio imperio all'interno del proprio territorio – quanto esterna - la capacità di esercitare il governo di una regione e di un popolo indipendentemente da ingerenze di altri stati). Da ciò deriva che i requisiti della soggettività internazionale dello Stato sono rintracciabili nella sua effettività, ossia nel controllo effettivo di una comunità territoriale (dal momento che la nascita di uno Stato è un processo ‘di fatto’ o politico o storico, e non giuridico, almeno secondo la communis opinio) e nella sua indipendenza, ossia nel fatto che l’organizzazione di governo non dipenda da un altro Stato (la cosiddetta indipendenza dello Stato-organizzazione).
In particolare, il requisito dell’indipendenza va inteso cum grano salis. Se lo si volesse intendere come assoluta possibilità di determinarsi da sé, si giungerebbe alla conclusione che nessuno Stato (e forse nemmeno le grandi Potenze) sia soggetto di diritto internazionale, essendo l’interdipendenza una delle caratteristiche oggigiorno sempre più marcate delle relazioni internazionali. Che dire poi degli ‘Stati satelliti’, della sovranità limitata, della presenza di basi e truppe straniere, e di tutti gli altri condizionamenti messi in atto dagli Stati più forti nei confronti dei più deboli? Dove porre allora il limite oltre il quale non c’è indipendenza e, quindi, non c’è soggettività internazionale? Nella dottrina prevalente (cfr. per esempio CONFORTI) si ritiene che non possa che farsi leva su di un dato formale: è indipendente e sovrano lo Stato il cui ordinamento sia originario, tragga la sua legittimità e forza giuridica da una propria Costituzione e non da quella (a volte anche imposta) di un altro Stato [1]. Il che permette di spiegare – tra l’altro – perché normalmente si ritenga che non influiscano sulla soggettività la dimensione dello Stato, la sua pacificità e democraticità, nonché l’estensione materiale delle sue risorse economiche (si pensi, tra tutti, a San Marino e al Lichtenstein). Una sola eccezione può forse ammettersi (CRAWFORD): il dato formale non può più invocarsi – e deve cedere di fronte al dato reale – quando l’ingerenza da parte di un altro Stato nell’esercizio del potere di governo è totale, quando cioè il Governo indigeno è di fatto un ‘Governo fantoccio’ [2].
L’organizzazione di governo che eserciti effettivamente ed indipendentemente il proprio potere su di una comunità territoriale diviene soggetto internazionale in modo automatico. Non è infatti necessario che essa sia riconosciuta dagli altri Stati. Solo per fare qualche esempio, si sa che l’Italia riconobbe la Repubblica democratica tedesca (e viceversa) solo nel 1973; che gli Usa e la Cina si riconobbero reciprocamente solo nel 1978-79, epoca in cui cessarono i rapporti diplomatici tra i primi e Taiwan; che la maggior parte degli Stati arabi non riconosce Israele; che l’Italia ed altri paesi hanno riconosciuto Croazia e Slovenia – proclamatesi indipendenti per scissione dall’ex-Jugoslavia – nel 1992. Orbene, tutto ciò ha scarsa rilevanza giuridica, dal momento che per il diritto internazionale – almeno secondo l’opinione che meglio corrisponde alla prassi seguita dagli Stati – il riconoscimento è un atto meramente lecito, così come è meramente lecito il non-riconoscimento: entrambi non producono conseguenze giuridiche [3]. Il riconoscimento appartiene, insomma, alla sfera squisitamente politica (QUADRI) e rivela null’altro che l’intenzione di stringere rapporti, scambiare rappresentanze diplomatiche e avviare forme di collaborazione che, a seconda del loro grado di intensità, viene solitamente sottolineata dalla formula del riconoscimento de jure o de facto [4]. Quando si nega valore giuridico al riconoscimento – atto in ordine al quale le più varie teorie sono state sostenute – si viene a respingere soprattutto la tesi che esso sia costitutivo [5] della personalità internazionale. Si viene cioè a respingere la tesi secondo cui, affermandosi una nuova organizzazione di governo con i caratteri dell’effettività e dell’indipendenza, gli Stati pre-esistenti possano esercitare nei suoi confronti (appunto mediante il riconoscimento) una sorta di potere di ammissione nella comunità internazionale [6]. Bisogna però ammettere che tale tesi ha il merito di cogliere una tendenza che è stata sempre presente nella prassi internazionale, anche se non è mai riuscita a tradursi in precise norme giuridiche. Gli Stati pre-esistenti tendono, infatti, a giudicare se il nuovo Stato meriti o meno la soggettività, ancorando il loro giudizio ad un certo valore o ad una certa ideologia (come del resto ha fatto Bush nel caso del Kosovo): se in passato si usava non riconoscere uno Stato che non fosse monarchico o non fosse cristiano, in epoca attuale si tende a sostenere che non siano da riconoscere come soggetti internazionali i Governi affermatisi con la forza, gli Stati ‘non democratici’, quelli ‘non amanti della pace’ o che violano i diritti umani, etc. L’unica verità in tutto ciò è che questa tendenza non si è mai tradotta in norme internazionali per il semplice fatto che gli Stati, anche quando si trovano d’accordo sul valore da porre a base del riconoscimento, divergono poi (il più delle volte per ragioni politiche) sulla sua riscontrabilità in ciascun caso concreto.
Se, quindi, i requisiti necessari affinché lo Stato acquisti (automaticamente) la personalità internazionale sono quelli dell’effettività e dell’indipendenza, resta da chiedersi se essi siano anche sufficienti o se ne occorrano altri. Tralasciando le evidenti esagerazioni delle già citate Dichiarazioni di Bruxelles (che contengono una lunga lista di requisiti che non trova precedenti nella prassi), sarà sufficiente in questa sede limitarsi ai requisiti che oggi più frequentemente ricorrono, e cioè che lo Stato nuovo non costituisca una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale, goda del consenso del popolo – espresso tramite libere elezioni – e non violi i diritti umani. Può effettivamente dirsi che non siano da considerare come soggetti internazionali gli Stati che tengano comportamenti del genere? La risposta è da ritenersi negativa. In realtà, tali requisiti, se considerati non come requisiti ai quali uno Stato pre-esistente subordina l’instaurazione di rapporti di amicizia con uno Stato nuovo, ma come presupposti della personalità internazionale – e quindi come presupposti che devono sussistere non solo affinché la personalità si acquisti, ma affinché essa non si perda – non trovano alcun riscontro nella realtà. Stati che, permanentemente o temporaneamente, minacciano la pace o sono autoritari o violano i diritti umani non mancano nella comunità internazionale. E non sono neppure pochi. Anzi, a ben guardare, costituiscono larga maggioranza. Ma non è tutto: se è sicuramente vero che, secondo sicuri principi del diritto internazionale contemporaneo, uno Stato è obbligato a non minacciare la pace e a rispettare i diritti umani, è altrettanto vero che simili obblighi, in quanto tali, non condizionano ma, anzi, presuppongono e, in ultima analisi, contribuiscono a definire la personalità giuridica dello Stato medesimo.

3. Il Consiglio di Sicurezza si è diviso sulla richiesta urgente da parte della Russia di annullare l’autoproclamazione di indipendenza. Mentre Usa, Gran Bretagna e Francia hanno riconosciuto il Kosovo indipendente, Russia e Cina considerano la proclamazione illegale, chiedendo che si continui a procedere in base a quanto previsto dalla risoluzione 1244 (10 giugno 1999), con cui si concluse la campagna aerea della Nato contro la Jugoslavia (Serbia e Montenegro). Un ulteriore elemento sta nel fatto che in base alla Costituzione serba, il Kosovo è parte integrante dello Stato serbo, in quanto erede internazionalmente riconosciuto della Federazione jugoslava. La stessa risoluzione prevedeva che lo status finale della provincia, temporaneamente affidato ad un protettorato internazionale, sarebbe stato deciso da un’ulteriore risoluzione dello stesso Consiglio di Sicurezza. Una volta di più una vicenda balcanica indebolisce gravemente le Nazioni Unite. Da parte sua, il Segretario generale Ban Ki-moon, rifiutandosi di entrare nel merito sulla legalità o meno della secessione unilaterale, ha dichiarato che per l’Onu l’unico documento valido continua ad essere la risoluzione del 1999, e che le Nazioni Unite continueranno a mantenere la loro presenza, civile in Kosovo (Unmik).
Se per Washington la questione si traduce in un più generale tentativo di avanzamento ad est della Nato (l’America travestita da Occidente), a Mosca l’interesse più rilevante è quello delle pipelines che dovranno trasportare il gas direttamente all’Unione Europea. Ma non sono da trascurare anche altri elementi: in primo luogo un Kosovo indipendente e alleato americano eccita le crescenti fobie del Cremino per tutte le basi Usa ormai a ridosso dei suoi confini e, inoltre, la dichiarazione unilaterale di indipendenza rischia di stimolare alcune aree ad un identico processo, per sottrarsi alla più o meno diretta influenza russa.
Dal canto suo, l’impotente Unione Europea deve fare i conti con una labile comunità di intenti e i
ripetuti errori in politica estera, per cui ogni stato membro ha esercitato il proprio diritto al riconoscimento. E il fallimento sembra sostanziarsi, appunto, in un'umiliazione per tutti coloro che sostengono che la grande forza dell'Europa sta precisamente nel suo cosiddetto ‘potere morbido’, ossia la capacità di influenzare i suoi vicini tramite promesse di accordi commerciali, aiuti finanziari ed eventualmente l'ingresso nell'Unione. E, invece, tutto quello che si è riuscito a fare è stata l’approvazione di una missione di state-building (Eulex). Certo risulta davvero penalizzante l’orientamento maggioritario, dimostratosi poco indipendente e, di conseguenza, appiattitosi sulla visione americana. Desta sorpresa, infatti, l’atteggiamento ostile verso la Serbia che dal 2006 partecipa al PfP della Nato e ha mostrato un’innata vocazione all’integrazione euro-atlantica, seppur permangano forti legami politico-economici con la Russia (è del gennaio 2008 l'accordo per il gasdotto 'South Stream' con il quale Gazprom acqisisce il controllo della compagnia petrolifera statale serba). Inoltre, in una prospettiva medio-lunga Belgrado dovrebbe riacquistare una posizione strategica nell’area per servizi e attività economiche. La crescente fiducia internazionale nell’economia del paese si spiega con una crescita del PIL del 7.1% (1° semestre 2007) e con il dato della Banca Mondiale secondo cui la Serbia è al primo posto nella classifica delle riforme economiche atte ad attrarre investimenti stranieri, anche se l’instabilità politica ha rallentato le riforme strutturali e il processo di privatizzazione (Categoria OCSE 7/7, rating S&P BB). Altrettanto non si può dire per il Kosovo, additato da molti come stato delle mafie, anche se altri lo giudicano meno peggio di quel che appare (vedere anche il Progress Report 2007 della Commissione Europea).
Ancora più imbarazzante è sembrato l’atteggiamento italiano che, invece di perseguire l’interesse della propria politica estera, ha immediatamente avallato il riconoscimento del nuovo stato in omaggio al diktat dell’alleato d’oltreoceano. In particolare, dato il forte interesse per le relazioni con la Serbia (nel 1° semestre 2007 l’Italia risulta essere il 2° partner commerciale di Belgrado, 1° acquirente, 3° fornitore – dopo Russia e Germania – e 5° paese investitore) si sarebbe potuto puntare su un riconoscimento più ragionato (cfr nota 6), e non così impulsivo (Belgrado ha anche ritirato la propria rappresentanza a Roma).

4. L'indipendenza del Kosovo è, quindi, destinata a produrre effetti sia in ambito locale che in ambito internazionale. Su scala locale assisteremo a continue tensioni (ma non è una novità) tra serbi e albanesi, mentre su scala più ampia ci avviamo ad una nuova guerra fredda (sebbene non nei termini che già conosciamo: non esistono più solo 2 blocchi) che è già, da più parti, aperta - si pensi all'Artico, al
Caspio, all'entrata dell'Ucraina nella Nato e nel Wto, allo scudo spaziale e alle minacce di Putin. Senza contare l'effetto domino che la dichiarazione d'indipendenza potrebbe produrre.Infine, è assolutamente deprecabile che l’indipendenza di alcune aree debba avvenire in questo modo. La frammentazione (o ‘balcanizzazione’) della ex-Jugoslavia è avvenuta su basi etniche (la Bosnia per es. è divisa in una ‘Repubblica serba di Bosnia’ e in una ‘Federazione croato-musulmana’) e ciò porterà solo ad un acuirsi delle divisioni. L’Europa non nasceva forse come casa comune del popolo europeo? Accentuare le divisioni etniche è forse coerente con gli scopi della Ue? La guerra del ’99 è stata un’imposizione della Nato, altro che scelte condivise, cosa giusta e motivi umanitari. Insomma, ogni situazione ha ovviamente una sua particolarità, ma il calderone Balcani ha già infiammato e insanguinato l’Europa abbastanza.

NOTE:
[1] Tale concezione solleva diversi dubbi, per esempio, sulla classificazione giuridica dell’Iraq, la cui Costituzione è stata de facto imposta dall’occupante statunitense e, addirittura, scritta in inglese per poi essere tradotta in arabo, con tutte le difficoltà e le incongruenze della traduzione.
[2] Governi fantoccio, come tali privi di soggettività internazionale, si ebbero ad esempio durante la 2nda GM nei territori occupati dai Nazisti (Governo Quisling in Norvegia, Repubblica sociale italiana, etc.). Un esempio attuale di Governo fantoccio è da molti considerato quello della Repubblica turco-cipriota, insediata dalle forze militari turche nella parte settentrionale di Cipro e controllata dalla stessa Turchia. Di questo avviso è in particolare la Corte europea dei diritti dell’uomo (sent. del 18/12/1996 nel caso Loizidou c. Turchia) che ritiene responsabile la Turchia per la violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo perpetrate in quel territorio. Nello specifico, secondo la Corte, “Non occorre accertare se…la Turchia eserciti nel dettaglio un controllo sulla politica e sulle azioni delle autorità della Repubblica turca di Cipro del Nord. Il gran numero di soldati [turchi] che partecipano a missioni attive nel Nord di Cipro…attesta che l’esercito turco ha in pratica un controllo globale di questa parte dell’isola…Tale controllo implica la responsabilità della Turchia in ragione della politica e delle azioni della Repubblica” (par.44).
[3] L’irrilevanza del riconoscimento (e del non-riconoscimento) sull’esistenza dello Stato è efficacemente messa in luce in una sentenza della Corte d’appello degli Stati Uniti (2° circuito, 24/01/1992, New York Chinese TV Programs Inc. v. UE Enterprises Inc., ILR, vol.96, 81ss., partic.88). La Corte si rifiuta di considerare come estinto – per estinzione di uno dei soggetti contraenti – un trattato tra Usa e Taiwan, Stato non più riconosciuto dai primi dopo il 1979 ma, a giudizio della Corte, ancora dotato degli attributi statali. La sentenza contiene anche un riferimento ai trattati tra Usa e altri Stati, come Iran e Cuba, da essi non riconosciuti.
[4] Più approfonditamente, il riconoscimento può essere espresso (dichiarato formalmente), tacito (ricavabile da fatti concludenti, come l’instaurazione di relazioni diplomatiche), de facto (provvisorio e limitato ad alcuni rapporti giuridici, come in caso di instabilità del nuovo Stato), de jure (definitivo e pieno), di Stati (relativo ad un nuovo Stato) o di Governi (relativo ad un Governo rivoluzionario di uno Stato pre-esistente).
[5] Un’importante distinzione si ha, a tal proposito, tra teoria del valore costitutivo (bilaterale o unilaterale) e teoria del valore dichiarativo. Fonti del primo caso sono: Trattato di pace di Parigi del 30/03/1856 (art.7); Dichiarazioni di Bruxelles del 16/12/1991 (cfr. nota 7). Fonti del secondo caso sono invece: risoluzione dell’Institut de droit international del 23/04/1936 sul riconoscimento degli Stati e dei Governi; sentenza della Corte di Cassazione italiana del 25/06/1985 n.1981 sul caso Yesser Arafat; parere n.10 del 04/07/1992 della Commissione arbitrale mista istituita dalla Conferenza di pace sulla Jugoslavia.
[6] Ciò è particolarmente vero per i cd. riconoscimento di Stati e di Governi: se si ritiene che lo Stato quale soggetto internazionale si identifichi con lo Stato-organizzazione (il complesso degli organi statali) ne consegue che il riconoscimento di Stati e quello di governi rivoluzionari coincidono (se cambia radicalmente il governo di uno Stato, cambia anche lo Stato stesso come soggetto internazionale, e il riconoscimento del nuovo governo equivale allora al riconoscimento del nuovo Stato); se invece si accoglie una diversa nozione di Stato quale soggetto internazionale (come ad esempio quella tridimensionalistica che lo configura come ‘ente ternario’ o insieme di 3 elementi – popolo, territorio e sovranità su di essi) si accetta la distinzione tra riconoscimento di Stati e riconoscimento di Governi, ossia la possibilità che l’uno non implichi necessariamente l’altro.

APPROFONDIMENTI:
- Archivio Balcani, Affari Internazionali;
-
Speciale Kosovo indipendente, Limes online;
- Kosovo's independence - key issues, international crisis group;
- Kosovo: The US and the EU support a Political Process linked to Organized Crime, Michel Chussudovsky, Globalresearch;
-
Vreme (Serbia) 29 ottobre 2007;
- CARTOLINE (Kosovo), Internazionale.

domenica 2 marzo 2008

Campagna (elettorale)

vignetta di Marco Viviani

venerdì 29 febbraio 2008

La scuola pubblica utilizzata come fondazione privata di un movimento politico

(un'inquietante mail ricevuta)

La Scuola pubblica elemetare di Monticelli (era questo il suo nome fino allo scorso anno) è la scuola elementare del più grande quartiere di Ascoli Piceno. L'attuale direttrice, Agnese Ivana Sandrin, donna politicamente schierata con il centro-destra, e legata da amicizia personale e di famiglia con il sindaco Celani, nonchè attiva militante del gruppo cattolico di centro-destra Comunione e Liberazione, si è sentita da qualche anno investita dalla missione di trasformarla in una Scuola privata legata a CL e al centro-destra cittadino.
La prima azione intrapresa dalla direttrice è stata quella di cambiare il nome della scuola da Scuola elementare di Monticelli in "Scuola elementare Don Giussani". Don Giussani, per chi non lo sapesse, è il fondatore di Comunione e Liberazione, movimento politicamente schierato, legato nella prima repubblica all'ala della destra DC (Andreotti) e oggi a Forza Italia e UDC (diedero espressamente la direttiva di votare questi due partiti). La direzione scolastica della Sandrin si inaugura dunque non solo con un dubbio atto etico (politicizzare indirettamente una struttura pubblica) ma con una vera e propria infrazione delle regole. Per la legge italiana, proprio in virtù del diritto e dovere di mantenere le scuole pubbliche ben distanti da appartenenze politiche, devono infatti passare trent'anni dalla morte della persona, prima di poter dare il suo nome a una Scuola.
All'inaugurazione del nuovo nome, a cui furono invitati tutti i genitori e a cui parteciparono gran parte degli uomini politici legati al centro-destra ascolano e a CL, il sindaco disse al microfono, sorridente: chiuderemo un occhio su questa legge, tra gli applausi generali. Questo purtroppo è solo l'inizio (parliamo dell'anno scorso).
La politicizzazione della Scuola elementare Don Giussani, utilizzata dalla Sandrin come se fosse la Scuola privata di una fondazione ciellina, ha continuato gradualmente a costruire la propria struttura, inizialmente con pacifiche usanze, come quella dell'insegnare le preghiere a Scuola o quella di stampare un giornalino scolastico a fumetti, per i bambini delle elementari, imperniato di dottrina e catechismo (su questo si potrebbe anche soprassedere) oltre che di approfondimento (sempre a fumetti) sulle eroiche imprese di Don Giussani e di tanti altri eroi di Comunione e Liberazione. Siamo ancora allo scorso anno.
Alla fine dell'anno la direttrice, che intanto aveva costretto attraverso mobbing all'epurazione dalla Scuola di alcune maestre che non erano daccordo con la sua Linea, e che infatti sono state indotte a chiedere il trasferimento, la Sandrin (donna, ricordiamo, politicamente schierata) ha svelato le carte e ha dato vita ad un progetto da cui si posso capire le vere finalità sottese a questa "metamorfosi" della Scuola: un ciclo di incontri scuola-genitori dal raccapricciante titolo: "FORMAZIONE GENITORI" (un incrocio tra il catechismo e la propaganda politica, data l'onnipresenza ad ogni incontro del sindaco Celani e di esponenti di CL), a cui ha (quest'anno) accompagnato un altro ciclo dal titolo "INCONTRI SCUOLA-FAMIGLIA". Nel primo di questi incontri scuola-famiglia la direttrice Sandrin ha deciso di invatare l'agente Betulla, Renato Farina, agente della CIA e dei peggiori Servizi segreti neo-deviati (Pompa-Pollari), disinformatore di professione, condannato a sei anni nel processo legato al rapimento dell'Imam di Milano e radiato in via definitiva dall'Ordine dei giornalisti dopo che si era scoperto che era un uomo dei Servizi pagato per pubblicare falsi dossier. Capiamoci bene, al di là della retorica: Renato Farina è stato invitato in quanto uomo di CL e in quanto uomo legato strettamente ai poteri di centro-destra. In un momento in cui la sua immagine era pubblicamente (e giustamente!) infangata, il gruppo di potere Comunione e Liberazione ha deciso a livello nazionale di "ricostruirgli una verginità", organizzando per lui diversi incontri nelle fondazioni CL.
Niente di male (o meglio: poco di male), se non fosse che la SCUOLA PUBBLICA DI MONTICELLI è stata presa per una FONDAZIONE PRIVATA DI COMUNIONE E LIBERAZIONE!!!!!!!!! Noi del gruppo di Monticelli e di Ascoli Piceno abbiamo organizzato una manifestazione pacifica in cui distribuivamo un volantino informativo dal titolo: Chi è Renato Farina; sit-in a cui ha collaborato anche l'UAI. Da quel momento in poi dentro la scuola la Direttrice Sandrin, che evidentemente non è abituata a prendere in considerazione l'eventualità che ci sia un pensiero diverso dal suo, ha iniziato ad instaurare un clima "folle" di tensione. Le maestre "dissidenti", che non avevano votato la sua decisione di invitare Farina, sono state prese di mira, e stanno subendo quotidianamente il mobbing che avevano lo scorso anno subito altre maestre che si erano esposte. Basti dire, tra le tante follie, che la Sandrin è arrivata a convocare le "maestre non allineate" in Direzione e a chiedere loro se "ERANO BATTEZZATE" perchè nella Scuola Don Giussani le maestre sono chiamate a seguire un PROGETTO EDUCATIVO.
Altro episodio estemporaneo per farvi capire l'illegalità che regna sovrana in quella scuola ex-pubblica (attualmente occupata da un movimento politico): Ilaria e Luchetto un giorno vanno a prendere loro figlio, Riccardo, a scuola, e trovano un volantino di Comunione e Liberazione illegalmente diffuso all'interno della Scuola, in cui si denunciava la violenza terroristica dei contestatori che alla Sapienza hanno proibito al Papa di parlare, e in cui si denunciava la cultura laicista italiana paragonandola al comunismo cubano. Al di là del giudizio di valore sull'intervento in sè, chiaramente una Scuola pubblica elementare non è il luogo idoneo per un volantino del genere, e Ilaria è andata in Direzione a esporre questo semplice principio alla Sandrin, che in tutta risposta, nel ruolo di Direttrice, in Direzione, ad una madre di un alunno, ha urlato: "Tu sei il frutto marcio della cultura laicista della Sapienza! Concludendo: Provo pena che suo figlio abbia una madre come lei!". Roba da pazzi.
Abbiamo infine saputo, e questa è la goccia che fa traboccare il vaso, che nel Collegio docenti del 28 gennaio, la Sandrin ha presentato a sorpresa un suo volantino politico (quello che allego) in cui la Scuola Don Giussani prende posizione politica su di una manifestazione (la nostra) che si svolgeva all'esterno della Scuola, e a cui avrebbe potuto rispondere da una sede di un partito o da cittadina privata, ma non da DIRETTRICE DI UNA SCUOLA PUBBLICA, con il voto del COLLEGIO DEI DOCENTI (che si è spezzato in due, ma che comunque ha approvato la delibera).Nel volantino si susseguono una serie di reati: politicizzazione di una scuola pubblica (cioè abuso d'ufficio), falso in atto pubblico, diffamazione (nei nostri confronti) etc... Potrete leggerlo da soli, considerando che è stato "depurato" dai vocaboli più gravi.

martedì 26 febbraio 2008

Le motivazioni economiche dell'eventuale guerra all'Iran

* Post realizzato rielaborando un articolo di Ellen Hodgson Brown sul sito di Globalresearch. Ellen Brown ha lavorato come avvocato nei processi civili a Los Angeles, dove ha acquisito le sue competenze di ricercatrice. Nel suo ultimo libro, Web of Debt (Rete di Debiti) rivolge le sue abilità ad analizzare la Federal Reserve e il ‘money trust’. Dimostra come il cartello privato ha usurpato ai popoli il potere di creare denaro e come le persone possono riprendersi questo potere. I suoi 11 libri includono il bestseller Nature’s Pharmacy (La Farmacia della Natura), scritto insieme alla dott.ssa Lynne Walker, che ha venduto 285.000 copie. I suoi siti web sono www.webofdebt.com e www.ellenbrown.com.

1. L’ultima escalation di tensione tra Stati Uniti e Iran – episodio risalente al 5 gennaio in cui cinque navi da pattuglia iraniane hanno circondato 3 navi americane nello stretto di Hormuz, arrivando fino a ben 200 metri – rimane ancora contornato da circostanze misteriose. Gli osservatori scettici potrebbero pensare che si sia trattato di un tentativo di convincere i cittadini americani – e l’opinione pubblica occidentale - che l’Iran sia ancora senza dubbio una minaccia, nonostante il rapporto (Iran: Nuclear Intentions and Capabilities) del National Intelligence Estimate (NIE), il quale ha dimostrato che il paese non sta prendendo parte a un programma di armamenti nucleari, come era stato ampiamente dichiarato dalle stesse autorità di Teheran e dai vari ispettori che si sono alternati alla guida delle ricognizioni negli impianti del paese - almeno fino a quando, a seguito delle minacce e delle relative sanzioni a marchio Onu, non sono stati più ammessi.
Del resto, il presidente George W. Bush non ha mai abbandonato tale convinzione, tanto che, prima di partire per la sua visita in Medio Oriente, riferì al quotidiano israeliano Yediot Ahronot che “uno dei motivi per cui sto andando in Medio Oriente è il desiderio di chiarire, senza ombra di dubbio, alle nazioni che si trovano in quella parte del mondo che noi consideriamo l’Iran una minaccia, e che in nessun modo il NIE l’attenua”. Così come il repubblicano Ron Paul, il quale ha dichiarato candidamente che “C’è ancora una grande possibilità di un’azione nucleare contro l’Iran […] Ci sono ancora diversi neoconservatori che vogliono perseguire l’Iran anche sotto queste condizioni non credibili”. Si è solamente spostato l’obiettivo dagli impianti nucleari alla Guardia Rivoluzionaria Iraniana, dipinta come un’organizzazione terroristica.

2. Perché allora cercare un pretesto, anche solo poco credibile, per fomentare l’ennesima dispendiosa campagna militare? Accertato che, infondo, l’Iran non è poi una vera minaccia alla pace e alla sicurezza globale, una teoria diffusa sostiene che l’impulso alla guerra riguarda esclusivamente il petrolio; ma molti altri paesi hanno il petrolio, e di solito non vengono invasi per ottenere le loro risorse. Perché andare in guerra per il petrolio iraniano quando è possibile comprarlo? Tra l’altro una cooperazione economica tra i due stati andrebbe a sicuro vantaggio delle companies americane. Un’altra teoria sostiene che la dimostrazione di forza riguarda la difesa del dollaro. L’Iran minaccia di aprire la propria borsa petrolifera, e sta già vendendo la maggior parte del suo petrolio in monete che non siano il dollaro. L’Iran ha, infatti, interrotto il controllo del petrodollaro imposto negli anni ’70, quando l’OPEC fece un accordo con gli Stati Uniti per vendere il petrolio solo in dollari americani. Ma come ha sottolineato William Engdahl in un editoriale del marzo 2006, l’Iran non è il solo a desiderare di abbandonare il dollaro come valuta per il petrolio, e fin dagli anni ’90 la guerra con il paese degli ayatollah era tra le opzioni della strategia americana per il Grande Medio Oriente, ben prima che esso minacciasse di aprire la sua borsa petrolifera.
Quando nel 2003 si invase l’Iraq, i motivi addotti furono, in un primo momento, il legame tra Saddam Hussein, al-Qaeda e gli attentati al WTC. Motivi decisamente ridicoli, tanto che furono immediatamente cambiati con la presunta presenza nell’arsenale del dittatore delle famigerate – e mai trovate – armi di distruzione di massa. La realtà, come è ben noto, risiede nel fatto che anche Saddam aveva in progetto di iniziare a sganciare la vendita del petrolio iracheno dal dollaro a favore dell’euro. Come è andata a finire è storia attuale.
Ad ogni modo, già nel 2000, l’Iran era l’obiettivo del famigerato saggio politico “Ricostruire le difese dell’America”, pubblicato dal PNAC (Project for a New American Century) e basato su un precedente progetto chiamato “Un taglio netto: la nuova strategia per rendere il regno sicuro”, preparato per il primo ministro israeliano Netanyahu nel 1996. Il PNAC (qui il sito) non è altro che un gruppo di esperti neo-conservatori - collegato all’establishment della Difesa e Intelligence americana, al partito repubblicano e al potente Council on Foreign Relations (Consiglio per le relazioni con l’estero) - che gioca un ruolo importante nel formulare la politica estera degli Stati Uniti. Nel saggio si richiedeva “l’imposizione diretta di ‘basi avanzate’ americane in tutta l’Asia Centrale e nel Medio Oriente, con lo scopo di assicurarsi il dominio economico mondiale, strangolando qualsiasi potenziale rivale o le eventuali alternative alla visione americana di un’economia di libero mercato”.

3. Nel XIX secolo il libero mercato era qualcosa cui molti americani si opponevano. Era considerato il piano britannico per sfruttare l’America e le sue risorse, in un periodo storico in cui i banchieri britannici possedevano l’oro, che era l’unica moneta del mercato internazionale. Quando lo standard dell’oro fu abbandonato nel 1971 (‘dollar gold exchange’, presidenza Nixon) il dollaro americano lo sostituì come valuta di riserva mondiale. Oggi molte persone nei paesi in via di sviluppo sospettano che il libero mercato mondiale americano sia un’altra forma di sfruttamento – paesi in difficoltà disposti ad essere saccheggiati delle loro risorse fisiche e umane per ottenere in cambio il prestito dei dollari necessari ad acquistare il petrolio a prezzi gonfiati. Il petrolio è l’esca per far cadere il mondo nella trappola dei debiti, e il terrorismo che deve essere soppresso non è altro che la ribellione di chiunque non si lasci intrappolare docilmente. L’arma in questa guerra economica è il debito, e i proiettili sono gli interessi composti.
Gli interessi composti hanno, insomma, permesso al cartello delle banche private mondiali di controllare la maggior parte delle risorse mondiali. La trappola del debito è stata preparata nel 1974, quando l’OPEC fu indotta a commerciare il petrolio esclusivamente in dollari americani. Il prezzo del petrolio allora quadruplicò all’improvviso (cd. shock petrolifero), e i paesi che possedevano una quantità insufficiente di dollari in relazione alle loro necessità petrolifere furono costretti a chiederli in prestito. Nel 1980 i tassi di interesse internazionali crebbero rapidamente fino al 20%. Al 20% gli interessi aumentano di anno in anno: 100 dollari presi in prestito raddoppiano in meno di 4 anni, e in 20 anni diventano ben 3.834 dollari. L’impatto sui paesi del terzo mondo fu devastante. Il presidente nigeriano Obasanjo nel 2000 si lamentò in questo modo: “Tutto ciò che abbiamo chiesto in prestito fino al 1985 erano 5 miliardi di dollari circa, ne abbiamo pagati circa 16 miliardi, tuttavia ci dicono che dobbiamo pagare ancora 28 miliardi. Questi 28 miliardi si sono realizzati a causa dell’ingiustizia dei tassi di interesse dei creditori stranieri. Se mi chiedete qual è la peggior cosa al mondo, io rispondo che sono gli interessi composti”.

4. Questo ‘demone’ governa le relazioni mondiali attuali condannando la maggior parte della popolazione mondiale a vivere sotto l’insegna del debito: ogni persona appena nata in America Latina deve 1.600 dollari per il debito estero; ogni individuo concepito nell’Africa Sub-sahariana porta con sé il peso di un debito di 336 dollari per qualcosa che i suoi antenati hanno ripagato già molto tempo fa. Nel 1980 il debito dei paesi del sud del mondo ammontava a 567 miliardi di dollari; da allora hanno pagato 3.450 miliardi di dollari in interessi e ammortamento, sei volte tanto l’ammontare originale. Malgrado ciò il debito è quadruplicato nel 2000 e ha raggiunto 2.070 miliardi di dollari.
Gli studiosi islamici hanno cercato di concepire un sistema bancario mondiale che possa essere un’alternativa al sistema basato sugli interessi che controlla l’economia mondiale, e l’Iran ha aperto la strada nella creazione di questo modello. L’Iran è stato in grado di sfuggire alla trappola del debito che ha catturato altri paesi in via di sviluppo perché aveva il petrolio. Poche banche islamiche esistevano prima che l’Iran diventasse una repubblica islamica nel 1979, ma il concetto si sta ora diffondendo su scala mondiale. Con la caduta della Cortina di Ferro nel 1989 il modello economico realizzabile che minaccia la dominazione mondiale dell’establishment bancario occidentale potrebbe non essere più il comunismo.
Il presidente Bush prima del suo viaggio in Medio Oriente ha rassicurato gli alleati: ”E’ importante che le persone di quest’area sappiano che, mentre tutte le opzioni restano sul tavolo, io credo che sia possibile risolvere questo problema diplomaticamente, e il modo per riuscire a far questo è mantenere isolato l’Iran dalla comunità internazionale”. Isolare l’Iran da chi? L’isolamento è qualcosa che viene fatto per prevenire il contagio. Il contagio che deve essere arginato potrebbe essere la creazione di un nuovo sistema economico che valuta certi tipi di tasso d’interesse alla maniera del sistema islamico, in cui non sono permessi (esclusa la zakhat). Forse il pericolo maggiore che l’economia americana in panne percepisce per sé stessa…

venerdì 22 febbraio 2008

Verba volant, purgamenta manent


vignetta di Marco Viviani

giovedì 21 febbraio 2008

Riarmo asiatico

Pochi ne parlano, ma i paesi asiatici stanno affrontando i nuovi e mutevoli equilibri geopolitici dell’area rafforzando i loro eserciti, in particolare – vista la conformazione della zona, prevalentemente incentrata nell’Oceano Pacifico – dotandosi delle più moderne portaerei, decisive in un eventuale conflitto spostato in ambito marittimo. L’allarme viene da Lee Choon-Kun, vicepresidente del gruppo di analisi sudcoreano Centre for free enterprise: “I paesi dell’area asiatico-pacifica, come Stati Uniti, Russia, Cina, Giappone e India, sono impegnati in una forsennata corsa al riarmo. Questa guerra silenziosa sarà incentivata dalla riorganizzazione dei sistemi di sicurezza regionale e alimentata dai crescenti contrasti tra le due alleanze principali, quella tra Stati Uniti e Giappone da una parte, e quella tra Cina e Russia dall’altra” (Fonte: Asianews.it).
La strategia americana nell’area è chiara fin dalla 2nda Guerra Mondiale: il rafforzamento dei legami con il Giappone ha quale obiettivo primario quello di ostacolare la supremazia cinese in Asia e, al contempo, quello di isolare la Russia in Europa. Ma Russia e Cina non sono certo rimaste a guardare. Al fine di contenere e contrastare la strategia americana hanno creato nel 1996 – insieme a Kazakhistan, Kirghizistan e Tagikistan – il cosiddetto Shanghai Five (‘Gruppo dei cinque’ o ‘Gruppo di Shanghai’), poi divenuto nel 2001 la Shanghai Cooperation Organisation (SCO) in seguito all’entrata dell’Uzbekistan. Tra gli osservatori - membri che partecipano solo alle sedute annuali (qui scaricabile un dossier), ma che potrebbero in futuro essere ammessi a tutti gli effetti, quindi anche alle esercitazioni militari - vi sono la Mongolia (2004), Iran, India e Pakistan (2005). In particolare, già dal 2006, l' Iran è in attesa di essere elevato al rango di membro a pieno titolo e verrà, probabilmente, incluso in operazioni congiunte (come quelle sino-russe del 2005) sia di tipo militare che economico, dopo 20 anni di isolamento. La Bielorussia è l’ultimo paese che ha fatto richiesta di entrare a far parte dell' organizzazione come osservatore.
Sebbene nella dichiarazione che è alla base della costituzione della SCO si legga che "non è un' alleanza intesa contro altri stati e regioni ed aderisce al principio di apertura", gran parte degli osservatori credono che uno degli scopi fondanti dell' organizzazione sia stato quello di agire da contrappeso nei confronti degli Stati Uniti e, in particolare, di evitare conflitti che darebbero spazio ad interventi USA in aree vicine alla Russia o alla Cina. Soprattutto quest’ultima - che ha fortissimi interessi in Asia centrale, in primis di natura energetica – è fortemente preoccupata per la sempre maggiore presenza di truppe americane nell’area, dovuta alla ‘guerra al terrorismo’ lanciata dopo l’11 settembre. Molti osservatori credono, inoltre, che l' organizzazione sia stata creata come risposta alla minaccia rappresentata dai sistemi di difesa missilistica in mano agli Stati Uniti, dopo l' inversione di corso attuata da questi ultimi in materia di armamenti nucleari, con conseguente promozione della "Difesa missilistica nazionale" (National Missile Defense).
La non proliferazione nucleare, insomma, sembra ormai essere definitivamente passata di moda un po' in tutte le aree del mondo. Il rischio di incidenti, anche solo casuali, che possano dar vita a conflitti nucleari si addensano come nubi grigie sul futuro dell'umanità.

APPROFONDIMENTI:
- Articolo su resistenze.org;
- Articolo su TuttoCina.

sabato 16 febbraio 2008

Escalation mediorientale

CAOS LIBANO - L’autobomba che ha ucciso martedì sera a Damasco Imad Mughniyeh - capo militare di Hezbollah e, quindi, principale artefice del fallimento dell'offensiva militare israeliana nel Libano del sud nell'estate del 2006 – costituisce un nuovo preciso segnale dell'escalation militare che si annuncia in Medio Oriente. L'ipotesi più concreta, ma non certo l'unica, è proprio quella di un'operazione del Mossad, il servizio segreto israeliano, che eliminando Mughniyeh ha voluto ricomporre l'orgoglio nazionale caduto in frantumi durante l'operazione del 2006: ora anche Ehud Olmert potrà lucidare la sua immagine scolorita di leader senza consenso. La soddisfazione ieri in Israele era alle stelle. Dall’ex capo Mossad, Danny Yatom, ora deputato laburista, al ministro Gideon Ezra, anch'egli ex comandante dei servizi di sicurezza, le parole sono state di piena felicità. Silenzio invece da parte di Meir Dagan, attuale numero uno dei servizi segreti israeliani, che deve comunque aver festeggiato alla grande un’operazione compiuta ancora una volta nel cuore della Siria, già colta di sorpresa lo scorso settembre quando gli aerei israeliani colpirono un obiettivo rimasto misterioso ma descritto da Washington e Tel Aviv come una centrale nucleare siriana in costruzione. Anche la soddisfazione di Washington non ha tardato ad arrivare per bocca di un portavoce del Dipartimento di Stato, secondo il quale “il mondo è un posto migliore senza quest'uomo”.
Mughniyeh era ricercato da anni dagli americani che lo ritenevano coinvolto nell'attentato del 1982 contro la loro ambasciata a Beirut, in quelli del 1983 contro le caserme delle forze Usa e francesi nella capitale libanese in cui morirono oltre 300 soldati, nel dirottamento del volo Twa Atene-Roma nel 1985, in vari rapimenti, nell'organizzazione dell'attentato del 1994 in un centro israeliano a Buenos Aires e persino negli attacchi dell'11 settembre. Per molti libanesi invece Mughniyeh, nato 46 anni fa nei pressi di Sidone, era un eroe della resistenza e ieri nei villaggi del sud del Libano si è gridata vendetta. Ovvie ed immediate sono state le reazioni a Teheran e Damasco, oltre allo scontato discorso di Nasrallah sulla capacità di Hezbollah di fronteggiare Israele qualora se ne dovesse presentare l’occasione.
Nonostante ciò, non manca chi è convinto che se i responsabili credevano con l’ autobomba di poter far saltare - assieme al capo militare di Hezbollah - anche il coperchio della crisi interna libanese, hanno fallito il loro obiettivo: “L'assassinio di Mughniyeh è fatto gravissimo ma non acuirà il clima di scontro che si vive nel paese…nessuno potrà alimentare la polemica ora che si è ripresentato alle porte del Libano il nemico esterno. La manifestazione per Hariri e i funerali di Mughniyeh passeranno senza incidenti e si leveranno invece voci a favore dell'unità del popolo libanese” [Hanadi Salman, caporedattrice del giornale progressista as-Safir]. E, come tiepido segnale della fondatezza di tale opinione, immediate sono state le condoglianze dei due avversari dichiarati di Hezbollah, il premier Fuad Siniora e il leader della maggioranza, Saad Hariri (figlio di Rafiq).
Dal canto suo, Nasrallah - accusato dagli antisiriani di fare gli interessi di Damasco e Teheran - ha nelle mani una nuova occasione per riaffermare che la milizia di Hezbollah difende il Libano dalle aggressioni esterne, auspicando che “i libanesi si riuniscano dietro al sangue versato dalla resistenza contro Israele”. Altro obiettivo è sicuramente quello di respingere i piani di disarmo della resistenza di cui è diventato principale portavoce il leader druso Walid Jumblatt, secondo il quale non esisterebbero possibilità di coesistere col movimento sciita. Il destino di tutti i libanesi – ormai esasperati per lo stallo politico che dura da mesi e non ha permesso l’elezione di un nuovo presidente - speriamo sia invece proprio quello di coesistere, con buona pace di Jumblatt.

ENNESIMO AVVERTIMENTO - “Noi siamo certi che gli iraniani sono impegnati in un programma serio, in parte clandestino, per acquisire capacità non convenzionali […] Niente cambierà questa nostra convinzione e se le sanzioni internazionali non indurranno Teheran a fermare il suo programma nucleare lo Stato ebraico non scarterà alcuna opzione”. E’ dalla Germania - il più fedele e accondiscendente degli alleati europei - che Ehud Olmert lancia un nuovo pesante avvertimento all’Iran, facendo chiaramente intendere che Israele è pronto a mandare i suoi cacciabombardieri all’attacco, possibilmente con l’approvazione dell’alleato americano - anche perché Tel Aviv sa che una sua operazione militare troverebbe in Bush un appoggio, mentre non sono ancora chiare le posizioni sulla questione iraniana di alcuni dei principali candidati alla presidenza Usa.
Olmert ha cercato di convincere Angela Merkel ad adottare una linea ancora più dura nei confronti dell’Iran - col quale la Germania ha intensi rapporti commerciali. Ed effettivamente, dopo aver aderito a gennaio alla proposta di una risoluzione più pesante contro Teheran, Berlino sembra spostarsi definitivamente su posizioni di aperto sostegno a nuove sanzioni. Nei colloqui con la Merkel è stata inoltre discussa anche la fornitura a Israele di altri sommergibili convenzionali costruiti in Germania, della classe Dolphin, in grado di lanciare missili a testate nucleari. Nel 2006 Israele ha chiesto inoltre due sottomarini Dolphin potenziati, U212, capaci di operare a grandi distanza e di rimanere per settimane sotto la superficie del mare e, quindi, schierabili nell’area del Golfo. Certo, stupisce che l’unico paese del Medio Oriente in possesso dell’atomica usi tale argomento per giustificare un’eventuale operazione ‘mordi e fuggi’ di fronte alla comunità internazionale.

IPOCRISIA - Ma a Berlino Olmert ha fatto il pieno, perché la Merkel ha sposato in pieno la linea di Israele nella questione di Gaza: “Ritengo che il fatto che a Gaza ci sia il terrorismo sollevi la questione di come rispondere e come fermare Hamas - ha sentenziato il cancelliere tedesco - la situazione umanitaria è difficile ma prima di tutto i palestinesi devono smettere di colpire le città israeliane”. Parole di una stupidità immensa che hanno evidentemente accresciuto la consapevolezza di uno sbiadito Olmert, sempre più determinato a rispondere alla sfida del terrorismo da Gaza con tutti i mezzi possibili.
La Merkel, dunque, conferma l’appoggio tedesco incondizionato a Israele e chiude gli occhi davanti a ciò che accade a Gaza e nel resto dei Territori occupati, in particolare a Gerusalemme Est, la zona araba della città occupata nel 1967. Il ministro per l’edilizia Zeev Boim ha annunciato che saranno indette gare per la realizzazione di 1.100 appartamenti per israeliani a Gerusalemme Est, 370 unità nell’insediamento colonico di Har Homa e altri 750 in quello di Pisgat Zeev. Ma non è tutto: "I 550 posti di blocco disseminati ovunque in Cisgiordania rendono impossibile la vita dei palestinesi e forniscono motivazioni forti per gli attacchi contro obiettivi israeliani". Lo sostengono, in un documento presentato al Van Leer Institute di Gerusalemme, diversi alti ufficiali riservisti dell’esercito e dell’intelligence militare di Israele, convinti che la rimozione dei check-points che tormentano l’esistenza dei palestinesi aiuterebbe la soluzione del conflitto, oltre ad eliminare una delle fonti principali di violazione dei diritti umani. Gli ufficiali riservisti non sono dei pacifisti e non chiedono l’abbattimento del muro in Cisgiordania. Sostengono però che i posti di blocco non servano a fermare i terroristi. I dirigenti politici - continua il documento dei militari israeliani - lo sanno bene ma tuttavia preferiscono non dirlo per non apparire morbidi, arrendevoli nei confronti dei palestinesi.

venerdì 15 febbraio 2008

Outsourcing


vignetta di Marco Viviani

2 mucche e qualche visione economica

FEUDALESIMO: Hai 2 mucche. Il feudatario prende metà del latte e si tromba tua moglie.
SOCIALISMO: Hai 2 mucche. Il tuo vicino ti aiuta ad occupartene e tu dividi il latte con lui.
COMUNISMO: Hai 2 mucche. Il governo te le prende e ti fornisce il latte secondo i tuoi bisogni.
FASCISMO: Hai 2 mucche. Il governo te le prende e ti vende il latte.
NAZISMO: Hai 2 mucche. Il governo prende la vacca bianca ed uccide quella nera.
DITTATURA: Hai 2 mucche. La polizia te le confisca e ti fucila.
DEMOCRAZIA: Hai 2 mucche. Si vota per decidere a chi spetta il latte.
DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA: Hai 2 mucche. Si vota per chi eleggerà la persona che deciderà a chi spetta il latte.
ANARCHIA: Hai 2 mucche. Lasci che si organizzino in autogestione.
CAPITALISMO: Hai 2 mucche. Ne vendi una per comprare un toro ed avere dei vitelli con cui iniziare un allevamento.
CAPITALISMO SELVAGGIO: Hai 2 mucche. Fai macellare la prima ed obblighi la seconda a produrre tanto latte come 4 mucche. Alla fine licenzi l'operaio che se ne occupava accusandolo di aver lasciato morire la vacca di sfinimento.
BERLUSCONISMO: Hai 2 mucche. Ne vendi 3 alla tua Società quotata in borsa, utilizzando lettere di credito aperte da tuo fratello sulla tua banca. Poi fai uno scambio delle lettere di credito, con una partecipazione in una Società soggetta ad offerta pubblica e nell'operazione guadagni 4 mucche beneficiando anche di un abbattimento fiscale per il possesso di 5 mucche. I diritti sulla produzione del latte di 6 mucche vengono trasferiti da un intermediario panamense sul conto di una Società con sede alle Isole Cayman, posseduta clandestinamente da un azionista che rivende alla tua Società i diritti sulla produzione del latte di 7 mucche. Nei libri contabili di questa Società figurano 8 ruminanti con l'opzione d'acquisto per un ulteriore animale. Nel frattempo hai abbattuto le 2 mucche perchè sporcavano e puzzavano. Quando stanno per beccarti, diventi Presidente del Consiglio.
PRODISMO: Hai 2 mucche. Tu le mantieni, il governo si prende il latte e ti mette una tassa sulla stalla, sulla mangiatoia, sulla produzione. A te rimane lo sterco. Intanto è in approvazione un disegno di Legge sulla tassazione dei rifiuti organici animali.